Futuro barocco
di Daniele Valersi
Con la premiazione e il concerto della formazione vincitrice, domenica 25 ottobre si è conclusa a Rovereto la 31esima edizione del Premio Bonporti, promosso e organizzato dall’Accademia di Musica antica di Rovereto e rivolto a musicisti attivi nella prassi musicale storicamente informata; la prova finale consisteva in un programma di “Musica da camera” e in uno di “Musica da chiesa”; oltre a incentivare l’interpretazione musicale su strumenti originali dell’epoca (in particolar modo la musica del compositore e violinista Francesco Antonio Bonporti), l’iniziativa tiene a collocare la musica negli ambienti per i quali è nata, utilizzando le sale settecentesche di Palazzo Alberti Poja per il repertorio “da camera” e la chiesa tardo-barocca di Santa Maria del Suffragio per i programmi “da chiesa”. Nato sotto la presidenza di personalità quali Gustav Leonhardt e Alan Curtis, il Premio Bonporti alterna di anno in anno la musica d’insieme alla competizione per violino (barocco) solista; quella del 2026 è stata pertanto la 14esima edizione riservata ai gruppi. Tre sono le formazioni arrivate in finale, scelte dopo una selezione che ha valutato i supporti audio-video pervenuti: Auroras Mestizas (Josè Huamani, Edilsa Samanez, Sophie Paeshuyse, Álvaro Muñoz Perera, Giorgos Kakitsis, Vasco Pereira), che si è aggiudicata il primo premio e il premio del pubblico, Aura Furiosa (Rui Hoshina, Javier Tiestos, Filippo Passarella, Canseli Cifci, Jonathan Ramirez Jimenez, Luca Trenti) e Quarterino (Federica Moi, Tommaso Simonetta Sandri, Paolo Martino Delmarco, Antonio Pellegrino, Giulio Petrella, Agata Sorotokin), alle quali è toccato il terzo premio ex aequo. Entusiasmanti e di grande interesse le prove finali, veri e propri concerti aperti al pubblico, vitalizzati dall’alto livello dei musicisti e coronati da un afflusso cospicuo. Nel breve concerto che seguiva la premiazione, “Auroras Mestizas” proponeva “De aquel inmenso mar” di Roque Ceruti (1683-1760), emigrato in Perù, attivo alla corte di Lima, che insegnò e diffuse nel paese lo stile italiano, oltre a “Ya que el sol misterioso” di José de Orejón y Aparicio (1706-1765), allievo di Ceruti e suo successore come maestro di cappella della cattedrale di Lima. Una conferma ulteriore del valore del complesso, brillante e fascinoso nello strumentalismo, mentre la voce solista incantava per naturalezza nell’emissione e strabiliava per arditezza in passaggi che toccavano vette siderali nel registro acuto.
Abbiamo intervistato Alfredo Bernardini,oboista barocco e direttore di chiara fama, docente al Mozarteum di Salisburgo, che ha presieduto la giuria formata da Gloria Banditelli (mezzosoprano, specialista del repertorio barocco), Mechthild Karkow (versatile violinista, in forza all’Università delle Arti di Brema), Takashi Watanabe (acclamato clavicembalista, vincitore del Premio Bonporti 2004 col suo gruppo “Ricreation d’Arcadia”) e Romano Vettori (Direttore artistico dell’Accademia di Musica Antica di Rovereto, fondatore del Premio Bonporti).
Alfredo Bernardini, come valuta il livello dei complessi partecipanti?
Alto, senza dubbio. I musicisti si sono impegnati tantissimo, il repertorio richiesto ha già operato una selezione a prescindere, condizionando l’organico: per la prima volta è stato assegnato come obbligatorio un brano vocale, uno dei Mottetti op. III di Francesco Antonio Bonporti.
In questa occasione il verdetto del pubblico e quello della giuria corrispondono: quali criteri avete applicato? È stata una valutazione laboriosa?
