L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Tappe e incontri

di Antonino Trotta

Il controtenore Filippo Mineccia apre la nuova stagione del Teatro Municipale di Piacenza con un concerto che eccelle per idea e resa: accompagnato dai Cameristi Farnesiani diretti da Luca Oberti, Mineccia ripercorre le tappe e gli incontri del secondo viaggio di Mozart in Italia.

Piacenza, 24 settembre 2021 – Che Piacenza sia, fra i teatri della Penisola di tradizione e non, un modello di virtuosismo assoluto è ormai risaputo in tutto lo stivale. Merito, ovviamente, è della direttrice Cristina Ferrari che a competenza, lungimiranza e capacità affianca poi un singolare intuito nella selezioni di titoli, artisti e territori da esplorare, facendo così eccellere il suo Municipale in quei meandri della letteratura a cui gli altri non osano nemmeno avvicinarsi. Anche il concerto che inaugura la stagione autunnale, consegnato alle premure di un musicista colto e raffinato come Filippo Mineccia, profuma – soprattutto se allacciato alla bellissima produzione di Aci, Galatea e Polifemo con Raffaele Pe – di ennesimo colpo da maestro e conferma l’interesse della direzione al microcosmo dorato dei controtenori, un microcosmo che pur costellato da divi e stelle iridescenti al par di Bartoli e Netrebko, fatica ancora un po’ a ritagliare il proprio spazio sulla piazza italiana. Eppur si tratta di serate, come quella in fe, che spesso all’utile fanno corrispondere il dilettevole, in cui tra un gorgheggio al fulmicotone e una messa di voce lunga ore si riscoprono gemme altrimenti destinate all’oblio, dove insomma del melomane si appaga tanto il fabbisogno di tecnicismo sfrenato quanto il desiderio di scoprire qualcosa di nuovo.

Ecco allora che Filippo Mineccia, nell’intessere un programma ispirato al secondo viaggio di Mozart in Italia (1771), non si limita a presentare in concerto le arie, se non notissime diciamo quantomeno reperibili, di Farnace, Ascanio, Giuditta – rispettivamente da Mitridate re di Ponto, Ascanio in Alba e Betulia liberata –, bensì offre uno spaccato dell’atmosfera musicale italiana di quegli anni, dedicando la prima parte del concerto all’esecuzione di pagini rarissime come «Nel suo dolor ristretto» da Il Ruggiero di Pietro Alessandro Guglielmi, la cavatina di Aristeo «Numi offese, ombre sdegnate» da Le feste d’Apollo di Gluck o l’aria di Tobia Padre «Quando il Vaso in colmo è pieno» da Il Tobia di Josef Mysliveček. Si ricostruisce quindi un percorso che celebra il compositore e la sua esperienza nel paese del Bel Canto, le tappe e gli incontri di quel secondo viaggio che influenzarono la poetica del genio salisburghese, già proiettata verso nuovi orizzonti.

Accompagnato dai Cameristi Farnesiani – che suonano strumenti moderni ma con ottima proprietà di stile – ben diretto da Luca Oberti, che nella Sinfonia in sol maggiore K74 si distingue per una concertazione vivace e carica di mordente, Filippo Mineccia si conferma astro di prim’ordine del suddetto microcosmo. Dotato di un ottimo volume, di un registro di petto avvolgente e di un settore acuto cauto ma incisivo, il controtenore fiorentino s’impone per una prova che ancor prima del canto, certamente non orfano di virtuosismi e prodezze da vero fuoriclasse – molto bella la messa di voce che apre l’aria di Giuditta «Parto inerme, e non pavento» –, valorizza la prosodia del testo, la retorica, l’accento, fraseggia con gusto e musicalità sopraffina, appare ora battagliero e perentorio nelle arie di furore, ora dolente e amoroso in quelle d’espressione. Del resto l’attenzione al libretto si riflette, e quindi amplifica, anche nella teatralissima gestualità affidata alla “mano parlante”: con indosso due costumi bellissimi disegnati da Artemio Cabassi, Mineccia mima il testo in un’interpretazione scenica delle arie che vagheggia le pose plastiche attribuite alla pratica barocca, generalmente aborrite nell’era del teatro di regia eppure qui così ben contestualizzate da divenire parte integrante della narrazione musicale stessa.

Se il pubblico all’inizio è intimorito e non sa quando e se palesare l’indiscusso apprezzamento, alla fine gli applausi si fanno incessanti e impongono un graditissimo bis: la sublime ninna nanna dall’oratorio Giuditta di Alessandro Scarlatti «Dormi, o fulmine di guerra» che esalta appieno la vocazione di Mineccia al canto patetico e spianato. Serata di gran pregio, e siamo appena all’inizio.


 

 

 
 
 

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