L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Lezione di stile

di Michele Olivieri

Alla Scala è giunto il ballet d’action Le Corsaire nella trasposizione creata nel 2016 da Manuel Legris, prima sua rilettura dei classici dell’Ottocento, promossa a pieni voti per classe, finezza e ricercatezza di un’epoca che ha dato lustro alla coreutica, in cui non mancano limpida comprensione drammaturgica e caratteristiche poetiche di intensa natura.

MILANO, 17 marzo 2023 – Il direttore del Balletto al Teatro alla Scala, Manuel Legris, ha infuso alle coreografie di questo Corsaire un senso del vissuto curato in ogni suo aspetto per una innovativa versione (da Petipa) che attinge alle preziose tradizioni della Russia e della Francia, miscelando sapientemente la pantomima, il ballo, le luci e i costumi in una produzione elegante e maestosa, i fondali dipinti riproducenti paesaggi tipici, negli stilemi della consuetudine pittorica-teatrale. “Ballettone” in tre atti, un prologo e un epilogo dal sapore fantastico, tipico dell’epoca d’oro del XIX secolo, è stato uno degli ultimi balletti firmati da Joseph Mazilier e l’ultimo nato da Adolphe Adam prima della sua dipartita pochi mesi dopo il debutto. Originariamente venne creato per la bolognese Carolina Rosati (1826-1905) quando lei e la sua collega, la vogherese Amalia Ferraris (1828-1904), giunsero all’Opéra di Parigi nel 1855 come nuove “prime ballerine”. Le Corsaire trasuda passione e romanticismo, impavida azione, tra danze di gruppo ed esibizioni virtuosistiche, in cui spiccano la precisione dei brani più celebri, come il Pas des forbans, Le jardin animé, il Pas d’esclave, il Grand pas de trois des odalisques, la Danza delle donne corsare e l’insostituibile Pas de deux. La narrazione si dipana in un’ambientazione esotica, dove trovano posto pirati e schiavi, tempeste e rapimenti, uccisioni e cospirazioni, una grotta, un pascià e il sogno in un bellissimo giardino, le avventure del pirata Conrad per salvare la sua amata Medora riempiono la storia d’amore con un irresistibile spirito d’avventura, grazie al buon gusto, all’artigianalità del mestiere e all’incalzante ritmo che restituisce appieno l’essenza della grandeur ottocentesca. Le Corsaire è di per sé una notevole sfida. La sua trama narrativa è obsoleta, difficile da adattare e da rapportare ai nostri tempi. L’uso della massiccia pantomima presenta un’altra sfida non solamente per i ballerini ma anche per gli spettatori che non sono più avvezzi a questo tipo di vocabolario. È un’opera complessa, ma il pregio di Legris è quello di aver offerto un allestimento capace di raccontare la drammaturgia senza bisogno di ricorrere a letture o ad approfondimenti preventivi per seguire e comprendere al meglio lo svolgersi della narrazione. Ciò che conta primariamente sono le scenografie, i costumi, gli oggetti di scena, le luci, l’azione, i tempi, la coreografia e soprattutto l’interiorizzazione dei vari ruoli per restituire a piene mani emozioni ed empatia. Tra tutte quelle viste fino ad oggi, personalmente ritengo che questa versione sia nettamente la migliore. Si è ben consapevoli, fin da subito, di assistere ad un qualcosa ideato da chi conosce perfettamente il balletto in senso lato, l’arte, la storia. Le decorazioni e i costumi di Luisa Spinatelli non tradiscono mai per delicatezza, e per quell’immagine così tanto cara ai puristi, che ci dipinge un’atmosfera fané che non vuol dire sfiorita, bensì aggraziata, rivelando oggi l’aspetto non più fresco come una volta, ma con una sua bellezza ancora in grado di rapire gli animi più sensibili. La scena del giardino con il suo trionfo di ghirlande di rose è senz’altro uno dei quadri più irresistibili, e applauditi, che quasi sfugge alla descrizione; è delicata, fragile, di una bellezza conturbante. La direzione di Valery Ovsianikov è apparsa brillante con qualche lieve sfasamento. Le tre odalische danzate da Maria Celeste Losa, Alessia Auriemma, Caterina Bianchi sono risultate sincronizzate e adattate alle singole fisicità e tecniche. Rinaldo Venuti e Linda Giubelli (Birbanto e Zulmea) hanno portato una ventata d’aria fresca, brio, gioia e una salda interpretazione ricca di sfumature. Gioacchino Starace ha assunto con l’abituale naturalezza le sembianze mimiche di Pascià Seyd, al cui arrivo in piazza i mercanti di schiavi si affollano per offrirgli belle ragazze, ma nessuna di loro gli piace, finché non scorge Medora e ne è rapito. Tra il Conrad di Mattia Semperboni e la Medora di Alice Mariani è risultata palpabile la chimica che si è creata in palcoscenico. Lui è un ballerino estremamente dotato, con una tecnica pulita, temperamento e belle linee (originariamente questa non era una parte ballata, ma fu affidata ad un mimo italiano, Domenico Segarelli). Di lei, da poco nominata prima ballerina alla Scala, si è ammirato il vigore, la grazia distinta e l’intrepidezza. Camilla Cerulli nel ruolo di Gulnare ha mostrato padronanza, forza e musicalità. Federico Fresi nella parte di Isaac Lanquedem, il venditore di schiave nel bazar della città di Andrianople, è parso sicuro nel dominare le proprie abilità al fine di essere in grado di catturare lo spettatore, seppur con qualche affettazione di troppo. Applausi a tutti gli altri danzatori che ormai da tempo hanno abituato il pubblico alla loro insita duttilità. Storicamente è ben risaputo che l’idea per Le Corsaire sia venuta da un’indicazione dell’Imperatrice Eugénie - l’ultima sovrana di Francia - fervente appassionata di balletto, la quale alla prima visione ne restò così incantata da affermare: “In tutta la mia vita non ho mai visto, e probabilmente non vedrò mai più, nulla di più emozionante e bello.” Forse se fosse sopravvissuta fino ai nostri giorni per ammirare anche la versione di Legris (tra l’altro con la splendida partecipazione dei giovanissimi allievi della Scuola di Ballo della Scala diretta da Frédéric Olivieri) si sarebbe ricreduta.

Michele Olivieri


 

 

 
 
 

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