L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Di Giove e di Dio

 di Stefano Ceccarelli

All’Accademia Nazionale di Santa Cecilia torna il suo precedente direttore stabile, Antonio Pappano, in un concerto apprezzatissimo dal pubblico, con un programma di respiro: la Sinfonia n. 41 in do maggiore “Jupiter” K551 di Wolfgang Amadeus Mozart e la Messa n. 3 in fa minore “Grosse Messe” per soli, coro, organo e orchestra di Anton Bruckner.

ROMA, 2 novembre 2025 – Per Antonio Pappano l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia è e sarà sempre casa: il pubblico lo ama e lo apprezza, anche e soprattutto in omaggio ai molti anni di eccellente lavoro che ha fatto con l’orchestra, il coro e le maestranze tutte dell’Accademia. Ogni suo concerto, quindi, è accompagnato da un palpabile affetto. Se poi il concerto presenta due capolavori come la “Jupiter” di Mozart e la “Grosse Messe” di Bruckner, lo si apprezza ancor di più.

Pappano ha già diretto diverse volte la “Jupiter” nei cartelloni dell’Accademia, una sinfonia che si apre ad una struttura e ad una scrittura che guardano sensibilmente alla temperie romantica. Questa sera il direttore ha una bacchetta decisa, sottolineando vistosamente i giochi chiaroscurali (grazie ad un polso deciso in particolare nelle dinamiche), grazie ai passaggi degli archi che producono un contrasto argentino. Fin dall’Allegro vivace (I), quindi, Pappano dimostra di aver scelto una conduzione vivida, beethoveniana, intensa, sostenuta nell’agogica – lo si sarà notato, soprattutto, nello sviluppo proprio del I movimento. Nell’Andante cantabile (II), se si vuole, la direzione ‘espressionista’ è ancor più carica: Pappano va a cavare le più impercettibili variazioni dinamiche, sottolineando ancora la linea degli archi (in particolare in rapporto all’impasto dei legni), evidenziando le dinamiche. L’agogica è sostenuta, ma non rigida, equilibrata anche da un sapiente gioco di brevi (ma significative) pause. Il Minuetto (III) è, forse, il movimento più convenzionale – ma non per questo meno d’effetto – sul piano della conduzione: comunque, Pappano si premura di ispessire il suono nei crescendo, guardando a sonorità già romantiche. Il IV movimento (il Molto Allegro) è l’apoteosi della conduzione espressionista di Pappano, che cava colori poco valorizzati nelle più tradizionali letture di questo capolavoro mozartiano: emergono elementi della tessitura orchestrale (come alcuni glissando degli archi) che paiono quasi dissonanze. Tutti vengono applauditi.

Nel secondo tempo, Pappano dirige l’imponente “Grosse Messe” di Bruckner. Anche in questo caso, Pappano sceglie una conduzione infusa di vibrante energia e un volume che facilmente sfocia in potenza sonora. Nel Kyrie, il direttore apre progressivamente il suono a disegnare la grande climax, il che mette in evidenza la struttura ‘organistica’, a grandi campiture, della scrittura di Bruckner: il tutto, però, senza perdere un equilibrio, soprattutto con la linea del coro, il quale donerà, durante l’intera messa, un’interpretazione magnifica, delibando tutti i colori della tavolozza bruckneriana. Basti citare, per esempio, l’attacco e la conclusione del Gloria, di immane potenza, con il coro in omofonia – e l’orchestra a sorreggerlo, senza esagerare né strappare. Del resto, questa «alternanza di pieni e vuoti» (S. Sablich, dal programma di sala) è una caratteristica costante della “Grosse Messe” e Pappano la mette particolarmente in evidenza nel Credo, dove le voci soliste sono maggiormente impiegate da Bruckner: l’Et incarnatus, che presenta una non facile scrittura tenorile, alta e tesa, mette a dura prova Pavel Černoch, che sceglie di affrontarla muscolarmente e attacca non senza scricchiolii e offuscamenti del timbro, proseguendo lievemente meglio con l’andare dell’arioso. Nel Crucifixus, Giorgi Manoshvili dona al pubblico la sua ennesima lezione di canto: dotato di un mezzo vocale sontuoso, di un timbro profondo, scuro, Manoshvili sfoggia un fraseggio regale, rendendo il Crucifixus ieratico, pieno, espressivo. Letteralmente magnifico l’Et resurrexit, dove il coro si slancia, tagliente come una lama; stupendo, anche, il passaggio sulle parole «non erit finis», dove il coro indugia e pare librarsi in folate delicate, che preludono alla potente ripresa. L’intero quartetto vocale si distingue in una sontuosa esecuzione del Qui locutus est: qui devono essere citate, accanto a Černoch e Manoshvili, anche Natalya Romaniw (soprano) e Szilvia Vörös (contralto) – certamente è Romaniw a farsi notare, per una voce rotonda, ben proiettata in acuto. La conclusione del Credo, cioè l’Et vitam venturi, risulta sublime nella sovrapposizione fra la titanica linea corale e l’adamantina linea degli archi, le cui linee ascendono e proiettano le voci in un’empireo sonoro così tipicamente bruckneriano (si pensi alla sua ultima sinfonia). Il Sanctus è aperto da Pappano con una magnifica progressione nell’Hosanna in excelsis; il quartetto del Benedictus, in sé stupendo, è forse troppo calcato dalla mano del direttore, che ha comunque un’idea decisamente titanica di questa partitura. Nell’Agnus Dei, comunque, Pappano è più introverso, meno netto con la sua bacchetta: il quartetto delle voci è leggermente più soffuso, considerando comunque che il direttore utilizza un’alternanza molto netta nelle dinamiche, per rendere più vivida la partitura. La standing ovation finale testimonia che il pubblico ha apprezzato.

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