L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Dalle ombre dell'interregno

di Roberta Pedrotti

Arias for Giovanni Rubinelli
arie e duetti di Sacchini, Anfossi, Piccinni, Traetta, Mysliveček, Salieri, Andreozzi, Sarti, Tarchi, Paisiello, Bianchi, Handel, Mortellari, Nasolini, Bresciani, Lenzi
controtenore Filippo Mineccia
soprano Alexandra Tarniceru
Istante Collective
CD Glossa Harmonia Mundi GCD 923544, 2026

“Interregno”, così chiamò Stendhal il paio di decenni che separano la morte di Mozart dall'esplodere del ciclone rossiniano sulle scene operistiche. Basta poco, una definizione icastica e riduttiva, la tendenza storiografica e scolastica a concentrarsi sui vertici trascurando il contesto, ed ecco che un periodo cruciale a cavallo fra due secoli rischia di essere trascurato. Gran peccato anche alla luce dei due grandi che lo circoscrivono, giacché i colori strumentali della Zauberflöte o della Clemenza di Tito, il loro linguaggio canoro e formale non possono essere un'isola sperduta fuori dal mondo, si distinguono per la mano di un genio superiore, ma fanno parte di un ambiente comune, hanno delle radici, dei riferimenti, dei confronti e delle conseguenze. Allo stesso modo, sappiamo bene che Rossini vagheggiasse un Eden “classico”, idealmente, sul piano dei modelli compositivi, identificabile nell'amore devoto per Mozart e Haydn, ma nel concreto vissuto nella musica del suo tempo, nelle opere che ascoltava e che praticava nei suoi primi anni, nel repertorio della madre. Al di là, poi, di questi riferimenti, si tratta di un repertorio che può valer la pena di studiare e riscoprire, di tornare a sottoporre al vaglio critico e storiografico, all'attenzione di interpreti e pubblico, come dimostra anche il recente saggio di Daniele Carnini L'età plurale, l'opera italiana tra 1806 e 1815.

Per riscoprire il famigerato interregno, bisogna anche ascoltarlo, ed è più che benvenuta l'iniziativa di Filippo Mineccia volta a riscoprire la figura e il repertorio del castrato Giovanni Rubinelli, oggi pressoché dimenticato, ma all'epoca considerato alla stregua di Pacchiarotti – con il quale condivise il palcoscenico anche nell'inaugurazione del Teatro alla Scala con Europa riconosciuta –, Luigi Marchesi o Gaetano Guadagni.

Di questo momento di passaggio, peraltro, Rubinelli sembra dare anche una prospettiva geografica: abituati come siamo a leggere nelle biografie dei grandi castrati natali per lo più del centro e sud Italia, dalla Toscana del Senesino allo Stato Pontificio, al Regno delle Due Sicilie, balza all'occhio l'origine del Nostro, nato a Salò nel 1747 e morto a Brescia nel 1817, quasi ad anticipare, come il soprano Giuseppina Grassini, il fiorire di voci lombarde nell'epoca del Belcanto: solo per fare alcuni nomi, le sorelle Grisi, Giuditta Pasta, Domenico Donzelli, Andrea Nozzari, Giovan Battista Rubini, senza contare che Giovanni David nacque sì a Napoli, ma perché si era trasferito per ragioni di carriera il padre Giacomo, pure celebrato tenore, di soli tre anni più giovane di Rubinelli e originario del bergamasca.

