L’Ape musicale

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di Mario Tedeschi Turco

Antonio Pappano e la London Symphony Orchestra, in tournée italiana con il pianista Seong-Jin Cho, aprono il Settembre dell'Accademia a Verona con un programma che verte su un'eccellente interpretazione di Šostakovič e Beethoven; un po' meno interessante la prova del solista nel Secondo concerto di Chopin.

VERONA, 7 settembre 2025 - Ha preso avvio domenica 7 il «Settembre dell’Accademia» veronese, festival di grandi orchestre internazionali che è giunto quest’anno alla sua 34esima edizione. Inaugurazione in grande, con una nuova tappa della tournée italiana della London Symphony Orchestra diretta da Antonio Pappano, con la partecipazione del pianista sudcoreano Seong-Jin Cho, vincitore nel 2015 del Concorso Chopin, ben conosciuto anche grazie a diverse registrazioni Deutsche Grammophon ottimamente recensite in varie sedi. La serie di concerti che la LSO ha tenuto in Italia ha visto una programmazione molto variata, a seconda delle città, e a Verona si è principiato con un omaggio a Shostakovich nel cinquantesimo anniversario della morte, con l’esecuzione della Nona Sinfonia. Ultima delle ‘sinfonie di guerra’, è quella dal tono più vitalistico, memore di costruzioni classiche e neoclassiche, senza rinunciare alle inflessioni più marcatamente sardonico/grottesche, tipiche della cifra del suo autore. Difficilmente si potrebbe immaginare un’esecuzione migliore di quella proposta da Pappano e dalla sua orchestra: suono rigoglioso, apporto degli strumentini di rilevato virtuosismo, voci diverse del contrappunto stagliate con nitore, vigoroso incedere di tempo e ritmi, stimmung nostalgica, giubilante e sarcastica allo stesso tempo, secondo una lettura della cifra del suo autore che ci è parsa perfettamente in linea con la sua amletica forma mentis. Su tutto, uno splendore fonico ottenuto con il bilanciamento ideale delle sezioni e con la loro smagliante maestria: un felicissimo caso nel quale la profondità di interpretazione del direttore trova nel suo strumento una risposta perfetta.

Con il Secondo concerto di Chopin, le fila della LSO si assottigliano e il compito di dare suono e senso all’opera è passata nelle mani del solista. Pregi di Cho ci sono parsi una tecnica digitale di prim’ordine e un rigore ritmico ferreo, con un’ottima intesa con Pappano nello sviluppo del primo tempo, in cui il dialogo tra solista e orchestra si fa particolarmente serrato. Del pari, la differenziazione tra tempo di valzer e tempo di mazurca, tra primo e secondo tema dell’ultimo movimento, sono stati resi con la giusta variazione necessaria (non sempre accade, c’è da dire). Però, per quanto riguarda profondità del suono, analisi delle voci interne, fuoco epico e soprattutto abbandono lirico (in quello che è una delle più geniali melodie inventate da Chopin – e quindi da qualunque compositore: la cantilena all’italiana con arabeschi del «Larghetto»), Cho non ha forse trovato quegli slanci necessari per lasciare un segno effettivo, non che di genio, ma di necessaria costruzione romantica del decorso strutturale. E uno Chopin che suoni correttissimo, ma compassato e freddino, non ci pare uno Chopin da ricordare. Bis ancora chopiniano, il Valzer “di un minuto” (op. 64 n. 1).

Seconda parte della serata occupata dalla Sinfonia n. 5 di Beethoven, altra occasione per la LSO per sfoderare fasto di suono e sontuose qualità di timbro in ogni sezione: Pappano cerca e trova verve, dinamismo, brillantezza, con un controllo assoluto dell’ensemble grazie a un gesto essenziale ma sempre incalzante. Un Beethoven di olimpica nettezza, privo di quell’angoscia che altri direttori portano in primo piano (grazie a note più tenute al termine delle frasi e delle semifrasi, per esempio, e al conseguente effetto di risonanza auratica, che invece Pappano evita), dai contrasti tendenti allo sfumato e autenticamente epico solo nel movimento finale: che forse proprio per questo è risuonato con gesto, proporzioni e accenti singolarmente sbalzati. Pubblico entusiasta e un solo bis, il classico Nimrod dalle Variazioni Enigma di Elgar, che lo stesso Pappano ha introdotto (in perfetto italiano) come inno alla fratellanza universale.

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