Dalla Spagna con furore
La stagione estiva del Teatro Massimo di Palermo propone in forma di concerto la rara Navarraise di Jules Massenet, con l’esuberante direzione di Diego Matheuz alla testa di un’orchestra assai partecipe e le ottime prove protagonistiche di Caterina Piva e Jean-François Borras.
Palermo, 3 luglio 2026 - Dopo il dittico formato da Aleko e Pagliacci in apertura di stagione e precedendo la ripresa autunnale con Cavalleria rusticana, il Teatro Massimo di Palermo torna a soffermarsi su un altro titolo breve (due atti con intermezzo strumentale) ad alto tasso di drammaticità della seconda metà dell’Ottocento, La Navarraise di Jules Massenet, opera di non frequente esecuzione nonché unico appuntamento di una certa lodevole audacia programmatoria nell’ambito di una stagione estiva dalla cifra complessiva piuttosto asfittica.
Assecondando il colore locale ispanico, per far serata, si antepone all’opera la seconda suite da El sombrero de tres picos di Manuel de Falla che consente a Diego Matheuz, al suo debutto al Teatro Massimo, di rodare l’intesa con la compagine strumentale. Fatte salve le cautele del caso il discorso musicale si dipana con buona scorrevolezza in vista della pagina operistica in cui il direttore venezuelano si tuffa con ammirevole convinzione, trascinando con gesto efficiente e efficace le masse artistiche del Massimo palermitano in scelte agogiche brucianti nonché in un’aggressività timbrica che ben si attaglia alla drammaturgia a tinte fosche del titolo massenetiano.
Alle prese con la navarraise Anita è l’emergente mezzosoprano Caterina Piva, che piega con duttilità la pregevole pasta timbrica del proprio strumento – di apprezzabile ampiezza – a tutte le sfaccettature dinamiche di una parte modellata sulle leggendarie possibilità interpretative di Emma Calvé. Nonostante l’approccio concertistico senza neanche una mise en espace potesse risultare limitante, anche la componente espressiva è ben sviluppata fino all’isterica risata che conclude la breve scena di pazzia al termine dell’opera. Non di impari valore è l’amato Araquil, impersonato da un sonoro Jean-François Borras, non sempre squillante su tutta la gamma, ma capace di una buona proiezione e di ottime intenzioni interpretative.
Prova notevole nei panni del generale Garrido dà anche Simón Orfila, che sfoggia una sorprendente saldezza di emissione, non comune per i bassi di lungo corso. Al baritono Diego Savini spettano le parti del padre di Araquil, motore del dramma, e quello comprimariale di Bustamante, disegnate entrambe con correttezza. Infine Blagoj Nacoski completa la distribuzione come sufficiente Ramon. Dopo ultime prove interlocutorie anche il Coro istruito da Salvatore Punturo sembra aver ritrovato lo smalto di un tempo.
Le presenze di pubblico non premiano la stimolante proposta, quantomeno numericamente, giacché la temperatura degli applausi finali rende invece giustizia del ragguardevole esito artistico della proposta.
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