La purezza in gabbia
di Ossama el Naggar
Il festival di Wexford valorizza nel migliore dei modi l'Iris di Mascagni grazie alla regia di Rosetta Cucchi e alla concertazione di Francesco Cilluffo, che non ne nascondono limiti e contraddizioni, ma ne esaltano pure suggestioni e ambizioni.
Wexford, 23 ottobre 2026 - Chi conosce Iris ricorderà soprattutto l’Inno del Sole, che apre e conclude l’opera, e la serenata di Osaka, «Apri la tua finestra», ripresa da Iris nel terzo atto. Per il resto, il melodista di Cavalleria rusticana appare qui assai meno prodigo di invenzioni memorabili. La vena lirica si accende a tratti, ma non sempre riesce a sostenere la continuità drammatica; non mancano pagine di notevole fascino timbrico, eppure il discorso musicale tende talvolta a ristagnare. Rispetto a Puccini, suo contemporaneo, Mascagni fu un compositore di minore fecondità melodica: non sorprende che, malgrado una produzione operistica assai più vasta di quanto suggerisca la sua fama odierna, sia rimasto nell’immaginario collettivo soprattutto l’autore di un unico, folgorante capolavoro.
Sarebbe tuttavia ingeneroso liquidare Iris, rappresentata per la prima volta a Roma nel 1898, come un tentativo fallito di ripetere il successo del 1890. L’opera testimonia piuttosto la volontà di sottrarsi alle convenzioni del verismo e di esplorare una dimensione teatrale più allusiva, visionaria e simbolica. È proprio questa ambizione, non sempre risolta sul piano musicale, a renderla interessante.
Giapponismo, simbolismo e verismo Per comprendere Iris occorre collocarla all’incrocio di tre correnti artistiche di fine Ottocento. Il giapponismo, ovvero la fascinazione esercitata dall’arte e dall’estetica giapponesi sull’Occidente, aveva profondamente influenzato la pittura, le arti decorative e la concezione dello spazio scenico. Le stampe giapponesi offrivano prospettive insolite, composizioni asimmetriche, superfici bidimensionali e una stilizzazione della natura alternativa al naturalismo europeo. Il simbolismo, dal canto suo, privilegiava il sogno, l’allusione e la suggestione, affidando alle immagini il compito di evocare significati che la narrazione esplicita non avrebbe saputo esaurire. Il suo esempiooperisticopiù celebre resta Pelléas et Mélisande di Debussy, tratto dal dramma di Maurice Maeterlinck. Il verismo, con cui Mascagni si era imposto, sembrava perseguire un obiettivo opposto: rappresentare passioni umane riconoscibili e realtà sociali concrete.
In Iris, tuttavia, il Giappone non è un ambiente da ricostruire fedelmente, bensì un paesaggio immaginario nel quale una favola europea sulla purezza, la corruzione e la redenzione può dispiegarsi. Non siamo di fronte a un ritratto etnografico della società giapponese, ma a una costruzione estetica tipica della fin de siècle. Anche i nomi dei personaggi rivelano la natura allegorica del libretto di Luigi Illica. La protagonista porta il nome di un fiore; il padre è semplicemente Il Cieco; i due uomini che ne determinano la rovina si chiamano Osaka e Kyoto, come due grandi città giapponesi. Più che individui pienamente caratterizzati, essi incarnano differenti forme di egoismo: il desiderio predatorio, lo sfruttamento commerciale e l’autorità paterna incapace di distinguere la colpa dall’innocenza.
La vicenda è atroce nella sua semplicità. Iris, giovane e ingenua figlia di un uomo cieco, viene attirata lontano da casa da Osaka, un ricco libertino, e rapita con la complicità di Kyoto, gestore di una casa di piacere. Quando rifiuta le avances di Osaka, viene esposta al pubblico. Il padre, convinto che abbia abbandonato volontariamente la famiglia, la maledice e le getta del fango sul volto. Sconvolta dall’incomprensibile rifiuto, Iris si precipita in una fogna. Il mattino successivo, mentre i rigattieri rovistano tra i rifiuti, la giovane si risveglia e ode nella propria mente le voci dei suoi persecutori. Soltanto il ritorno del sole le restituisce una momentanea serenità: mentre muore, viene sollevata verso il cielo. La contraddizione fondamentale dell’opera sta nell’idealizzazione di una protagonista la cui purezza coincide con l’incapacità di comprendere il mondo. Iris è vittima di uomini che la desiderano, la sfruttano e infine la respingono; ma la sua elevazione spirituale avviene soltanto dopo la morte. La redenzione riscatta davvero la vittima oppure rende poeticamente accettabile la sua distruzione?
