L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Pascoli e musica

di Roberta Pedrotti

Il Tiroler Festspiele di Erl, nel suo trentesimo anno di vita e superate alcune turbolenze gestionali passate, appare oggi come un piccolo idillio di musica e natura in cui l'utopia assurda di due teatri che potrebbero contenere una volta e mezza la popolazione locale si fa invece modello virtuoso di produzione immateriale. Un modello non facilmente riproducibile, ma basato su principi da prendere a esempio.

Erl, Pasqua 2026 - Un pugno di case per millecinquecento abitanti e due teatri (modernissimi anche nel design per le rispettive epoche, anni '50 del secolo scorso e anni '10 del presente) che possono ospitare il primo altrettante persone, il secondo “solo” la metà.

Qui dove davvero mucche, caprette e galline ti fanno ciao, dove il confine fra strada e sentiero è labile e secondo le leggi della montagna ogni passante che si incrocia è uno scambio di “Servus”, poteva davvero sembrare una follia creare un festival musicale, tanto più che la posizione al centro esatto del triangolo Monaco di Baviera – Salisburgo – Innsbruck può essere, sì, l'occasione per intercettare pubblico e artisti, ma anche una concorrenza spietata. L'idea fu, dal 1997, di Gustav Kuhn, la cui esperienza di demiurgo si chiuse fra polemiche e tribunali, tuttavia il Festival ha resistito e oggi, Jonas Kaufmann direttore artistico, è più vivo che mai. Anzi, sembra aver fatto della qualità della vita una condizione inscindibile dalla qualità della programmazione, mettendo anche a disposizione dei musicisti (l'orchestra è internazionale e vanta molti componenti eccellenti) un'attrezzatissima struttura, la Künstler:innen Residenz, con camere, parcheggio coperto, palestra, sauna, cucine e ambienti comuni fra i prati proprio di fronte alla Festspielhaus. Un modello che vince e può permettersi cartelloni lussuosi distribuiti fra le feste natalizie, pasquali e l'estate.

Il territorio è ricco, buen ritiro di cittadini agiati, sede di produzioni industriali d'alta gamma, con un'attività agricola, soprattutto lattiero casearia, di qualità (si vedono le galline razzolare davvero libere mentre si comprano le uova fresche). Non si tratta di condizioni facilmente ripetibili, però una lezione la possono dare comunque valida per tutti: un investimento in cultura ben fatto, di qualità, badando ai nomi di punta come alle maestranze e alle loro condizioni di lavoro, porta sempre i suoi frutti. In un mondo in cui abbiamo prodotto troppe cose, continuiamo a consumarne e bruciar risorse, diventa più concreto e duraturo ciò che non sforna beni materiali e oggetti. Una volta costruito il teatro con le sue strutture, è il far musica e arte, sono i pensieri e le persone a creare valore. Non che tutto sia facile: ci sono racconti gustosi sul malcontento di alcuni agricoltori verso gli "intrusi" concretizzato in concimazioni dei prati calcolate con maliziosa precisione. Oggi, però, si respira - è proprio il caso di dirlo - tutta un'altra aria e se ci si ferma ad acquistare qualche prodotto direttamente alla fonte capita che il fattore, mentre nutre un vitellino, si informi, e con cognizione di causa, sull'andamento di prove e recite, sulle attività musicali dei clienti. Il Festival attuale si sostiene perché lavora bene e perché quei due teatri riescono a non essere sproporzionate cattedrali del deserto, bensì distintivi elementi del paesaggio, in cui si ascolta, si osserva, si suona, si canta e si progetta con piacere, e il gusto di un buon piatto o una passeggiata. Inoltre, nei momenti di pausa del cartellone, c'è chi volentieri affitta questi spazi per provare tournée o effettuare registrazioni.

Il circolo virtuoso è ben innescato, sincronizzando le caratteristiche del luogo (natura, pace, vicinanza a grandi centri musicali che invitano a una tappa), la funzionalità e l'estetica dei teatri, il livello del programma: elementi e valori che dovrebbero far riflettere sulle strategie da applicare in tanti altri luoghi diversi, modellandole sempre con l'obiettivo di costruire il futuro puntando sulla cultura, che crea risorse invece di consumarne.

Soprattutto, non bisogna aver paura di fare qualcosa di nuovo, bisogna solo ponderarlo. Nella valle dell'Inn gli edifici mantengono il profilo caratteristico con i tetti spioventi, i balconi, l'uso del legno; materiali e forme che convengono sempre, ma ne accolgono anche di nuovi o si rivestono senza timore di pannelli solari. Non siamo in una turistica, immutabile Heidiland, siamo in un luogo vivo, al di là dell'idillio di pascoli e musica per chi passa qui giusto una manciata di giorni di festa. È un luogo vivo per i suoi teatri, e questi esistono perché è vivo.

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