Il pallor dell’alba

di Antonino Trotta

La Turandot del circuito OperaLombardia inaugura la stagione d’opera del Teatro Fraschini di Pavia: l’ottima concertazione di Alessandro D’Agostini, l’efficace regia di Nadir Dal Grande e il cast, nel complesso, ben selezionato, concorrono alla riuscita di uno spettacolo di apprezzabile qualità musicale e teatrale.

Pavia, 11 ottobre 2026 – L'ultima nota di Puccini si spegne sul sacrificio di Liù. Poi, il silenzio. Un silenzio che la morte del compositore ha consegnato alla storia del melodramma e che, a distanza di oltre un secolo, continua a interrogare chiunque si accosti a Turandot. La principessa di gelo resta prigioniera della propria crudeltà, Calaf non ha ancora conquistato il suo amore e l'alba, tanto attesa, tarda a rischiarare le tenebre di una Pechino sospesa tra fiaba e incubo. Il finale, affidato dalla posterità ad altre mani, tenta di ricomporre ciò che Puccini ha lasciato irrisolto: il passaggio dall'odio all'amore, dalla morte alla vita, dalla ferocia alla redenzione. Ma quanto può apparire credibile una simile metamorfosi, dopo che il sangue innocente di Liù ha macchiato irrimediabilmente la vicenda?

È attorno a questo interrogativo che Nadir Dal Grande costruisce la propria lettura dell'ultimo capolavoro pucciniano, ora in scena nel circuito di OperaLombardia, scegliendo di arrestare la narrazione là dove si interrompe la mano del compositore e di fare dell'incompiutezza una precisa dichiarazione drammaturgica. Nessuna riconciliazione, nessun trionfo amoroso, nessuna redenzione per la principessa. Soltanto un'alba che, anziché promettere un nuovo inizio, irrompe come una luce accecante sulle rovine di un mondo consumato dalla violenza e dalla superstizione. Un mondo nel quale il sacrificio di Liù non schiude la strada alla felicità, ma spezza definitivamente l'incantesimo, lasciando ciascuno a confrontarsi con il vuoto e con le proprie colpe. La lettura di Dal Grande prende così forma in una dimensione sospesa tra il rito e l'incubo, in una Pechino che ha smarrito ogni traccia dell'antico splendore, ridotta a un universo di rovine nel quale il tempo sembra essersi arrestato. La popolano figure spettrali, piegate dal peso della superstizione, incapaci di distinguere la realtà dalle proprie paure. Su questa umanità smarrita domina una Turandot che ha ormai trasceso la propria natura terrena per farsi idolo, divinità lunare, incarnazione di una luce fredda e mortifera. Il suo volto si confonde con quello della Luna, mentre una costellazione di teste mozzate, appartenute ai principi che hanno invano tentato di sciogliere gli enigmi, ne alimenta il culto sanguinario. La principessa non è più soltanto una donna crudele, ma il simulacro di un potere che si nutre del terrore dei propri sudditi, fino a diventare quasi un'entità astratta, un'immagine costruita e venerata da chi le si sottomette.

Anche lo spazio scenico, essenziale e spoglio – scenografie e costumi recano la firma dello stesso Dal Grande –, partecipa di questa desolazione, restituendo l'immagine di un regno frantumato, nel quale ogni ricordo della passata grandezza appare irrimediabilmente sbiadito. Ping, Pong e Pang ne sono i malinconici custodi, testimoni di un ordine ormai prossimo al disfacimento, mentre l'imperatore Altoum, relegato sulla sommità di un piedistallo dorato, assiste impotente alla rovina del proprio popolo. Ne scaturisce un racconto asciutto, tenebroso, spogliato di ogni compiacimento decorativo, ma costruito con mano sicura e apprezzabile sensibilità teatrale. Una qualità che emerge soprattutto nella movimentazione delle masse corali, presenze tanto generose quanto insidiose per qualsiasi regista chiamato a confrontarsi con la monumentalità della partitura pucciniana. Dal Grande le governa invece con intelligenza, distribuendole nello spazio con criterio e senso del ritmo, integrandole in un discorso visivo coerente, persino aggraziato nella sua essenzialità. Ne deriva una fluidità scenica tutt'altro che scontata, capace di restituire la grandiosità dei momenti d'insieme senza cedere alla tentazione dell'accumulo, né a quella goffaggine che rischia di trasformare le grandi scene corali in un maldestro passaggio di elefanti in un negozio di porcellane cinesi. Prezioso è anche il contributo delle luci di Jenny Cappelloni, che assecondano con sensibilità le atmosfere cupe dell'allestimento, modellando gli spazi e accentuandone la dimensione sospesa e spettrale. Suggestivo soprattutto il finale, quando un fascio di luce abbagliante investe improvvisamente la platea, quasi a voler trascinare anche il pubblico dentro quell'alba impietosa che dissolve l'incantesimo. Una soluzione forse un poco retorica nella sua esplicita ricerca dell'effetto, ma ben contestualizzata nel disegno drammaturgico, del quale costituisce un epilogo visivamente efficace.

