L’opera del fuoco
L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia apre la nuova stagione (2026/2027) con il Siegfried di Richard Wagner, terzo titolo della tetralogia de Der Ring des Nibelungen e secondo appuntamento dopo Die Walküre dello scorso anno. Daniel Harding dirige le eccellenti maestranze di Santa Cecilia; il cast è assolutamente stellare: Clay Hilley (Siegfried), Wolfgang Ablinger-Sperrhacke (Mime), Michael Volle (Wotan in abito di Viandante), Wolfgang Kock (Alberich), Falk Struckmann (Fafner), Anna Kissjudit (Erda), Elisabet Strid (Brünnhilde) e Lysa Menu (la Voce dell’uccello del bosco). La regia, come per lo scorso anno, è firmata da Vincent Huguet, le scene sono di Pierre Yovanovitch, i costumi di Edoardo Russo e le luci di Christophe Forey.
ROMA, 21 ottobre 2026 – Fu il compianto Giuseppe Sinopoli, fra i più sensibili wagneriani del secolo scorso, a definire Siegfried l’«opera del fuoco», un elemento che costituisce una presenza pervasiva nelle avventure del velsungo («il fuoco compare connesso alla maturazione, alla trasformazione, alla purificazione che porta Sigfrido ad uno stato di totale incoscienza e di totale identificazione con la natura, fino alla coscienza e all’incontro con Brunhilde», dal programma di sala). Un fuoco sacro, metaforico, che pervade anche il direttore stabile dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Daniel Harding, nell’affrontare l’ambizioso progetto di un intero Der Ring des Nibelungen, facendo aprire ad ogni ‘tappa’ della tetralogia una stagione della prestigiosa istituzione. Il progetto è iniziato lo scorso anno con Die Walküre, alla cui recensione rimando per ulteriori dettagli di carattere generale (la recensione).
Quest’anno il Siegfried inizia realmente con il fuoco: dopo qualche minuto di preludio e poche battute di Mime, infatti, un importuno ritorno fra microfoni e casse crea un fastidioso suono, almeno all’inizio, a bassa intensità, che non può più ignorarsi e celarsi, magari, sotto una nota ben tenuta del basso tuba. Harding, visibilmente infastidito, ferma tutto e lascia la sala. Ci vorranno diversi minuti non solo per risolvere lo spiacevole incidente, ma anche, forse, per calmare Harding e farlo rientrare in sala. Ma ci si è dimenticati presto di tutto grazie alla magnifica musica di Wagner, magnificamente diretta da Harding. Il direttore, che ha il problema di una grande orchestra non in buca, ma a livello del pubblico, con gli interpreti che cantano ancora più su, risolve tutto con un gioco di studiati equilibri: la partitura del Siegfried viene suonata con un volume opportunamente contenuto, senza slanciare la massa orchestrale, ma senza far mancare nulla, al pubblico, dei colori e delle dinamiche di una partitura ricca, in molti passaggi, di quelle «situazioni naturali» di cui parlava, ancora, Sinopoli – si pensi al florido, rigoglioso Waldweben (II atto), vero e proprio esempio di Naturmusik romantica. Harding non è, però, solo un fedele interprete delle perle wagneriane, ma lavora sull’architettura della partitura, sottolineando dinamiche e lunghe arcate orchestrali, soprattutto nei duetti, mantenendo sempre chiaro e vivido l’impianto dei ritmi, con un’agogica che mai si impantana né si ingolfa. Ad una così eccellente performance del direttore corrisponde un’orchestra di livello assoluto, in grado di produrre un suono straordinario, pieno, nitido, capace di tradurre fisicamente tutte le tinte di una partitura lunga, complessa, traboccante di sentimenti ed emozioni così fortemente contrastanti – tutto sommato, eccettuata qualche sporadica, oltreché fisiologica dissonanza delle compagini dei fiati e degli ottoni, la tenuta dell’orchestra è parsa ottimale per l’intera durata del Siegfried.
