L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Opera

Il sipario si alza sulla Stagione Opera il 10 e 12 gennaio, con il Serse di Georg Friedrich Händel secondo l’interpretazione musicale di Ottavio Dantone, al clavicembalo e alla direzione della sua Accademia Bizantina, e la visione drammaturgica di Gabriele Vacis alla regia. Basandosi sull’edizione critica curata da Bernardo Ticci e favorendo un ritmo narrativo serrato e coinvolgente, il nuovo allestimento - ha debuttato a primavera, frutto della coproduzione fra Reggio Emilia, Modena, Piacenza e Ravenna - restituisce freschezza al titolo che Händel scrisse su commissione del King’s Theatre di Londra, dove fu presentato nel 1738. Scene e costumi, affidati come le luci a Roberto Tarasco, stilizzano un contesto settecentesco in cui il conflittuale intreccio amoroso (il re persiano ama Romilda, che ama Arsamene fratello di Serse, che è amato anche da Atalanta sorella di Romilda…) si dipana con il controcanto di giovani attori cui è delegato il compito di mimare e così commentare gli “affetti” espressi dal canto. Serse è Arianna Venditelli, trascinante fin dalla celebre aria d’apertura Ombra mai fu che il re persiano intona in omaggio a un platano, mentre Arsamene è Marina De Liso; Romilda e Atalanta sono rispettivamente Monica Piccinini e Francesca Aspromonte. Il contralto Delphine Galou veste invece i panni di Amastre, la fidanzata ripudiata di Serse che si traveste da soldato per riconquistare il promesso sposo.

Il 31 gennaio e 2 febbraio è la volta di una doppia serata con Suor Angelica e Gianni Schicchi, due delle tre opere in un atto, del trittico che, con Il tabarro, Giacomo Puccini presentò a New York nel 1918: inconfondibilmente italiane, ma ibridate l’una da Debussy e l’altra da Stravinskij, appartengono di diritto al Novecento musicale europeo. A Ravenna si tratta anche in questo caso di coproduzioni (oltre all’Alighieri la cordata coinvolge il Teatro del Giglio di Lucca, il Lirico di Cagliari e il Maggio Fiorentino) con Marco Guidarini alla guida dell’Orchestra della Toscana e Denis Krief a firmarne regia, scene, costumi e luci. Poliedrico e poliglotta, musicista e uomo di teatro, Krief ha immaginato una messa in scena limpida e lineare che lascia ampio spazio ai personaggi pucciniani e al diverso registro delle due opere: struggente per Suor Angelica, storia di un’aristocratica costretta al convento per via di un bambino nato fuori dal matrimonio e che l’annuncio della morte del figlio spinge ad avvelenarsi con le erbe dell’orto conventuale; comico per Gianni Schicchi, dove il protagonista di ispirazione dantesca gabba gli avidi e litigiosi familiari dell’abbiente Buoso Donati, assumendo i panni del defunto per dettare un nuovo testamento al notaio…testamento del quale Schicchi è principale beneficiario. Alle misurate, contenute interpretazioni del primo titolo si contrappone la recitazione frizzante e dinamica nel secondo. Ha debuttato con successo nel ruolo di Suor Angelica Alida Berti, mentre l’arcigna Zia-Principessa che porta alla giovane la notizia della morte del figlio è Isabel De Paoli; Gianni Schicchi può contare sul talento istrionico del baritono Marcello Rosiello, mentre alla Lauretta di Francesca Longari è affidata l’emozionante e da sempre amata aria O mio babbino caro.

Il cartellone Opera si conclude il 6 e 8 marzo con Lucrezia Borgia, titolo che si lega ai precedenti sia per i conflittuali legami familiari che rappresenta, sia per l’uso del veleno. Ampio e frequente uso in questo caso, dato che tentati (e infine riusciti) avvelenamenti accompagnano l’intera trama. Gaetano Donizetti la compone nel 1833 su libretto di Felice Romani, che trae il materiale dalla tragedia di Victor Hugo. Questi, come già aveva fatto in Le Roi s’amuse con Triboulet (da cui il verdiano Rigoletto), ingentilisce la lugubre tradizione legata alla figura di Lucrezia Borgia per mezzo dell’affetto, in questo caso materno. Così il riscatto morale di Lucrezia passa per l’amore per il figlio ritrovato e presto perduto; un’eroina, insomma, che abbandona i tratti demoniaci a favore di quelli ricchi di pathos della madre. L’allestimento ha appena debuttato al Donizetti Opera di Bergamo, che lo coproduce con Reggio Emilia, Piacenza, Trieste e naturalmente Fondazione Ravenna Manifestazioni. L’orchestra in questo caso è la Cherubini, diretta da Riccardo Frizza, mentre il Coro del Teatro Municipale di Piacenza è preparato da Corrado Casati. La regia è del giovane altoatesino Andrea Bernard, già assistente di Pier Luigi Pizzi con all’attivo collaborazioni con registi quali Damiano Michieletto, Keith Warner e una promettente carriera già disseminata di successi. Donna Lucrezia, figlia del Papa Borgia e parte della più potente e pericolosa famiglia italiana del tempo, è Francesca Dotto, mentre il geloso e vendicativo Don Alfonso suo marito è Mattia Denti; il giovane Gennaro, di cui tutti credono che Lucrezia si sia infatuata (in realtà il figlio che non ha mai potuto riconoscere), è Francesco Castoro.


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