Un matrimonio collaudato
Il Teatro Carlo Felice di Genova inaugura la stagione lirica con Le nozze di Figaro di Mozart: l’ottimo cast si muove nel rassicurante e collaudato universo scenico di Emilio Sagi mentre in buca scalpita Jordi Bernàcer, alla prese con una partitura forse un po' stretta per le sue corde.
Genova, 18 ottobre 2026 – Una giornata può essere lunga, lunghissima, soprattutto quando c’è un matrimonio da celebrare, un conte da tenere a bada, una contessa da consolare e un adolescente innamorato da nascondere negli armadi. Se poi a complicare le cose intervengono gelosie, travestimenti, lettere compromettenti e porte che si aprono sempre nel momento meno opportuno, le ventiquattr’ore rischiano di diventare un’eternità. È il piccolo, irresistibile universo di Le nozze di Figaro, dove Mozart e Da Ponte trasformano gli intrighi di un’aristocrazia ormai un po’ sgangherata in uno dei più perfetti meccanismi teatrali mai concepiti. Un mondo in cui i servi si dimostrano più intelligenti dei padroni, gli uomini meno furbi delle donne e nessuno, proprio nessuno, può dirsi completamente innocente. Ma sarebbe un errore fermarsi alla superficie scintillante della commedia. Dietro il gioco degli equivoci, la vivacità dei dialoghi e il vorticoso susseguirsi delle situazioni, Mozart disegna un affresco umano di straordinaria profondità, nel quale la leggerezza convive con la malinconia, il desiderio con la disillusione, la malizia con la tenerezza. Il Settecento delle parrucche incipriate, degli abiti sontuosi e delle buone maniere diventa così lo specchio di sentimenti che non conoscono epoca, fino a sciogliersi in quel sublime «Contessa, perdono!» che, nel giro di poche battute, eleva una commedia degli inganni a una delle più commoventi celebrazioni dell'umana fragilità.
Se la giornata di Figaro è dunque un susseguirsi di imprevisti, ben più prevedibile è la scelta del Teatro Carlo Felice di Genova che, per inaugurare la nuova stagione lirica, lascia gli azzardi ai personaggi di Mozart. Un titolo di sicuro richiamo, un allestimento saldamente ancorato alla tradizione e un cast di artisti di vaglia compongono una formula rassicurante, studiata per incontrare il favore del pubblico senza avventurarsi lungo sentieri troppo impervi. A garantire che nulla turbi questa rassicurante familiarità provvede lo spettacolo di Emilio Sagi – qui ripreso da Matteo Anselmi –, già applaudito sulle scene del Teatro Regio di Torino due anni fa e ora approdato a Genova: una lettura che guarda con dichiarata ammirazione alla lezione di Giorgio Strehler, privilegiando la grazia delle forme, l'eleganza dell'insieme e il piacere, talvolta persino compiaciuto, di un Settecento teatrale restituito in tutta la sua convenzionale bellezza. A conquistare è soprattutto l'apparato visivo, nel quale l'eleganza delle scene – Daniel Bianco – e la ricchezza dei costumi – Renata Schussheim – compongono un quadro sontuoso, accattivante, di sicura presa. Non mancano le strizzate d'occhio alla Spagna, patria degli Almaviva e del mitico Barbiere, che trovano la loro espressione più esplicita nel fandango del terzo atto, tra costumi tradizionali e nacchere: un momento dal sapore invero un po' commerciale, quasi una cartolina folcloristica, ma tutto sommato non disturbante nell'economia di una narrazione che privilegia il versante brillante della commedia, lasciando in secondo piano le ombre, le malinconie e le sottili inquietudini che pure attraversano il capolavoro mozartiano.
