L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La prospettiva del musicista

di Sandro Ivo Bartoli

Per raccontare il concerto lucchese dell'orchestra La Filharmonie diretta da Nima Keshavarzi con Costanza Principe come solista, accogliamo un punto di vista particolare, non del critico militante, ma del musicista attivo come interprete e docente, il pianista Sandro Ivo Bartoli.

LUCCA, 31 maggio 2026 - Ho chiesto alla redazione dell'Ape Musicale di scrivere queste quattro stupidaggini perché, in cuor mio, sono convinto che un concerto come quello tenuto domenica 31 maggio a Lucca dall'orchestra La Filharmonie sotto la bacchetta di Nima Keshavarzi con la partecipazione della pianista Costanza Principe (fresca di nomina alla direzione artistica de La Filharmonie) in un programma tutto mozartiano non possa passare come l'acqua sotto i ponti. Inserito nel festival “Risonanze 2026”, stagione che celebra il decennale dell'orchestra, il concerto è approdato a Lucca con il concorso del centro di produzione musicale Animando. Semplicemente, è stata una celebrazione di un rito antico mescolato al moderno, e il risultato è stato a dir poco accattivante. La Filharmonie, orchestra fiorentina fatta di strumentisti rigorosamente “under 35”, è stata la prima sorpresa: una compagine unita, “affiatata” (si diceva un tempo), intonata e capace di seguire il suo direttore in ogni inflessione che chiedeva, anche le più minute. Il piglio gagliardo del suono, evidente sin dagli esordi, non è cosa rara. Ma la dinamicità dell'ensemble e la cura direttoriale hanno fatto sì che un concerto domenicale, e pomeridiano, si trasformasse in un'avventura musicale entusiasmante. Partiamo dalla fine: la Sinfonia in Do maggiore n. 41, K. 551, la celeberrima “Jupiter”. Jupiter, in italiano, è Giove: il pianeta più grande. E questa Sinfonia, l'ultima di Mozart, è senz'altro la sua più grande: un affresco gigantesco, pieno di musica intramontabile, e che finisce con una fuga nel glorioso tono di Do maggiore che il direttore Nima Keshavarzi mi fa notare, dopo il concerto, essere scritta in “forma sonata”. Ha ragione, ovviamente! Ma la Musica (stavolta lo scrivo con la maiuscola) non si ascolta per analizzarla: la si ascolta per goderne. E allora mi vengono a mente tutte quelle istanze in cui l'orchestra ha seguito il direttore in pianissimi improvvisi, in un generale divenire di eventi e contrattempi, sempre attenti (tutti) al gesto deciso e alla voglia di far musica “dal vivo”. Alla fine, il non folto pubblico presente ha tributato un'autentica ovazione alla prestazione dell'orchestra e del suo direttore, entrambi meritevoli d'ogni lode (va detto che, in queste lande, ascoltare una compagine orchestrale così compatta e duttile è cosa piuttosto rara). Il concerto, intitolato appunto “Jupiter”, si era aperto con il Concerto in Do maggiore K. 467 con Costanza Principe nel ruolo di solista. Una “bestia nera” dei pianisti a cagione di tanti fattori: la sua intrinseca difficoltà esecutiva, la sua estrema popolarità (è noto come “Elvira Madigan”, dal tragico film che Bo Widerberg realizzò nel 1967 con Pia Degermark e Tommy Berggren: una storia d'amore che finisce male davvero, ma che utilizza come colonna sonora l'Andante da questo Concerto nell'interpretazione di Géza Anda con la Camerata Academica di Salisburgo, diretta da Anda stesso). Ora, non ci vuole un veterano del palcoscenico per capire che per una giovane pianista (e Costanza Principe lo è) affrontare un tale monumento debba essere un nodo gordiano: prima di lei ci sono passati Kempff, Pollini, Rubinstein, Anda (appunto), la Haskil e una pletora di luminari da far venir la tremarella a qualsiasi musico. E la Principe cosa fa? Si presenta nel suo bel vestito rosso fiammante, come una Ferrari, si siede al pianoforte e comincia a suonare. La resa, a dispetto di uno strumento stanco e malandato, è subito splendida: il pianoforte “canta”. Ma le sorprese, quelle vere, accadono non appena il pianoforte dialoga davvero con l'orchestra: una frase, ripetuta tre volte. Le prime due con autorità, come a dire “qui ci sono io”. La terza, e ultima, in sottofondo: “ci sono, ma se voglio posso anche nascondermi”. Magia, che pochi sanno e possono fare. Arrivano le catene di semicrome infinite: difficilissime da suonare, impossibili da “cantare”. Ma la Principe lo fa, con una facilità e un'autorità davvero impressionanti. Dopo una manciata di minuti, è chiaro che si è davanti a un'interprete con una voce “propria”: fa quel che vuole, con il gusto e l'erudizione che ha (entrambi notevolissimi) e “ricrea” la musica di Mozart come se fosse stata scritta ieri. L'approccio filologico ma sbarazzino si manifesta spudoratamente nelle cadenze, scritte (o improvvisate?) dalla pianista. Sono brevi, hanno un carattere “busoniano” nell'incertezza armonica e nella perenne instabilità tematica, ma... funzionano! Sono belle, agevoli, virtuosistiche e accattivanti. Arriva l'Andante. Elvira Madigan. Banco di prova. E la Principe cosa fa? Lo suona, come si dice qui, “da Dio”. Un cantabile filato e infinito, senza sbalzi, senza colpi di scena (tranne qualche dinamica improvvisa non prevista in partitura e diverse ornamentazioni gustosissime, che funzionano a meraviglia). Il finale, poi, è una giostra di scherzetti e marachelle, boutades da teatro dove la pianista par trovarsi particolarmente a suo agio: ne combina di tutti i colori, ma il direttore le sta dietro come un cane al guinzaglio e il Concerto si chiude in un tripudio di bellezza.

Torno a casa sollevato: ho ascoltato un concerto memorabile, pieno di sorprese, e mentre passeggio verso la mia dimora mi vengono a mente le parole che il mio mentore Shura Cherkassky mi inculcò nell'anima: “se il pubblico indovina cosa farai alla prossima battuta, allora non val la pena di starti a sentire”. Ecco, Shura sarebbe stato contento: stasera non ho indovinato nulla di quel che avrebbe fatto la Principe. E ne sono davvero lieto. Bravi, tutti, per una volta per davvero.


 

 

 
 
 

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