Schubert e Mendelssohn: confronto tra due giganti
di Matteo Lebiu
Due visioni opposte del Romanticismo cameristico — il tormento esistenziale di Schubert e la luminosa energia di Mendelssohn — hanno scandito il concerto del Quartetto di Cremona per i suoi venticinque anni di attività. Un dialogo ideale tra generazioni, suggellato dalla collaborazione con il Quartetto Goldberg alla Sala Verdi di Milano.
MILANO, 11 novembre 2025 - Il programma del concerto di martedì 11 novembre nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano, organizzato dalla Società del Quartetto, comprendeva due fondamentali capolavori della letteratura cameristica per archi del primo Romanticismo: due pagine diametralmente opposte che mostrano due poetiche e due linee di pensiero sull’uomo e sul suo destino. Da un lato, quello che potrebbe essere definito il pessimismo “cosmico” di Schubert che, con il suo XIV quartetto, documenta la propria crisi esistenziale; dall’altro, la luce e il vitalismo che si propagano dal Mendelssohn sedicenne.
L’occasione era quella dei venticinque anni di attività del Quartetto di Cremona (Cristiano Gualco, Paolo Andreoli, Simone Gramaglia, Giovanni Scaglione), che ha deciso di festeggiare questo importante anniversario artistico affiancando il giovanissimo Quartetto Goldberg (Jingzhi Zhang, Giacomo Lucato, Matilde e Martino Simionato): un gesto che sembra voler sancire un ideale passaggio di testimone alle nuove generazioni che si accostano alla tradizione quartettistica italiana, la cui importanza e il cui respiro internazionale sono stati giustamente ribaditi, al termine del concerto, dal violista Simone Gramaglia.
Nella prima parte della serata, il Quartetto di Cremona ha eseguito il celebre quartetto di Schubert, offrendone una lettura estremamente variopinta e mettendo così in risalto gli affetti discordanti che si susseguono uno dopo l’altro senza soluzione di continuità. Tale livello espressivo è evidentemente raggiungibile grazie al maniacale controllo delle articolazioni, delle dinamiche e del vibrato. Proprio il vibrato è l’elemento che più ha colpito, e per questo vale la pena di sottolineare almeno due momenti: nel I movimento, Cristiano Gualco (I violino) ha eseguito meravigliosamente il tema in Re maggiore che compare nella sezione centrale del quartetto, tema talmente elegante da porsi agli antipodi rispetto al primo, dal carattere assolutamente violento; nel II movimento (ahimè disturbato da un inopportuno squillo di telefono), scritto in forma di tema con variazioni sul Lied Der Tod und das Mädchen (D 531), Giovanni Scaglione (violoncello) ha sfoggiato tutta la cantabilità espressiva di cui è capace il suo magnifico Amati del 1712, durante la struggente seconda variazione, in cui il tema del Lied è presentato in un appassionato crescendo che dura per tutta la sezione, per poi disperdersi in breve tempo prima di affrontare la successiva, dai toni perentori. Chiude il IV movimento, in cui il Quartetto ha dato prova di grande virtuosismo affrontando il Presto con molta precisione ritmica ed espressiva, rendendo perfettamente l’idea di una corsa dannata verso il baratro.
Dopo l’intervallo, il Quartetto di Cremona “raddoppia” grazie alla collaborazione con il giovane Quartetto Goldberg, formazione cameristica nata appena quattro anni fa proprio sotto la guida dei maestri cremonesi (d’adozione) all’Accademia Stauffer. Il pubblico si prepara ad ascoltare l’Ottetto op. 20 di Felix Mendelssohn, probabilmente la migliore opera giovanile del compositore. Peccato per l’attacco un po’ troppo in sordina, che non ha permesso di percepire appieno il primissimo crescendo che conduce al subitopiano; in ogni caso, basta attendere poche battute perché l’esecuzione si accenda e, a quel punto, diventi davvero un trionfo di vita e gioventù, soprattutto se si pensa che l’Ottetto fu composto nel 1825 da un Mendelssohn appena sedicenne.
Davvero lodevole è stato lo staccatoleggero nel piano che i musicisti hanno ottenuto nel celebre III movimento, lo Scherzo, prova generale delle musiche di scena per il Sogno di una notte di mezza estate, op. 21 (composte l’anno successivo), e quindi vera genesi di quella Elfenmusik tanto cara alla poetica mendelssohniana. L’ultimo movimento è il trionfo del contrappunto — tanto travolgente quanto rigoroso —, reso perfettamente dai due ensemble in un dialogo serrato e impeccabile. Proprio quest’ultimo movimento testimonia la reale concezione che il compositore aveva in mente per questo organico: non un “semplice” doppio quartetto, ma otto voci indipendenti che ampliano la scrittura quartettistica a livelli praticamente sinfonici.
Una forza propulsiva come quella della musica di Mendelssohn ha inevitabilmente portato a un grande successo di pubblico. Come bis, gli artisti hanno eseguito l’ultima sezione del IV movimento dell’Ottetto, a partire dalla cadenza del primo violino, che emerge ruggente tra gli ultimi applausi.