In buca, Alessandro D’Agostini, alla guida degli ottimi complessi de I Pomeriggi Musicali, legge il capolavoro pucciniano con un eccellente senso delle proporzioni, dosando con sapienza le diverse componenti strumentali e dando vita a una concertazione atmosferica, avvolgente, di notevole suggestione. Una lettura che rende piena giustizia alla densità dei grandi quadri orchestrali, senza tuttavia appesantirli con quella pomposità grandiosa e trionfalistica nella quale è facile indulgere, e che sa alternare alla magnificenza dei momenti corali pagine più flessuose, morbide, intimamente evocative. La narrazione procede fluida e serrata, sostenuta da un tessuto agogico governato con grande duttilità, in un continuum agile, mai impacciato, sempre sensibile alle esigenze del testo e alle sue molteplici sfumature espressive. D'Agostini sa essere trasparente e delicato nelle pagine affidate a Liù, garbatamente eroico nella sequenza degli enigmi, incisivo nei grandi affreschi d'insieme, senza mai concedere nulla al plateale o all'effetto fine a sé stesso. Emblematica, in questo senso, la scelta di non arrestare la concertazione dopo Nessun dorma, sottraendo opportunamente la celebre aria alla consuetudine di trasformarla in un'occasione di facile consenso. D'Agostini prosegue invece imperterrito, senza spezzare la tensione drammatica né interrompere un climax che, lungi dall'esaurirsi nell'ultima nota del tenore, trova proprio nella prosecuzione del discorso musicale la propria naturale ragion d'essere. Una scelta di intelligenza teatrale, coerente con una direzione che privilegia sempre la continuità della narrazione rispetto all'esibizione del singolo momento, restituendo alla partitura tutta la sua ricchezza di colori, contrasti e atmosfere.

Nel complesso ben assortito il cast vocale, nel quale si fa particolarmente apprezzare l'ottimo Calaf di Eduardo Nieve, che affronta l'inflazionata parte del principe ignoto con uno strumento ben addomesticato, ricco di squillo e saldamente proiettato, senza mai cedere alla tentazione di gonfiare il suono o di cercare l'effetto a tutti i costi. Niente vene del collo sul punto di esplodere, dunque, né ostentazioni muscolari di un eroismo vocale tanto fragoroso quanto fine a sé stesso. Al contrario, Nieve canta con musicalità attenta, fraseggio curato e accento franco, restituendo al personaggio una dimensione più umana e credibile, lontana dalla consueta baldanza di un Calaf troppo spesso tronfio e compiaciuto, e trovando nella naturalezza dell'espressione una verità teatrale che facilmente si smarrisce nella ricerca disperata dei decibel. Ottima anche la dolce Liù di Songha Lee, che mette al servizio del personaggio uno strumento prezioso, governato con intelligenza e squisita sensibilità musicale. Si apprezzano soprattutto la bellezza del legato, la delicatezza dell'emissione e la naturalezza con cui la voce si dispiega lungo la linea melodica, senza mai perdere consistenza o intensità espressiva. Il fraseggio, vibrante e partecipe, sa accendersi di emozione senza sguazzare in facili sentimentalismi, trovando in ogni accento una misura di autentica commozione. Una Liù perfettamente centrata, dunque, tenera ma mai leziosa, fragile senza essere remissiva, capace di esprimere tutta la luminosa umanità del personaggio e di farsi cuore emotivo della vicenda. Libby Sokolowski incarna invece una Turandot altera e monumentale, affidandosi a uno strumento più imponente, dal registro acuto sciabolante e dalla spiccata incisività drammatica. Una vocalità che ben restituisce la fierezza imperiosa della principessa, ma che tende talvolta a irrigidirsi in un'emissione eccessivamente perentoria, non sempre immune da qualche asprezza e da una certa inclinazione allo strillo. Non mancano, tuttavia, le sfumature, come nell'implorazione rivolta al padre, dove la voce si ammorbidisce in un fraseggio più raccolto e partecipe, forse persino più convincente delle folgoranti saettate. Una fierezza quasi ieratica che, pur lasciando talvolta in secondo piano la varietà espressiva, trova piena corrispondenza nella concezione registica di Dal Grande.

Paolo Ingrasciotta, Giacomo Leone e Giulio Putrino vestono i panni di Ping, Pong e Pang con musicalità attenta e capacità attoriali notevoli: affiatati, disinvolti, sempre puntuali nel gioco delle reciproche battute, sanno restituire al terzetto quella vivacità teatrale che ne costituisce la cifra più autentica, senza tuttavia ridurlo a un semplice intermezzo farsesco. Il fraseggio è curato, gli interventi ben calibrati, l'intesa scenica felicissima, soprattutto nei momenti in cui l'ironia lascia affiorare la malinconia di tre personaggi ormai disillusi, custodi nostalgici di un mondo irrimediabilmente perduto. Baopeng Wang, Timur, canta con voce profonda e accento toccante le note d'amore forse più autentiche dell'intera partitura, affidando alla nobiltà del fraseggio e alla sincerità dell'espressione il dolore composto di un padre. Particolarmente intenso il suo intervento nel finale, dove la voce si carica di una struggente tenerezza, regalando uno dei momenti di più viva commozione della serata. Completano correttamente la locandina l’ottimo Mandarino di Francesco La Gattuta, Marco Tomasoni (il principe di Persia), Chiara Ciurlia e Laura Dacomo (prima e seconda ancella). Valida la prova del Coro OperaLombardia e del Coro di Voci Bianche del Teatro Sociale di Como, istruiti rispettivamente da Riccardo Bianchi e Davide Dell’Oca.

Fraschini gremito e applausi scroscianti per tutti gli artisti.

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