Un gradito ritorno
di Matteo Lebiu
Dopo oltre dieci anni, Daniele Rustioni torna sul podio del Teatro alla Scala per una serata che intreccia entusiasmo, esperienza e sensibilità interpretativa. Un ritorno atteso, nel segno del grande repertorio romantico e di una rinnovata maturità artistica.
MILANO, 24 settembre 2026 - Dopo più di dieci anni di assenza, è tornato al Piermarini uno dei suoi prodotti più illustri: Daniele Rustioni ha diretto l’Orchestra Sinfonica e il Coro del Teatro alla Scala per una settimana sinfonica tutta dedicata al repertorio romantico, dando mostra del suo immutato entusiasmo, ma anche della sua maturazione artistica. Un ritorno, quello di Rustioni, che lo vede impegnato sia nel campo sinfonico sia in quello operistico, con il Faust in cartellone da ottobre. Dal Trovatore scaligero del 2014, la carriera del direttore milanese ha collezionato incarichi e collaborazioni rilevanti in Europa e in America, che lo rendono oggi uno degli artisti italiani più interessanti sulla scena internazionale.
La joie de vivre che permea l’Akademische Fest-Ouvertüre op. 80 di Brahms ha inaugurato il concerto con tutto l’impeto giovanile che ancora caratterizza la direzione del maestro. L’Orchestra del Teatro alla Scala risponde perfettamente al gesto inequivocabile di Rustioni, riuscendo così a caratterizzare ciascuna sezione, fino ad arrivare al tripudio finale del corale Gaudeamus igitur. Qui Rustioni prosegue con determinazione lungo la via dell’entusiasmo, mettendo in risalto le ghirlande festose di note che serpeggiano negli archi, caricando così di forza un finale che, volendo, si presterebbe anche a una lettura differente, dai toni più solenni.
Con lo Schicksalslied op. 54 l’atmosfera cambia di punto in bianco: a partire dal Mi♭ grave dell’inizio, Rustioni disegna un grande affresco sonoro insieme al Coro del Teatro alla Scala, magnificamente preparato dal M° Alberto Malazzi. Spesso si è sentito parlare dell’op. 54 come di un Deutsches Requiem “in miniatura” e sembra essere questa la direzione interpretativa di Daniele Rustioni. Sull’introduzione onirica dell’orchestra si inseriscono le voci, producendo il tipico effetto di atemporalità che caratterizza molte pagine del compositore di Amburgo; un suono pastoso, dolce, che diviene terribile nella sezione centrale (Doch uns ist gegeben auf keiner Stätte zu ruhn – Ma a noi non è dato riposare in alcun luogo). Ecco che la gravità di questa partitura mette ora in risalto la maturazione artistica del direttore, soprattutto nelle sezioni di transizione, condotte con estrema naturalezza (ad esempio quella che porta al postludio orchestrale).
Il bel programma si conclude con la Sinfonia n. 2 in Do maggiore op. 61 di Robert Schumann, un lavoro ampio e complesso che sfida gli esecutori nella ricerca della “grande arcata”, per dirla in termini romantici. La lettura di Rustioni dona molta coerenza alla partitura senza rinunciare alla caratterizzazione dei singoli episodi, come i due Trii dello Scherzo o nel vibratissimo Adagio espressivo, condotto senza mai scadere in emozioni facili. L’unica sbavatura si registra nell’attacco (infernale) del secondo movimento, con le semicrome dei Violini I non perfettamente insieme, che hanno causato una sorta di “strascico” sonoro poco gradevole, immediatamente scomparso dopo il primo Trio.
Per quanto la serata sinfonica abbia reso impellente la necessità di riascoltare più spesso Daniele Rustioni nella sala del Piermarini, è ormai evidente che il problema dell’educazione del pubblico debba essere affrontato con urgenza dalle istituzioni culturali: la Sinfonia di Schumann è stata interrotta dopo ogni movimento, sintomo che ormai basta qualche accordo in forte a fine movimento per autorizzare il pubblico (evidentemente composto per gran parte da parvenu) ad applaudire come se il concerto fosse terminato. Educare i propri spettatori è un dovere morale per un teatro, soprattutto per un teatro con la tradizione della Scala: a buon intenditor, poche parole.
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