L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Un nuovo Ring: Die Walküre

 di Stefano Ceccarelli

Il concerto d’apertura della stagione sinfonica 2025/2026 dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia costituisce l’inizio di un ambizioso progetto: riportare interamente Der Ring des Nibelungen di Richard Wagnera Roma. A portare a termine l’impresa sono Daniel Harding, in veste di direttore, e Vincent Huguet in quelle di regista. Si inizia con Die Walküre, accolta trionfalmente in tre giornate gremite di pubblico.

ROMA, 27 ottobre 2025 – Nelle note di regia stampate sul bel programma di sala per Die Walküre, il regista Vincent Huguet afferma una lampante verità: Roma è «una città poco “wagneriana”». Anche se chi frequenta abitualmente il Teatro dell’Opera di Roma o il Parco della Musica si sarà certamente imbattuto, negli ultimi decenni, in sporadiche opere wagneriane, Huguet ha comunque ragione: si tratta di esperienze isolate, che suggeriscono scarsa attenzione per un compositore del calibro di Richard Wagner. Infatti, l’ultima tetralogia completa del Ring des Nibelungen risale al 1961, in forma scenica, e al 1988-1991 in forma di concerto, proprio all’Accademia, grazie all’impegno di un wagneriano di vaglia come fu Giuseppe Sinopoli (che poi intraprese un nuovo ciclo in concerto con l'Opera nel 199, portato a termine da Will Humburg).

La scelta della direzione artistica dell’Accademia, dunque, appare quantomai urgente, permettendo al pubblico di godere dell’intero Ring, anche se ‘spalmato’ nell’arco di qualche anno (2025-2028). Peraltro, va segnalato anche l’impegno scientifico e divulgativo della massima accademia musicale italiana, che ha regalato al pubblico, nella stupenda cornice di Villa Massimo, sotto il patrocinio dell’Accademia Tedesca, un convegno denso di interessanti relazioni proprio sulla seconda ‘giornata’ del Ring. Insomma, un impegno a tutto tondo, che ha reso ancor più attesa e godibile l’opera d’apertura.

Il nuovo DerRing des Nibelungen all’Accademia sarà diretto, interamente, da Daniel Harding, che palesa, fin da Die Walküre, un’idea ben precisa del ‘suo’ Wagner. Innanzitutto, l’esigenza scenica di avere l’orchestra non nella buca, ma sul palco, obbliga Harding a tenere un volume orchestrale contenuto, cosa che crea degli effetti talvolta traslucidi che sono fra gli elementi più interessanti di questa nuova rilettura della partitura. Il che, inoltre, testimonia dello straordinario lavoro delle maestranze orchestrali, in grado di calibrare il suono proprio in virtù di questa esigenza. Non posso affermare che il direttore sia riuscito sempre a rendere al meglio, a mio parere, le pagine wagneriane: talvolta, infatti, Harding appare nettamente poco incisivo, come nell’attacco del I atto, dove l’effetto del temporale, unito all’ansimante fuga di Siegmund, risulta esangue, astenico; o come, anche se in minor parte, nell’attacco del III atto, con la celebre ‘cavalcata delle valchirie’, nella conduzione della quale manca un po’ di mordente. Inoltre, Harding, soprattutto nel I atto, sceglie di dilatare eccessivamente alcuni momenti (si è percepito, nettamente, nella prima apparizione, in partitura, del ‘Tema del Walhalla’). Al netto, però, di queste considerazioni, la lettura di Walküre da parte di Harding è coerente, uniforme per timbrica e volumi; Harding ha un gesto sicuro, chiaro, concerta attentamente. Alcuni momenti, poi, risultano a tratti sublimi: vanno necessariamente citati il duetto Sieglinde/Siegmund del I atto e quello conclusivo, nel III, fra Wotan e la figlia Brünnhilde, che ha commosso l’intera sala per la sua intensità. In particolare, le ultime pagine della partitura di Walküre, quando Wotan invoca Loge per sigillare la reietta valchiria fra le fiamme, dimostrano fulgidamente la perizia della mano di Harding: sembra infatti che l’orchestra riesca realmente ad avvolgere il pubblico nelle argentine ‘fiamme’ sonore wagneriane – qui, per esempio, funziona perfettamente un allentamento agogico, che sortisce proprio l’effetto di prolungare, lentamente, il propagarsi della magica fiamma.

