L'evoluzione di un talento
di Matteo Lebiu
Alla Sala Verdi del Conservatorio di Milano, la giovane pianista russa Alexandra Dovgan inaugura la stagione dei recital della Società dei Concerti con un programma che spazia da Schubert a Prokof'ev. L’esecuzione, tecnicamente impeccabile e attenta al dettaglio timbrico, rivela una musicista già matura ma ancora alla ricerca di una voce pienamente personale, capace di coniugare delicatezza e intensità.
MILANO, 12 novembre 2025 - Palcoscenico buio: solo due fari illuminano il gran coda Fazioli che risuonerà nella Sala Verdi del Conservatorio di Milano grazie alla giovanissima pianista Alexandra Dovgan che inaugura i recital pianistici della Serie Rubino della Fondazione La Società dei Concerti. La Dovgan, classe 2007, merita sicuramente un plauso per la fulminante carriera internazionale che sta svolgendo: a quattro anni inizia a studiare pianoforte, a cinque viene ammessa al prestigioso Conservatorio di Mosca, protégée di Sokolov (gigante del pianismo contemporaneo), ospite delle più prestigiose sale da concerto europee (solo per citarne alcune: Philharmonie di Berlino, Théâtre des Champs-Élysées di Parigi, Musikverein di Vienna). L’aspettativa per questo “prodigio” - così recita il titolo del recital - è quindi molto alta.
La serata si apre con la drammatica XIX Sonata di Schubert, la prima del ciclo delle ultime tre scritte poco prima di morire. Il carattere squisitamente beethoveniano è da subito evidente con l’attacco deciso del primo tema dell’Allegro (quasi una citazione letterale del prime battute delle 32 variazioni di Beethoven) per poi passare a sonorità più delicate e soffuse. L’affinità artistica della Dovgan con il maestro Sokolov viene percepita dal pubblico praticamente subito, grazie ai lunghi e innumerevoli momenti di pianissimo (forse anche ppp). Impossibile fare a meno di individuare ed apprezzare alcune differenze interpretative con il M° Paul Lewis, discepolo del grandioso Alfred Brendel soprattutto per quanto concerne il repertorio schubertiano e beethoveniano, che proprio in Sala Verdi, nel febbraio di quest’anno, ha eseguito questa stessa sonata, sempre per La Società dei Concerti. Nel primo episodio “saltellante” del IV movimento sono emerse le maggiori differenze: la Dovgan privilegia sicuramente l’aspetto melodico, mentre si ricorda il ritmo puntato, quasi martellante, proposto da Lewis.
Proprio a proposito del “suonare pianissimo”, una breve digressione. Sicuramente il pianista completo deve essere in grado di creare, ove lo richieda la musica, situazioni “lunari”, suonando in maniera impalpabile; ma credo che anche in queste circostanze, in cui la musica si fa del tutto evanescente, il pianista debba stabilire un ordine di priorità tra i “tasti premuti”, per rendere intelligibile all’ascoltatore (ma anche a se stesso) l’andamento melodico o armonico del passaggio. Quella del suonare lungamente in pp è sicuramente una moda del pianismo contemporaneo, soprattutto per quanto riguarda le giovani generazioni, ma questo modo di suonare rischia di diventare stucchevole e poco interessante. Lungi da me affermare che sia necessario tempestare la tastiera dall’inizio alla fine del brano suonando tutto fortissimo, ritengo però che una svolta indispensabile del pianismo di oggi sia quella di riscoprire una maggiore profondità del suono, anche nel pianissimo; in fondo, basterebbe tornare a guardare i grandi solisti che si sono formati nel secolo scorso (in merito al pianissimo vengono in mente per primi Elisso Virsaladze, Mitsuko Uchida, Murray Perahia, Krystian Zimmerman).
Dopo l’intervallo si prosegue con il Preludio, corale e fuga di César Franck, a mio avviso un vero capolavoro che bilancia perfettamente il lirismo romantico con il virtuosismo tecnico (e compositivo). Ho apprezzato molto l’esecuzione della Dovgan che ha saputo costruire la sua interpretazione sotto un’unica campata, portando gradualmente alla grande esplosione del Finale,in cui i temi portanti dell’intero componimento si intersecano e quasi lottano uno contro l’altro per avere la meglio. Peccato solo per le ultime battute che, al posto di sancire con entusiasmo la ginnica coda della composizione, hanno un po’ abbassato la tensione e quindi, almeno da parte mia, anche la soddisfazione.
Al termine del programma, Alexandra Dovgan ha eseguito la II sonata op. 14 di Prokof'ev, scritta, tra l’altro, mentre il compositore era ancora studente del Conservatorio di Mosca, proprio la stessa istituzione dove la solista si è formata. Quella di Prokof'ev è una musica estremamente ammaliante perché riesce a combinare magistralmente momenti percussivi e ginnici ad altri di meditazione estatica, il tutto mirabilmente condito da una gestione armonica di grande effetto. Sicuramente, la Dovgan ha privilegiato un approccio percussivo per questa sonata ma ha saputo gestire bene anche i momenti meditativi, basti pensare al III movimento Andante.
Come il maestro Sokolov è solito concedere innumerevoli bis al termine del programma ufficiale, così la sua beniamina ha eseguito ben tre fuori programma accogliendo gli applausi entusiastici del pubblico (oltre ai gentili omaggi floreali). Si inizia con un omaggio schubertiano, il delicato Improvviso Op. 90 Nr. 3 D. 899, per poi proseguire con la celebre Fantasia-improvviso Op. 66 di Chopin. Conclude la serata il Preludio alla marcia Op. 23 Nr. 5 di Rachmaninov eseguito meravigliosamente e con una sezione centrale romanticissima (è il caso di dire: dalla Russia con amore).
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