L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Remember me

di Luca Fialdini

Il Verdi di Pisa inaugura la stagione con il più celebre titolo di Purcell in un allestimento dal grande fascino visivo, ma che pone qualche perplessità sulla realizzazione musicale

PISA, 23 ottobre 2026 – La nuova stagione del Verdi presenta numerosi elementi di interesse, a cominciare proprio dal titolo scelto per l'apertura, vale a dire l'amato Dido and Aeneas di Henry Purcell: senz'altro non una rarità, ma da vent'anni esatti assente da questa parte dell'Arno (e, fra l'altro, questa è soltanto la seconda apparizione su questo palcoscenico). Un lieto ritorno, quindi. La coproduzione fra il Verdi e il Goldoni si segnala per un aspetto curioso: quella che viene presentata come «prima esecuzione mondiale» della «ricostruzione musicale e drammaturgica del prologo». Veloce recap per chi si addormentava alle lezioni di storia della musica: di Dido and Aeneas si sono perduti alcunipezzi; di certi passi – un po' per fortuna, un po' grazie a raffronti, intuizioni e inserimenti arbitrari, benché tratti dall’autore – si è riusciti in qualche modo a colmare le lacune, di altri no. La sezione più estesa che manca all'appello è proprio il prologo allegorico di argomento encomiastico-mitologico, un momento del tutto avulso dal resto dell'opera (come spesso accade nei titoli barocchi) del quale sopravvive il libretto, ma non la musica.

La notizia di una ricostruzione di questo sarebbe di grandissimo interesse, ma viene spontaneo domandarsi da dove provenga la musica, dato che, come detto, quella originale è perduta. La spiegazione fornita è che la partitura del prologo «è stata ricostruita con metodo filologico da Attilio Cremonesi sulla base di suggestioni purcelliane». Verrebbe da obiettare che o la procedura è filologica oppure si affida a suggestioni, ma il senso dell'operazione è chiaro: si tratta semplicemente di un à la manière de. Meno chiaro è il motivo per cui non si sia messo in musica il libretto di Tate, dato che almeno quello ci è pervenuto, mentre si è preferito chiedere a Mattia Mantellato di tradurre «l'Inno omerico a Giunone» (sic, chiamarla Era a quanto pare è démodé) in inglese antico. Ancor meno chiaro è perché ci si sia affidati a Cremonesi anziché a un compositore per la realizzazione del prologo, dato che, in definitiva, si trattava di scrivere qualcosa totalmente ex novo. Il nuovo prologo – quanto mai posticcio – è soltanto una scadente imitazione, mezz'ora da sopportare in attesa che arrivi Purcell.

È stato più interessante ascoltare il comunicato dei lavoratori rivolto al pubblico da una portavoce prima dell'inizio dell'opera, preceduto da un pacifico volantinaggio in via Palestro.

La levata del sipario ha chiarito sin da subito che il punto di forza di questa produzione era il comparto scenico, impressione rafforzatasi con il procedere della rappresentazione. Le scene di Francesco Bondì, che firma anche regia e costumi, sono davvero splendide: potentemente evocative, essenziali nel senso che non concedono nulla al superfluo, cariche al tempo stesso di un calore mediterraneo inteso non in senso oleografico e di quel suggestivo surrealismo metafisico che – volendola tirare un po' per i capelli – può ricordare De Chirico o il contemporaneo Chiapello. In sintesi, con le scene si è centrato l'obiettivo come meglio non si sarebbe potuto; altrettanto riuscita è la regia, che lavora per sottrazione e amplifica la potenza comunicativa del titolo. Meravigliosamente integrate le luci di Nicola Savazzi; quanto alle coreografie di Sabrina Vicari, non disturbano – dato che chi scrive non ne capisce nulla – e regalano persino qualche momento invero toccante. Unico aspetto (fortemente) opinabile, i costumi: paiono una versione camp della Medea di Pasolini, anche se bisogna riconoscere che l'abito di Dido è stupendo.

La realizzazione musicale lascia alquanto perplessi: ritrovarsi nel 2026 davanti a un barocco cerebralmente morto, quale si poteva ascoltare cinquant'anni fa e oltre, è davvero un contropiede inatteso. È tutto fiacco nella lettura proposta, metronomi lenti, nessun nerbo, nessun afflato drammaturgico; nella direzione di Cremonesi manca proprio una direzione. In queste condizioni fatichiamo un po' persino a riconoscere gli ottimi Auser Musici. Oltre a questo, non sappiamo veramente che dire. È comunque tutto pulito, con palco e buca in equilibrio, e bello il finale.