A confermare quanto le scansioni temporali e generazionali rigide siano limitate e limitanti, questo sguardo sull'interregno in realtà procede, seguendo la carriera di Rubinelli, soprattutto in parallelo con la vita di Mozart, ma con compositori che in molti casi avrebbero potuto essergli genitori ma gli sopravvissero di almeno un decennio. Già così si sfalda la pretesa periodizzazione in favore di una continuità ben più serrata in cui emergono, poi, personalità geniali. Non solo: Rubinelli cantò nel 1787 una ripresa, rivisitata, del Giulio Cesare in Egitto di Handel, a ricordarci che se fino ai primi anni del XIX secolo il repertorio prediligeva le novità, non tutto il passato era sempre riposto nei cassetti. Se, però, la rivisitazione più nota (quella di Mozart sul Messiah) comporta principalmente un aggiornamento dell'orchestrazione, in questo caso si prosegue sulla strada antica del pastiche e difatti i due brani che ascoltiamo perché cantati da Rubinelli in Giulio Cesare, l'aria “Se possono tanto” e il duetto “T'amo, sì, sarai tu quella” provengono in realtà rispettivamente da Poro, re delle Indie e da Riccardo I, re d'Inghilterra. Un altro caso, molto interessante, riguarda l'aria “Quando saprai chi sono”, scritta da Giovanni Battista Bresciani (1753-1824) ed eseguita da Rubinelli al Teatro dell'Accademia degli Erranti (nucleo originario dell'attuale Grande) di Brescia nel 1794 in una Didone abbandonata di Luigi Cherubini (così recita il libretto originale della serata, che la abbinava alla Morte di Cleopatra di Nasolini).

Riscoprire la carriera di un cantante attivo e ammirato al tempo di Mozart e agli albori del famigerato interregno aiuta a comprendere meglio non solo il complesso di un percorso storico, ma anche la stessa grandezza dei geni, collocati in un contesto complesso e non scontornati come fenomeni a sé. Aiuta a interpretare una galassia di stelle di diversa grandezza (se Giovanni Battista Bresciani è oggi un Carneade, non si può certo dir lo stesso di Piccinni, Traetta, Paisiello o Salieri, per dirne solo alcuni), lo spirito di un tempo e le personalità che lo hanno indirizzato in un mondo che non vive solo nel presente e non scorda, seppur un po' fuori moda, un Handel.

All'ascolto, dunque, del suo repertorio nell'efficace lettura di Mineccia, come si presenta la figura di Rubinelli cantante? Contralto senz'altro, con una buona propensione a una coloratura espressiva, che, dopo l'ebbrezza pirotecnica della generazione precedente, scolpisce la tensione drammatica nel virtuosismo secondo l'indirizzo del Secondo Settecento. È anche un interprete versato al canto patetico, uno degli aspetti tenuti in maggior conto nei castrati del suo tempo. Anzi, addirittura la sua “semplicità”, intesa come naturalezza nell'espressione dell'affetto, è definita superiore proprio a quella di Pacchiarotti e di Marchesi, confermando già nei suoi cavalli di battaglia anche la valentia di attore che gli è stata riconosciuta dai contemporanei. Artista tecnicamente solidissimo e interprete di grande sensibilità, non è trascurabile pure nel registro del sacro, rappresentato da un pregevole Quoniam di Carlo Lenzi (Bergamo 1795)

Altro aspetto significativo è il rapporto con le altre voci, esemplificato qui da tre duetti (da Europa riconosciuta di Salieri, Antigono di Paisiello e dal Giulio Cesare / Riccardo I di Handel) che lo videro accanto a Maria Balducci, Anna Pozzi ed Elizabeth Mara. Qui a Mineccia si affianca il soprano Alexandra Tarniceru in un piacevole contrasto timbrico che rende ancor più eloquente l'intreccio di un affettuoso chiaroscuro.

Molto bene anche l'apporto dell'Istante Collective guidato dal primo violino Beatrice Scaldini in una lettura tersa e teatrale di pagine dall'impegno non trascurabile.

Il cofanetto è completato dalle utili note del musicologo Samuele Lo Cascio e dai testi delle arie ben contestualizzati nella biografia artistica di Rubinelli. Il fatto, però, che l'italiano sia riservato ai versi dei libretti, mentre la parte saggistica sia in inglese, francese e tedesco, la dice lunga, ahinoi, su quanto il nostro mercato sia considerato marginale nel panorama discografico.

 

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