Sul podio dell'Orchestra del Teatro Carlo Felice, in gran spolvero, sale Jordi Bernàcer, che abbiamo più volte ascoltato e apprezzato alle prese con pagine ben più sanguigne. Qui sembra quasi che la partitura gli stia un poco stretta: le mani sfrigolano, il gesto freme, l'impulso a liberare tutta l'energia della buca pare talvolta prevalere sul piacere di indugiare nelle pieghe più intime della scrittura. Il suo Mozart è scattante, vigoroso, impaziente, ansioso di spettinarsi; il che, beninteso, va anche bene, perché Mozart con la riga a lato appartiene ormai a un'altra epoca. Tuttavia si vorrebbe, tra uno scatto e l'altro, trovare anche il tempo di accarezzare la partitura, di lasciarne respirare le tenerezze, di assaporare quelle sospensioni nelle quali la commedia sembra per un istante dimenticare sé stessa. Bernàcer predilige invece il nervo, il contrasto, la brillantezza di una scrittura orchestrale che sa far risplendere con notevole efficacia, soprattutto quando archi, legni, ottoni e timpani si rincorrono e si intrecciano in un gioco di mirabili architetture sonore. A rimanere un poco in ombra sono così i momenti di più distesa cantabilità, quelle improvvise oasi di dolcezza che, soprattutto nei grandi concertati, aprono squarci di commovente umanità nel vortice degli equivoci. Una lettura, insomma, che sa trascinare – e talvolta sovrastare –, ma alla quale gioverebbe, di tanto in tanto, la pazienza di lasciarsi commuovere.
Artisti d’alto rango compongono la locandina. Carmela Remigio veste i panni della Contessa col solito, insopportabile viziaccio di far sembrare dilettanti gran parte dei colleghi: tale è la preparazione che si avverte in ogni battuta, tale il dominio della scena e della tecnica vocale, tale la sensibilità con cui si accosta alla parola, che ogni frase sembra nascere da un pensiero preciso, ogni accento trovare il proprio peso, ogni inflessione il colore più appropriato. Il testo è scandagliato con intelligenza fin nelle sue pieghe più riposte, per tradursi in un fraseggio modellato con precisione quasi scultorea, nel quale nulla è lasciato al caso e nulla, soprattutto, suona artificioso. Ogni parola ha la sua intenzione, ogni pausa il suo significato, ogni sfumatura concorre a disegnare una Contessa di aristocratica dignità, viperina sì ma animata anche da una struggente umanità. E se lo smalto vocale reca ormai qualche traccia dei decenni di formidabile carriera, poco importa: tanta è la maestria nel governare lo strumento, tanta la sapienza nel piegarlo alle ragioni dell'espressione, che si rimane ammaliati da un'arte capace di trasformare ogni battuta in una lezione di teatro musicale. Fortunatamente, al suo fianco troviamo Vito Priante e Roberto de Candia, due artisti che, per esperienza e intelligenza, non temono certo il confronto. Il primo, già Conte nella produzione torinese, veste oggi i panni di un Figaro nobile e raffinato, lontano da ogni grossolanità buffonesca, cui presta una voce statuaria, di bellezza e solidità ammirevoli, governata con eleganza di fraseggio e una cura della parola che restituisce al personaggio tutta la sua arguzia senza sacrificarne la caratura. Il secondo, nei panni di Almaviva, dimostra come anche chi ha fatto della simpatia e della bonomia una delle proprie cifre teatrali possa trasformarsi in un cattivo di tutto rispetto, quando a sostenerlo sono una così profonda contezza dei mezzi e una così consumata conoscenza stilistica. Il suo Conte è autoritario senza essere tronfio, sprezzante senza diventare caricaturale, costruito con un'arte del canto e della recitazione che permette di cogliere, dietro le intemperanze del nobile libertino, tutte le sfumature di un'umanità tutt'altro che monolitica. Ben fa anche Daniela Cappiello, Susanna spigliata e fresca, dalla vocalità luminosa e ben tornita, che risponde con precisione a tutte le richieste della partitura, sfoggiando un fraseggio curato, una dizione nitida e una vivacità scenica mai sopra le righe. Ne esce un personaggio arguto e malizioso quanto basta, ma capace anche di ripiegarsi in momenti di delicata tenerezza, senza perdere quella naturalezza che di Susanna costituisce forse il fascino più autentico. Convincente, anche se non suadente, il Cherubino di José Maria Lo Monaco; ben cantato il Bartolo di Alex Martini. Completano correttamente il cast l’irresistibile Stefano Marchisio (Antonio), Enrico Iviglia (Basilio), Gianluca Moro (Don Curzio), l’aggraziata Chiara Maria Fiorani (Barbarina), Eva Troise ed Elena Fioretti (contadine). Sonia Ganassi presta il prestigio di una carriera illustre a Marcellina. Ottima la prova del Coro del Teatro Carlo Felice di Genova istruito dal maestro Giulio Magnanini.
Lunghi e calorosi applausi festeggiano la nuova stagione.
Leggi anche
Roma, Le nozze di Figaro, 23/09/2026
Roma, Le nozze di Figaro, 17/09/2026