Il Coro Arché preparato da Marco Bargagna si rivela davvero molto efficace anche in questo repertorio. Più volte, in queste pagine, ne abbiamo lodato le prestazioni, ma ritrovarlo così sul pezzo anche nel barocco è una gradevole rivelazione.

Il cast solistico è generalmente adeguato alla situazione. A onor del vero, è composto da vocine (alcune anche ine ine), con l'eccezione della coppia eponima; ma, in tutta franchezza, in un frangente in cui il palco è sempre deserto e la buca è stata messa in sordina, questo non rappresenta mai un problema.

Ben centrata Valentina Coletti nel duplice ruolo della Second Witch e del Sailor, così come si apprezza il timbro scuro di Anita Monserrat (First Witch e Spirit). Ci sarebbe piaciuto ascoltarle in una scena delle streghe più sbrigliata – il «But ere we this perform» più lento e anestetizzato mai udito – ma certe scelte non dipendono dal cast, e questo non cancella l'impressione positiva. Molto corretta, sia nel fraseggio sia nell'articolazione, Margherita Sala (Sorceress), che si distingue anche per una buona presenza scenica.

La Second Woman di Erica Zulikha Benato necessiterebbe forse di maggiore spessore; tuttavia, si segnala positivamente nel bel duetto con Belinda («Fear no danger to ensue») e offre una buona prova in «Oft she visits this lone mountain», anche se chi scrive, ogni volta che sente nominare quel personaggio, non riesce a non pensare a «La corona che adorna d'Atteon l'irte chiome su voi già spunta».

Apprezzabile anche la Belinda di Penelope Kendros per la precisione e la leggerezza dell'articolazione, il controllo del vibrato e il timbro luminoso; buona l'interpretazione di «Pursue thy conquest, Love». I risultati migliori arrivano comunque nei momenti a due con Dido.

Il bravo Enea Scala, qui chiamato a interpretare il suo omonimo, si trova nella scomoda situazione di dover maneggiare un personaggio bidimensionale e, soprattutto, musicalmente molto meno autonomo di Dido. Una delle questioni più spinose e interessanti del titolo è proprio il fatto che la tragedia non offra una simmetria fra i due amanti: Dido può giovarsi di ampi interventi solistici, mentre Aeneas resta legato a una dimensione prevalentemente declamatoria. In questo spazio, Scala riesce comunque a estrinsecare il proprio conflitto interiore in modo convincente: rimane per forza di cose ancorato all'azione e alla necessità di giustificarsi, riuscendo però a imporsi scenicamente con un'interpretazione sentita.

Complesso il discorso sulla protagonista. Doverosa premessa: chi scrive è assolutamente di parte, in quanto ama, venera et adora Anna Caterina Antonacci in tutte le sue forme e manifestazioni. Volendo comunque cercare di mantenere l'obiettività, c'è un'ombra importante sulla realizzazione musicale della parte che si chiama vibrato, abbastanza ampio nel caso in esame da inficiare la nettezza della linea vocale. Si può discutere su molte cose, su cosa intendiamo per voce barocca, su quanto un timbro possa essere adeguato al ruolo o su quanto vibrato si possa o non si possa usare, ma su un punto non si può divergere: il barocco dev'essere nitido. Delle figurazioni di sedicesimi non ben sgranate non rappresentano un problema di prassi, sono semplicemente un errore.

Quanto all'interpretazione, non si può far altro che reiterare l'esortazione di Schumann: «Giù il cappello, signori». Antonacci ritrae la sua Dido fondendo in modo unico fragilità, tenerezza, nobiltà, dolore senza lacrime e un fuoco che non cede all'esasperazione del carattere. Uno degli aspetti più sbalorditivi – e comunque cifra distintiva dell'artista – è la totale aderenza fra parola e suono, la capacità di trasformare in ogni momento il canto in recitazione. Nel più celebre momento dell'opera, il lamento conclusivo, questa qualità imprime una poderosa svolta all'intera serata, facendo sì che sia valsa la pena di assistere alla rappresentazione.

In breve, com'è stata questa Dido? Non eccezionale, ma nemmeno da scartare: una situazione di mezzo che la relega in un limbo non troppo interessante. Il vero problema è che Pisa, nel passato recente, ci ha abituati a livelli incredibili per le produzioni barocche, basti menzionare quel memorabile Girello di Melani con la Compagnia Colla (sempre con Auser Musici in buca) e la straordinaria esperienza della Beggar's Opera con la regia di Robert Carsen (!), ricordi vividi che proiettano ancora le proprie ombre.

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Ravenna, Il ritorno d’Ulisse in patria / Dido and Aeneas, 18-19/11/2024

Bologna, Dido and Aeneas / Die sieben Todsünden, 16/03/2024

Siena, Elissa / Dido and Aeneas, 29/08/2023


 

 

 
 
 

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