Volti di Mozart
Daniel Smith sostituisce il previsto Enrico Onofri sul podio di un programma mozartiano che convince più nella prima parte (Maurische Trauermusik e Concerto in sol maggiore per flauto e orchestra) rispetto alla seconda (Requiem).
CAGLIARI, 3 ottobre 2026 - Mettere in stagione concertistica una serata 'tutto Mozart' garantisce successo. Nome noto, musica amata anche da un pubblico di non competenti. Ci sta. Per quello più smaliziato, l'attrattiva sarebbe stata poterlo sentire diretto da Enrico Onofri, tra i fondatori dell'ensemble Il Giardino Armonico, dove ha ricoperto il ruolo di primo violino e solista fino al 2010, e da tempo anche direttore. E che proprio a Mozart ha dedicato il primo disco di una serie dedicata ai compositori del periodo classico. Poteva essere interessante il confronto con l'orchestra del Lirico di Cagliari, scoprirne le scelte interpretative di Onofri con un'orchestra 'moderna', ma purtroppo, presente in cartellone, è stato impossibilitato a dirigere nel capoluogo sardo. Sostituito da Daniel Smith, australiano, da vent'anni in Italia, al suo attivo anche il titolo di Laureate al Concorso Internazionale Sir Georg Solti International conducting Competition. Colpisce subito il suo entusiasmo, la sua manifesta felicità di dirigere, il suo ritmo corporeo durante la direzione, gli abbracci e i baci dispensati a solisti, flautista, primo violino. Trasuda una gioia contagiosa che non compromette il rigore, la concentrazione con cui affronta il primo brano in programma, la Maurische Trauermusik K.477, un breve (circa sei minuti) e solenne adagio in do minore eseguito nel 1785 in memoria di due illustri massoni, il conte Franz Esterhàzy von Galantha, Gran Maestro della loggia, e un altro fratello, il duca Georg August von Mecklenburg-Strelitz. Smith ottiene dai professori d'orchestra del Lirico il giusto suono, profondo, grave (due soli i corni di bassetto, Irene Marraccini, Diego Losero) sino alla simbolica ascesa spirituale dei defunti che entrano nel “Grande Oriente” eterno, reso nell'accordo finale di Mi bemolle maggiore.
Secondo brano in programma, il Concerto in sol maggiore per flauto e orchestra K. 313. Ora, tra il 1777 e il 1778, gli anni di composizione del concerto, il flauto traverso era unicamente un tubo di legno (solitamente bosso, ebano o granadiglia) caratterizzato da una cameratura interna conica; possedeva pochissime chiavi metalliche (spesso una sola, o al massimo 4-6 chiavi nei modelli più evoluti dell'epoca) per coprire i fori che le dita non potevano raggiungere. Il flauto di metallo nacque a metà dell'Ottocento, ben dopo la morte di Mozart avvenuta nel 1791. Fu l'inventore e costruttore tedesco Theobald Boehm a rivoluzionare lo strumento intorno al 1847, introducendo il corpo in metallo, la cameratura cilindrica e un complesso sistema meccanico di chiavi e anelli (il "sistema Boehm"). Questo sistema permetteva di ottenere un suono molto più potente, omogeneo e intonato in tutte le tonalità, caratteristiche che il traversiere settecentesco non aveva. Quel che abbiamo ascoltato al Lirico, quindi, non può (e forse non deve ?) tener conto di mezzo secolo di prassi esecutiva storicamente documentata. Sia il solista, un impeccabile Riccardo Ghiani, sia il direttore, Daniel Smith, ci hanno restituito un Mozart certamente lontano dal suo suono autentico, per quanto l'organico orchestrale veniva gestito da Smith con una trasparenza quasi cameristica; Ghiani, per anni primo flauto dell'orchestra cagliaritana, ha mantenuto una omogeneità timbrica quasi perfetta su tutta l'estensione, con uno staccato nitido, rapidissimo e uniforme, senza però quel contrasto tra note forti e deboli tipico dello stile galante e classico che forse solo un traversiere in legno avrebbe potuto restituire. Per quanto riguarda le cadenze, quella del primo movimento è firmata da Fuminori Tanada, pianista e compositore giapponese scomparso qualche anno fa, con una leggera modifica, di mano dello stesso Ghiani, nel finale. La cadenza del secondo movimento era pure di Ghiani, basata sulla citazione di “Contessa perdono”, da Le nozze di Figaro, richiamandosi alla evidente somiglianza con il secondo tema dell’Adagio ma non troppo del Concerto. Nel Tempo di Minuetto finale una brevissima “Eingang”. L'affettuosa accoglienza, al termine dell'esecuzione del Concerto, da parte del pubblico ha portato, come bis, ad una trascrizione per flauto della Sarabanda della 5º Suite per violoncello di Johann Sebastian Bach
Per la seconda parte, chissà, forse dovremmo abituarci a parlare del Requiem di Franz Xaver Süßmayr da Mozart. Oppure optare finalmente per un completamento diverso, come la nuova versione dii Michael Ostrzyga (2022) che ha emendato tutti gli errori grammaticali e le debolezze strutturali di Süßmayr, applicando le rigide regole della scuola viennese che Mozart padroneggiava perfettamente. Süßmayr ad esempio utilizza quinte e ottave parallele proibite nel contrappunto classico (in particolare nel Sanctus); ha scritto il Lacrymosa a partire dalla battuta 9 (dopo le 8 battute autografe di Mozart), concludendolo bruscamente e senza una fuga.
Le differenze tra il completamento storico di Franz Xaver Süßmayr (1792) e la nuova versione di Michael Ostrzyga (2022) risiedono principalmente nel rigore filologico e nell'eliminazione di quelli che la musicologia moderna considera "errori grossolani" o scelte poco mozartiane. Ostrzyga ha esteso il Lacrymosa incorporando la "Fuga dell'Amen", basata su uno schizzo autografo di Mozart scoperto negli anni '60. Il brano risulta così più lungo, monumentale e coerente con i piani originari di Mozart. Il Sanctus e il Benedictus sono stati composti da Süßmayr interamente da zero ( non sono stati rinvenuti frammenti autografi di Mozart per questa sezione); Ostrzyga, pur mantenendone l'ossatura tematica, ne ha riscritto radicalmente la strumentazione e lo sviluppo, rendendo le armonie più audaci e vicine allo stile tardo di Mozart. Per non parlare dell'orchestrazione di Süßmayr (tromboni, archi, fiati) è spesso usata solo per raddoppiare le voci del coro o in modo scolastico, restituita da Ostrzyga ad una una maggiore indipendenza polifonica.
Smith s'è lasciato prendere forse la mano, da un coro a mio avviso ipertrofico (67 elementi) e con un'orchestra, duttile ma pesante appena in partitura appariva un 'forte' o più.
Non abbiamo avuto nessuna reale indicazione interpretativa, se non una corretta esecuzione, in parte funestata da un quartetto di solisti parzialmente inadeguata; il basso Alessandro Tavasio, nell'attacco del Tuba mirum era privo del peso vocale richiesto, i timbri delle due voci femminili (una pallida Ana Maria Labin, soprano e Giulia Alletto, più secondo soprano che mezzo) finivano col somigliarsi troppo; più operistico il volume del tenore Krystian Adam (e dire che tutt'e quattro i cantanti hanno positive esperienze anche nel campo della musica barocca, a scorrere i loro curricula).
Serata accolta con successo dal pubblico.
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