Vi sono dei fattori oggettivi quali l’intonazione, la tecnica, l’insieme, mentre l’aspetto emozionale è invece soggettivo. Non ci sono stati problemi, per la scelta dei tre gruppi che si sono esibiti dal vivo, avvenuta per votazione anonima, c’è stata l’unanimità della giuria, così come per l’assegnazione del primo premio, toccato al gruppo che ci ha convinto maggiormente. Gli altri due gruppi sono molto vicini come livello, alla fine ci siamo accordati per un terzo premio ex aequo.
Quale importanza ha l’ornamentazione per l’interpretazione e per la valutazione?
L’ornamentazione è parte intrinseca della musica barocca, non c’è musica senza ornamentazione. In Bach è particolarmente difficile, qui ci troviamo a lavorare con l’oro. Ci viene insegnata in maniera specifica e in una pluralità di stili dalla trattatistica settecentesca, si valuta pertanto l’appropriatezza dell’ornamentazione, che è elemento stilistico imprescindibile. I gruppi sono stati molto bravi, si sono profusi in un’ornamentazione ben pensata. Se avessero eseguito tutto senza ornamentazione, mi sarei preoccupato.
La sovrabbondanza negli abbellimenti può essere considerata anche un elemento a discapito?
Se guardiamo ai trattati e a certe partiture, nel Settecento veniva prescritta un’ornamentazione molto ricca, addirittura caricata, ne abbiamo esempi nell’Opera quinta di Corelli e nelle pagine violinistiche di Tartini. Fa parte dello stile, anche se abitualmente non si applica proprio completamente. Bisogna anche dire che, probabilmente, la sovrabbondanza dell’ornamentazione scritta aveva scopi per lo più didattici.
La spettacolarità di un’esibizione, è un aspetto di cui la giuria tiene conto?
No, affatto, è un aspetto puramente esteriore. Piuttosto è importante come un gruppo si presenta, le emozioni che sa suscitare, in questo caso anche l’aspetto emozionale della vocalità. L’emotività deve essere contagiosa, deve saper suscitare furia oppure malinconia, commozione, misericordia, anche divertimento, perché no.
Il gruppo vincitore ha proposto degli autori extraeuropei: un filone che può avere un futuro oppure un episodio una tantum?
È dovuto al fatto che il direttore del gruppo è peruviano, come pure la cantante; hanno espresso la loro particolare sensibilità, il che va benissimo. In fase di selezione siamo rimasti perplessi vedendo il loro programma, che accosta agli autori sudamericani degli altri molto diversi tra loro, come Bach, Marin Marais, Biber, Scarlatti, Torelli: un pot-pourri molto variegato. Ma in concerto la varietà è importante, mantiene viva l’attenzione e loro hanno fatto degli accostamenti appropriati. Il tutto era combinato con grande abilità, suonato e cantato molto bene: una magia. Si è notato che la violinista, concludendo il mottetto di Bonporti, effettuava senza fermarsi la scordatura richiesta dalla successiva sonata di Biber, che veniva poi attaccata senza soluzione di continuità. E l’aria di Bach dalla Cantata BWV51 faceva venire le lacrime agli occhi.
Ci dia una sua opinione sul Premio Bonporti, visto nel panorama internazionale del settore.
Sono felice che esista, spero che abbia una visibilità sempre maggiore. È un momento di condivisione piuttosto che di competizione, è bellissimo vedere i concorrenti che socializzano tra loro, tutti sono contenti di partecipare, cosa tutt’altro che scontata. In altri ambiti la competizione è invece molto dura. Mi piace la definizione “premio” piuttosto che quella di “concorso”. C’è un’atmosfera di condivisione, la passione, l’amore per la musica prevalgono sull’aspetto competitivo. Ringrazio Romano Vettori per aver ideato e portato a compimento questa impresa, che rivaluta la musica di Bonporti, eroe locale troppo poco conosciuto.
A questo proposito, com’è la diffusione e l’ascolto della musica di Bonporti?
Viene suonata poco, purtroppo il pubblico ama ascoltare soprattutto quello che già conosce e chi organizza gli eventi segue questa tendenza, non si impegna più di tanto. Apprezzo i musicisti che nei loro programmi combinano pagine rare e di valore a quelle di autori di sicuro richiamo.