Il cast vocale, pur non essendo uniforme per mezzi e risultati, ciononostante concorre tutto alla riuscita, almeno musicale, della produzione. Il Siegmund di Jamez McCorkle non può dirsi deludente, ma nemmeno entusiasmante. MacCorkle, infatti, possiede un bel timbro, brunito, ancorché eccessivamente vibrato; il problema è che manca di proiezione, la sua voce non svetta sopra l’orchestra, dalla quale viene subissata (plateale il «Wälse! Wälse! / Wo ist dein Schwert» del I atto); riesce a trovare, però, belle frasi, soprattutto nei duetti con Sieglinde, dove certamente non spiace: il suo celebre arioso «Winterstürme wichen» (I atto) è apprezzabile soprattutto nella ricerca dei colori, come pure il duetto con Brünnhilde nel II atto. Il problema dell’americano risiede nel fatto che non possiede la vocalità adatta ad un ruolo come quello di Siegmund. Vida Miknevičiūtė dona una delle migliori interpretazioni della serata, proponendo una Sieglinde a dir poco sontuosa. Dotata di una vocalità a tratti imponente, è ingentilita da un timbro luminoso, da un’emissione uniforme, da un’invidiabile musicalità, da un perfetto controllo del mezzo. In tal senso, si potrebbero ancora citare i duetti con Siegmund, di cui si è già parlato, ma forse val meglio fare menzione del finale II, il concitato momento della morte di Siegmund, in cui Sieglinde apre la voce in acuti splendidi, sontuosi, penetranti. Stephen Milling ha il phisique du rôle anche vocale per incarnare un perfetto Hunding: una voce robusta, coriacea ed un timbro cavernoso ne scolpiscono i violenti accenti. La Brünnhilde di Miina-Liisa Värelä è forte dell’esperienza wagneriana della finlandese, dotata di un timbro dagli echi virginei, diafani, e di una voce che vanta buona intonazione (se si escludono i sovracuti negli «Hojotoho!» con cui entra nel II atto). Mi pare che la sua performance sia andata crescendo col progredire della serata, raggiungendo l’apogeo nello struggente duetto finale col padre Wotan («War es so schmählich»), dove trova fraseggio, colori, accenti struggenti. Michael Volle è forse, oggi, il Wotan di riferimento: dotato di una vocalità sontuosa, di un timbro profondo e squillante, di un fraseggio mirabile, il suo Wotan trapassa dall’ira, alla vendetta, alla paura, all’amore filiale con incredibile freschezza, non perdendo mai la sua austera potenza. Si potrebbe citare il suo duetto con Fricka (II atto), come pure il già discusso duetto finale (III) con la figlia Brünnhilde, ma vorrei menzionare come punta di diamante della sua interpretazione il monologo-arioso con cui confessa alla prediletta valchiria l’origine dei suoi mali, che sono quelli del cosmo divino (II atto): «Als junger Liebe / Lust mir verblich». Okka von der Damerau non brilla nel ruolo di Fricka, pur risolvendolo bene sul piano vocale; il suo timbro ambrato e lattiginoso non sorregge adeguatamente un fraseggio ed una lettura abbastanza incolore. Ottime, vocalmente, le valchirie: Sonja Herranen (Gerhilde), Hedvig Haurerud (Ortlinde), Claire Barnett-Jones (Waltraute), Claudia Huckle (Schwertleite), Dorothea Herbert (Helmwige), Virginie Verrez (Siegrune), Anna Lapkovskaja (Grimgerde) e Štĕpánka Pučálková.

La nota dolente di questa produzione è certamente la regia. Vincent Huguet propone una visione registica statica, tutta proiettata in un’estetica che si porta, oramai, più di mezzo secolo di storia. Pierre Yovanovitch propone, visivamente, «una scenografia di estrema monumentalità, per rivelare al meglio la fragilità e la solitudine dei personaggi che la abitano» (note sul programma di sala), almeno a stare alle sue intenzioni: l’effetto visivo è un po’ diverso, non così monumentale, né rifinito. Il tutto è caratterizzato, qua e là, da richiami alla classicità: una colonna, un sarcofago romano, riletta alla luce dell’architettura fascista, giacché Huguet vuole uno spazio che suggerisca «un palazzo imperiale senza tempo, che potrebbe appartenere tanto all’antichità quanto al quartiere Eur» (note registiche). Se la scenografia non convince, ancor meno lo fa la regia, che si cura poco della prossemica dei personaggi, non sfruttando due momenti potenzialmente spettacolari offerti dal libretto di Walküre: l’ingresso delle valchirie, all’inizio dell’atto III, che si presentano disordinatamente in scena con cavallini giocattolo, che proiettano sul fondo bianco a suggerire la celebre cavalcata; e il duello fra Siegmund e Hunding, freddo, scoordinato, di nessun effetto. I costumi, che si richiamano volutamente all’estetica della Roma imperiale e della sua fortuna nel XX secolo, certamente ricercati (si vada a leggere il senso dei costumi delle valchirie nel programma di sala), perde d’effetto, soprattutto a monte di una regia così poco caratteristica: l’effetto, insomma, ricorda, purtroppo, una pellicola di second’ordine del genere Peplum. Alla fine della serata, comunque, il pubblico applaude, tributando un’ovazione che andrà indirizzata, c’è da immaginare, primariamente ad Harding, all’orchestra e agli interpreti tutti.

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