Non un'altra Madama Butterfly Il confronto con Madama Butterfly è inevitabile. Le due opere condividono un librettista, l’ambientazione giapponese e il tema della vulnerabilità femminile di fronte al potere maschile. Ma la distanza fra le rispettive concezioni drammatiche è notevole. Cio-Cio-San è una figura psicologicamente assai più articolata. La sua tragedia nasce dalla fede in un matrimonio che Pinkerton considera provvisorio, dall’incompatibilità fra due concezioni dell’impegno coniugale e dal privilegio coloniale che consente all’ufficiale americano di abbandonare la donna giapponese dopo averne sconvolto l’esistenza. Butterfly possiede desideri, convinzioni, orgoglio e capacità di autoinganno: la sua rovina è il risultato dell’incontro fra una personalità concreta e una società che non riconosce pienamente i suoi diritti. Iris appartiene invece a un universo allegorico. La sua innocenza è una condizione assoluta, e le prove che subisce servono a mettere in scena lo scontro fra purezza e corruzione. Anche il padre, cieco fisicamente, si rivela incapace di vedere moralmente: anziché riconoscere la propria figlia come vittima, ne decreta la condanna. In Madama Butterfly la morte lascia un vuoto irreparabile; in Iris viene trasfigurata in una promessa di immortalità. La differenza è sostanziale. Mascagni sublima la vittima; Puccini costringe lo spettatore a confrontarsi con le conseguenze della sua distruzione.
Entrambe le opere, naturalmente, sono segnate dall’orientalismo, nel senso indicato da Edward Said: la costruzione occidentale di un Oriente esotico, sensuale e radicalmente diverso dall’Occidente. Ma in Iris tale costruzione è più evidente. Il Giappone è soprattutto un fondale simbolico, popolato da figure che incarnano funzioni morali; in Puccini, pur senza raggiungere un’autenticità culturale assoluta, l’ambientazione acquista una maggiore concretezza psicologica e sociale.
La regia: una fiaba che si trasforma in incubo Rosetta Cucchi, che a Wexford aveva già convinto, per esempio, con Il viaggio a Reims e che a Pesaro aveva affrontato di recente L’italiana in Algeri attraverso una lettura contemporanea e provocatoria, comprende che Iris non va naturalizzata. Il suo allestimento trasforma la vicenda in un percorso onirico, nel quale lo sguardo ingenuo della protagonista determina la qualità delle immagini e il loro progressivo incupirsi. Le scene di Tiziano Santi e le videoproiezioni di Thomas Achitz delineano un Giappone stilizzato e irreale, lontano dall’esotismo convenzionale delle porte scorrevoli, dei kimono e degli ambienti tradizionali che spesso accompagnano Madama Butterfly. La regia ricorre a marionette, danza, immagini filmiche e lavoro aereo per rendere visibile l’universo fantastico attraverso cui Iris interpreta ciò che le accade. Particolarmente eloquenti sono le gabbie nelle quali vengono rinchiuse Iris e le altre donne. Non rappresentano soltanto la privazione della libertà, ma la riduzione del corpo femminile a merce. Le donne sono esposte, controllate e possedute; il lusso della casa di piacere maschera un sistema di sfruttamento. La gabbia dorata è dunque, insieme, prigione e vetrina. Nel secondo atto, l’illusione di Iris di essere giunta in Paradiso rende ancora più crudele la realtà della sua condizione. Ciò che ai suoi occhi appare incantato è in realtà il luogo della sua mercificazione. Cucchi rende così esplicita la violenza celata dietro l’estetizzazione dell’innocenza. Il terzo atto, ambientato fra i rifiuti, offre alcune delle immagini più suggestive dello spettacolo: un paesaggio ripugnante e insieme stranamente bello, nel quale Iris viene abbandonata come un oggetto ormai inutile. La sua ascensione finale verso il cielo, realizzata letteralmente in scena, può apparire troppo didascalica; tuttavia, riprende con coerenza l’immaginario celeste già sfruttato da Kyoto per attirare la giovane fuori dalla sua casa. La promessa di elevazione, prima strumento d’inganno, diventa infine realtà, sebbene soltanto attraverso la morte.
Non tutte le invenzioni hanno la medesima efficacia. La moltiplicazione di marionette, coreografie, proiezioni e numeri aerei rischia a tratti di trasformare lo spettacolo in una galleria di immagini alla ricerca di un centro. Il simbolismo non acquista necessariamente profondità per il solo fatto di accumulare simboli. Quando però le soluzioni sceniche nascono direttamente dalla vicenda, Cucchi riesce a rendere percepibile la crudeltà di un mondo che prima desidera la bellezza femminile e poi la distrugge.
