L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Affamata di bellezza

di Daniele Valersi

Abbiamo intervistato la direttrice d’orchestra Clelia Cafiero, che debutterà sul podio dell’Orchestra Haydn di Bolzano e Trento per la prima esecuzione italiana di Within Her Arms della compositrice britannica Anna Clyne, in un programma che comprende il Doppio Concerto per violino, violoncello e orchestra op. 102 di Johannes Brahms (con le prime parti dell’orchestra Marco Mandolini al violino e Luca Pasqual al violoncello quali solisti) e Sinfonietta di Francis Poulenc, martedì 13 ottobre all’Auditorium di Bolzano (anche in diretta RAI Radio 3) e mercoledì 14 a Trento (Auditorium Santa Chiara). Napoletana, considerata una delle bacchette più interessanti della sua generazione, Clelia Cafiero ha attirato l’attenzione internazionale con il suo acclamato debutto alle Chorégies d’Orange (2023), dove ha diretto Carmen con l’Orchestre National de Lyon, oltre che con una molto apprezzata sostituzione all’Opéra de Paris (2025). Ha studiato Pianoforte e Direzione d’orchestra nei conservatori di Napoli, di Milano e al Mozarteum di Salisburgo; ha conseguito una laurea magistrale in Filosofia presso l’Università degli Studi di Napoli. Ha iniziato la sua carriera musicale come pianista concertista, in sale prestigiose quali il Concertgebouw, la Carnegie Hall, la Royal Albert Hall e la Philharmonie de Paris; tra il 2013 e il 2019 ha lavorato regolarmente come maestra collaboratrice al Teatro alla Scala.

Clelia Cafiero, i brani in programma sono stati richiesti dalla direzione artistica oppure li ha scelti lei?

Il Doppio concerto di Brahms è stato proposto per valorizzare i due musicisti che suoneranno come solisti. È piuttosto difficile, richiede due solisti che siano in perfetta sintonia con l’orchestra, è una specie di concerto nel concerto. Visto che ho lavorato molto in Francia, mi è stato chiesto qualcosa di francese e ho portato Sinfonietta, scritta per piccola orchestra. Poi, io propongo sempre anche musica del tempo presente: i compositori di oggi, se il brano è fatto bene, hanno la capacità di parlarci in modo molto diretto.

Il Doppio concerto di Brahms, una pagina atipica per molti aspetti: ce ne parli dal suo punto di vista.

Viene suonato piuttosto raramente; per me è appassionante, è un Brahms particolare, fuori dagli schemi. Nel secondo movimento si ritrova il Brahms bambino, è una nuvola di paradiso, stupefacente per l’ingenuità che esprime. Una melodia lineare vede solisti e orchestra all’unisono, il che dà da pensare: che cosa devo mettere in evidenza? L’indicazione della dinamica è “poco forte” e la dobbiamo pensare in relazione agli strumenti dell’epoca; Brahms aveva intuito un’orchestra poco presente ma neppure troppo lontana, un equilibrio tutto da trovare. La musica prende corpo a seconda di come si pensa la frase. A seconda che il respiro sia profondo oppure alto, il fraseggio cambia. Il suono è prodotto dal respiro della musica, da arcate di tempo fluido, cantabile, che crea il suono giusto. Il primo tempo è invece eroico, maestoso, imponente. Dopo l’attacco dell’orchestra entrano i solisti e questa alternanza si ripete, in una specie di do ut des. Brahms amava e conosceva la musica per danza, che trattava rendendola nobile, anche quando si tratta di balli popolari. Questo ritroviamo nel terzo tempo, di carattere scherzoso; all’esposizione del violoncello, con l’orchestra in pizzicato, segue la risposta del violino.

Ci dà la sua visione anche della Sinfonietta di Poulenc?

Vi sono caratteristiche della musica francese che sono delle costanti e che in Poulenc sono particolarmente evidenti. Mi ha sempre colpito l’eleganza artefatta, che fa pensare a un modo di considerare le cose sempre dall’alto; c’è poi il voler trovare sempre soluzioni particolari, che passino da strade diverse da quelle già percorse. A me piace sperimentare. Bisogna affrontare la musica francese come la lingua, che ha fonemi del tutto particolari ma non ha accenti tonici. Per questo bisogna metterci anche della musicalità propria, se si suona tutto da capo a fondo, con la stessa cantabilità, non è francese. I miei riferimenti sono Georges Prêtre, una personalità molto sensibile e Charles Dutoit; la cosa che li accomuna è il volersi soffermare sui suoni morbidi per creare un’attesa: anche questo è tipicamente francese, il far desiderare quello che viene dopo. A volte per gli italiani non è facile da realizzare, ma sento che con l’Orchestra Haydn questa è una raffinatezza che riusciremo a ottenere.

Come mai proprio questo brano di Anna Clyne? Per il portato emozionale della dedica alla madre?

Piuttosto per come è strutturato, scritto per quindici archi che non fanno però un’orchestra. Ognuno è solista ma ognuno supporta gli altri, si danno vicendevolmente lo spazio perché ognuno sia ascoltato. C’è un episodio in cui sono tutti insieme e lì c’è il caos, poi tutto torna come all’inizio. È un dialogo, è quello che ci manca in questo periodo terribile che stiamo vivendo, soccombendo a personalità forti. Io credo che un dialogo sia sempre possibile, anche tra personalità forti, dalle quali spesso siamo schiacciati. I quindici archi suonano stando in piedi, i temi musicali si incontrano e si lasciano. Anche il mondo è fatto di persone che si incontrano e si lasciano.

Tra i brani del programma ci vede un filo conduttore, un qualcosa che li accomuna?

Non sempre c’è un filo conduttore, ma anche la diversità ha un senso. Qui il valore è la diversità, epoche e luoghi diversi.

Quale concerto è stato per lei il più emozionante?

Per le sensazioni vissute, quello dell’anno scorso con la BBC Philharmonic a Manchester, con musiche di Richard Strauss, Puccini e Janáček in programma. Non si può mai prescindere dal rapporto con i musicisti, tra l’orchestra e me è stato amore a prima vista. Non c’è stato mai un momento senza che avessimo tutti lo stesso respiro, una partecipazione totale. Questo non sempre accade, a volte il concerto è solo lavoro. Quando invece succede la magia, ce lo ricordiamo.

E il più appagante?

Quello con la NOSPR (Orchestra nazionale della Radio polacca). Nella prima parte ho diretto musica di casa mia, Pini di Roma di Respighi, nella seconda parte ho suonato e diretto Rhapsody in Blue di Gershwin: circolava un’energia incredibile e mi sono espressa al meglio, come è possibile solo con un’orchestra eccezionale.

C’è un’opera che vorrebbe assolutamente dirigere?

Turandot di Puccini, che adoro. Sento di essere pronta, aspetto che si presenti l’occasione.

Come si vede nella prospettiva dei suoi impegni futuri?

Sono affamata di bellezza, spero di scoprire la bellezza in tutte le sue manifestazioni. Tante volte mi capitano dei brani che all’ascolto non mi colpiscono particolarmente, ma poi me ne innamoro studiandoli, andando a fondo. Spero di poter crescere, affrontando tutto il repertorio che mi aspetta.


 

 

 
 
 

Utilizziamo i cookie sul nostro sito Web. Alcuni di essi sono essenziali per il funzionamento del sito, mentre altri ci aiutano a migliorare questo sito e l'esperienza dell'utente (cookie di tracciamento). Puoi decidere tu stesso se consentire o meno i cookie. Ti preghiamo di notare che se li rifiuti, potresti non essere in grado di utilizzare tutte le funzionalità del sito.