Venendo al cast degli interpreti, non si può negare che sia, perlopiù, quanto di meglio si possa wagnerianamente sperare, a cominciare dal Siegfried assolutamente statuario di Clay Hilley, un heldentenor che possiede, oltre ad un prodigioso registro medio, ricco di armonici bruniti, acuti smaglianti, svettanti e penetranti. Vocalmente parlando, l’interprete sa rendere l’intera parabola del personaggio, la sua Bildung da un’incontrollabile energia primigenia all’ingentilimento dell’eros; si può certamente essere meno d’accordo con la resa scenica, che arriva quasi a ridicolizzare il personaggio, o comunque a trarne aspetti comici forse persino fuori luogo (si pensi alla sua apparizione con l’orso, qui rigorosamente di peluche, che suscita, giustamente, non poche risa), ma non è certo colpa dell’interprete, che seduce grazie ad un timbro e ad una vocalità assolutamente magnetiche. Michael Volle, dopo Die Walküre, torna a interpretare Wotan/Viandante. È difficile esprimere a parole l’assoluta qualità di un cantante che incarna quanto di meglio il teatro autenticamente wagneriano possa offrire oggi, tanto che non può che dirsi il Wotan di riferimento di questa generazione e per quelle future. Il suo puro talento si esprime in una vocalità sontuosa, fornita di un timbro profondo ma squillante, come pure in un fraseggio che coglie tutti gli aspetti di una psicologia complessa e tormentata: quella dell’orgoglioso, superbo re degli dèi che assiste, da spettatore, all’avvicinarsi della catastrofe che, a causa sua, distruggerà il Walhalla. Wolfgang Ablinger-Sperrhacke, fra i migliori cantanti wagneriani in attività, trova in Mime uno dei suoi ruoli d’elezione. Anche in virtù di un timbro tenorile non particolarmente potente, ma centrato, penetrante, Ablinger-Sperrhacke riesce a conferire al personaggio un’ambiguità chiaroscurale che rivela la chiave di un carattere che l’interprete rende sul palcoscenico con una recitazione particolarmente curata, accentuando il lato isterico e nevrotico dell’infido Nibelungo. Wolfgang Koch, ancora uno specialista del repertorio, interpreta un Alberich estremamente convincente, soprattutto sul piano vocale (dato che il suo personaggio non riceve particolari cure registiche), in particolare per merito di un timbro scurissimo e luciferino, il che gli consente di risultare credibile nei panni del re dei Nibelunghi, pieno di odio e risentimento a causa del furto del suo amato e maledetto oro. Il Fafner di Falk Struckmann (che il pubblico ceciliano ha già ascoltato in un ruolo demoniaco: (la recensione), se non può che annoverarsi come l’ennesima occasione registica mancata, si impone per l’assoluta monumentalità vocalica, fatta non solo di un florido volume, ma anche di un vibrato talmente muscolare da suggerire una voce tenebrosa, malignamente magica, adattissima, dunque, a quella di un gigante/drago. L’Erda di Anna Kissjudit colpisce per l’uniformità, il volume e la bellezza timbrica, ben adatta ad una divinità ctonia e profetica. Infine, Brünnhilde benché compaia nell’ultimissima scena (in ogni caso un lungo ed articolato duetto, la scena più importante di tutto il Siegfried), è tra i caratteri centrali della partitura. In questa produzione è portata in scena da Elisabet Strid, che conosce bene il ruolo. Il duetto con Hilley, infatti, riesce certamente bene; Strid, dotata di limpidezza timbrica, benché non eccella nel volume tanto quanto altre celebri interpreti del ruolo, riesce, tuttavia, a lavorare bene con il fraseggio, con la recitazione e, soprattutto, a piazzare acuti svettanti, appoggiandosi alla sublime direzione di Harding. Infine, stupisce la scelta di Lysa Menu come Voce dell’uccello del bosco. La cantante, che spazia dal barocco al repertorio primo novecentesco, ha certamente un ragguardevole mezzo vocale, timbricamente ambrato, cui manca la purezza di una linea di canto lirica, eterea, quale dovrebbe essere quella del Waldvogel, il cui canto esce, quindi, alquanto appesantito rispetto all’edenica resa tradizionale.
Infine, bisogna affrontare la nota dolente di questa produzione, la regia e l’allestimento. Proprio come scrissi a proposito di Walküre, questa produzione wagneriana, che deve innanzitutto affrontare il problema della scenografia in uno spazio, la sala Santa Cecilia, non pensato per questo, si rivela il punto debole di un progetto per il resto meritevolissimo. La regia di Vincent Huguet scava poco nell’ethos dei personaggi, avendo almeno il decoro di non sovrapporsi al libretto. La sua idea è quella di rileggere la storia del Siegfried come un’allegoria di rinascita dopo la caduta dell’Impero Romano (Die Walküre). I personaggi impersonano caratteri del Medioevo: ad esempio, il cavaliere (Alberich), il monaco (Mime), il papa (Wotan), la suora (Brünhilde). Però, la loro funzione termina lì, non c’è una qualche sovrapposizione fra la loro natura simbolica e lo sviluppo della storia – se non qualche trascurabile tangenza. Il convitato di pietra di questa regia, invece, è l’arrendevole assenza di idee nei momenti topici della storia: l’esempio più indicativo è l’entrata in scena di Fafner, umile e dimessa, senza alcun pathos – il che non vuol dire, necessariamente, un risibile drago di gomma, ma almeno lo sforzo di ingegnarsi a cavare qualcosa di meglio da un libretto che offre, con il suo impianto fiabesco, occasioni di tal genere. L’attenzione, non potendosi soffermare sulla regia, si catalizza sulle scene (a firma di Pierre Yovanovitch), certo esteticamente modeste, per fattura e ideazione, in confronto allo sforzo impiegato per costruirne la struttura portante, che da sola, certamente, per quanto maestosa non può fare uno spettacolo. Ritroviamo i simboli dell’antica Roma (il sarcofago con la lupa, busti imperiali) già dell’estetica di Walküre; se già erano scarni gli interni della caverna di Mime, la lussureggiante foresta del II atto è allusa solo dalle riproduzioni di sezioni del celebre affresco appartenuto alla Villa di Livia a Prima Porta, cui si aggiunge la sagoma al led di un albero (già frassino, lo scorso anno, nella casa di Hunding). L’ultima scena è quella più monumentale: la sommità del monte con la roccia della Valchiria, resa con una citazione della piramide che Canova scolpì per la tomba di Maria Cristina d’Austria a Vienna (Chiesa di S. Agostino). Ma nulla più di una gradevole, statica scena. In conclusione, nella speranza di assistere ad una Götterdämmerung di maggior spessore registico, ci si gode un Siegfried solomusicalmente magnifico.
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Bayreuth, Siegfried, 30/07/2026