Leyla Gu, un’innocenza senza sdolcinature La protagonista assoluta della serata è il soprano cinese Leyla Gu, che affronta il ruolo con sicurezza vocale, bellezza timbrica e una notevole capacità di graduare l’espressione. La sua Iris non è né una vittima convenzionale né un’immagine zuccherosa di purezza. L’ingenuità iniziale emerge senza caricature infantili; il dolore successivo acquista intensità senza degenerare in un’esibizione di isteria. La naturale duttilità, la qualità del timbro e il controllo dei colori vocali consentono a Gu di delineare una trasformazione progressiva, dalla serenità inconsapevole alla sofferenza. La sua interpretazione dell’aria della piovra, «Un dì, ero piccina», nel secondo atto, cresce fino a una climax di notevole intensità drammatica. Il ricordo di Iris riguarda un’immagine erotica di una donna avvolta dai tentacoli di un cefalopode, riconducibile alla tradizione delle stampe erotiche giapponesi e, in particolare, alla celebre Il sogno della moglie del pescatore di Hokusai del 1814. L’episodio condensa in pochi minuti il fascino e la violenza del giapponismo: l’immagine esotica seduce proprio perché trasforma la sopraffazione in oggetto estetico. Gu ne coglie il carattere perturbante senza indulgere nel sensazionalismo.
Joseph Calleja è un Osaka vocalmente imponente. Il tenore maltese, da tempo legato al Festival di Wexford, si è affermato sulla scena internazionale grazie a una voce lirica luminosa; l’avvicinamento a ruoli più pesanti ne ha accentuato la densità e la propensione a un’emissione vigorosa. La sua tendenza al forte e al fortissimo può talvolta compromettere la varietà del fraseggio, ma qui si accorda con l’indole di un uomo ricco, impulsivo e abituato a soddisfare ogni desiderio. «Apri la tua finestra» rimane uno dei momenti vocalmente più accattivanti della serata.
Jolyon Loy offre un Kyoto minaccioso, sostenuto da un timbro baritonale scuro e ricco. Il passaggio dalla seduzione alla brutalità è ben delineato: il suo personaggio non possiede il calore seducente del libertino, ma una freddezza calcolatrice che si rivela particolarmente appropriata. Calleja e Loy costituiscono una coppia di antagonisti efficaci, incarnando due forme diverse di sfruttamento: il desiderio di Osaka e il cinismo mercantile di Kyoto.
Il basso sudcoreano Jihoon Kim conferisce solidità al Cieco, la cui autorità paterna si trasforma in uno strumento di distruzione. Il personaggio è tanto più inquietante perché la sua condanna nasce dalla convinzione di difendere l’onore familiare. La sua cecità fisica diventa così una metafora dell’incapacità morale di riconoscere la vittima.
Cilluffo e i limiti della partitura Francesco Cilluffo dirige con sensibilità, valorizzando i colori orchestrali e conferendo unità all’arco drammatico. La sua conoscenza di Mascagni, già dimostrata a Wexford in altre opere del compositore, gli permette di accompagnare con convinzione i grandi slanci lirici e di mantenere la tensione nei momenti più ispirati. La partitura, tuttavia, non possiede una qualità omogenea. Fra le sue impennate più appassionate si aprono tratti nei quali il discorso musicale sembra girare su se stesso. I colori orchestrali sono spesso suggestivi, ma non sempre generano un autentico progresso drammatico; la successione di quadri finisce così per sostituirsi, almeno in parte, a una continuità psicologica.
Cilluffo riesce a contenere questi limiti senza occultarli, sostenendo le voci e lasciando respirare le pagine migliori. L’orchestra risponde con efficacia, mentre il coro preparato da Andrew Synnott svolge un ruolo essenziale nell’architettura simbolica dell’opera. Il ritorno conclusivo dell’Inno del Sole, intonato dalle parti alte del teatro, è particolarmente suggestivo. La musica sembra finalmente trovare la propria ragion d’essere: la luce che all’inizio celebrava la vita ora accompagna la morte di una giovane che il mondo umano non ha saputo proteggere. La redenzione musicale è potente, ma non cancella la brutalità delle circostanze che l’hanno resa necessaria.
Un’opera imperfetta, ma non trascurabile L’Iris di Wexford convince soprattutto sul piano teatrale e interpretativo. La regia di Cucchi chiarisce la struttura simbolica dell’opera senza eliminare tutte le sue contraddizioni; Leyla Gu restituisce umanità a una protagonista che il libretto tende a idealizzare; Cilluffo e il coro valorizzano i momenti musicalmente più riusciti, pur senza poter superare interamente le discontinuità della partitura. Rimane un’opera in cui la bellezza convive con la crudeltà, l’esotismo con la sopraffazione e la redenzione spirituale con l’ambiguità morale. Il suo Giappone è un’invenzione europea, la sua eroina un emblema di purezza e il suo finale una trasfigurazione che rischia di rendere accettabile la distruzione della vittima.
Proprio queste contraddizioni, tuttavia, impediscono di considerare Iris una semplice curiosità storica o una pallida anticipazione di Madama Butterfly. Mascagni tentò una strada diversa, trasformando il verismo in un teatro visionario nel quale il simbolo prevale sull’individuo. Non sempre riuscì a tradurre tale ambizione in musica persuasiva, ma l’allestimento di Wexford dimostra quanto il suo esperimento possa ancora stimolare l’immaginazione e il pensiero critico.
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