Mito in bianco e nero
La ripresa dello spettacolo di Carsen con la direzione di Robert Ticciati e un cast di tutto rispetto conferma il successo alla Bayerische Staatsoper.
MONACO DI BAVIERA, 16 ottobre 2026 - Nella mitologia — proprio come nell’opera barocca — capita che una contesa all’interno del mondo divino determini il destino degli esseri umani quaggiù. Hugo von Hofmannsthal ha ribaltato la prospettiva: il suo libretto si apre con una disputa tra mortali, che determina il destino di personaggi fittizi che si muovono in un universo onirico. A casa di un ricco mecenate, ci si appresta a mettere in scena la prima dell’opera Arianna a Nasso, composta da un giovane musicista, seguita da un’opera buffa che vede protagonisti Zerbinetta e le sue vicende amorose. Tuttavia, il padrone di casa ha deciso che desidera vedere e ascoltare entrambe le opere contemporaneamente. Si giunge così a un compromesso: Arianna andrà in scena per prima, e la compagnia comica dovrà integrarsi nella rappresentazione. È così che scopriamo innanzitutto Arianna, che lamenta la propria sorte: è stata abbandonata dal suo amante Teseo su un’isola deserta. Zerbinetta fa la sua comparsa, le tiene un discorso sulla fondatezza — o sull’assurdità — della monogamia, poi indica un prescelto tra la sua schiera di ammiratori. Quanto ad Arianna, trova un nuovo amante nella persona del dio Bacco. E vissero felici e contenti.
Richard Strauss ha tradotto tutto questo in musica con una meravigliosa varietà, che spazia da un carattere popolare e leggero ad arie di grande intensità drammatica. La regia di Robert Carsen, creata nel 2008, traspone questa ricchezza in immagini e movimenti con perfetta precisione. La danza occupa un posto centrale: ogni azione sul palcoscenico prolunga fisicamente la musica, mentre i danzatori e le danzatrici del Balletto di Stato arricchiscono la trama in modo pertinente. La scenografia di Peter Pabst e i costumi di Falk Bauer sono tanto semplici quanto efficaci: ci troviamo inizialmente in uno studio di danza dove, mentre il pubblico prende posto, un gruppo di ballerini prova un numero. Il direttore d’orchestra fa il suo ingresso con discrezione, senza applausi; un’introduzione, in parte recitata e in parte cantata, prepara il terreno, e ha inizio l’azione vera e propria. L’insieme è variegato, a tratti comico e a tratti drammatico, sostenuto da una compagnia meravigliosa e dalla direzione ricca di finezza e leggerezza di Robin Ticciati. I due ruoli femminili principali, molto impegnativi, sono interpretati alla perfezione: Anja Kampe incarna la Prima Donna/Ariane, mentre Sabine Devieilhe interpreta Zerbinetta. L’una, drammatica e wagneriana; l’altra, vivace e spiritosa: insieme incarnano meravigliosamente la doppia natura, ricca di sfumature, dell’opera. Anche gli altri ruoli sono distribuiti in modo eccellente: Irene Roberts come Compositore; la troupe buffa, allegra e maliziosa, di cui fanno parte Konstantin Krimmel (Arlecchino), Joel Williams (Scaramuccia), Paweł Horodydski (Truffaldino) e Lucas van Lierop (Brighella); nonché il trio femminile formato da Naiade (Sarah Dufresne), Driade (Emily Sierra) ed Eco (Eirin Rognerud). Senza dimenticare il formidabile tenore Brian Jagde, che si sente brevemente nel Prologo e che fa la sua grande entrata in scena solo nel finale, nei panni di Bacco. Il team di regia ha concepito questo finale in modo magistrale: l’unico atto dell’opera vera e propria è interamente dominato dal nero. Il palcoscenico è nero, le donne indossano abiti neri, gli uomini costumi neri — o, nel caso del seguito di Zerbinetta, pantaloncini neri e poco altro. Unico tocco di colore: le scarpe rosse di Zerbinetta. Poi, dietro Ariadne appare una scia di luce bianca; si allarga progressivamente, finché Ariadne e Bacco non sono più visibili se non come sagome, mentre interpretano un duetto d’amore struggente. La fusione di queste due voci è semplicemente meravigliosa e commovente.
Vivi applausi per l’intero cast e per una serata operistica avvincente e memorabile.
