L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   
  • Genova, Otello, 29/12/2013

    Otello, nel tuo cuor s'annida Jago

    di Roberta Pedrotti

    In occasione delle feste di Natale il Carlo Felice dimentica le ombre della crisi e regala una produzione memorabile dell'Otello verdiano. Non poteva darsi conclusione migliore per le celebrazioni del bicentenario, coronato dalla prova superlativa dei tre protagonisti. Interpreti e musicisti consapevolmente moderni, Gregory Kunde, Maria Agresta e Carlos Alvarez hanno travolto tutto e tutti danno vita a una recita d'altri tempi.

    Guarda le interviste a Maria Agresta eCarlos Alvarez

    GENOVA, 29 dicembre 2013 - L'Otello di oggi è un Otello d'altri tempi e modernissimo, fatto da grandissime voci, tutto concentrato sui tre protagonisti, che sono però anche artisti completi, musicisti e interpreti, tali da imporre con tutta la loro forza non solo una delle esecuzioni meglio cantate di quest'opera e la migliore pensabile oggi, ma anche una recita magica e indimenticabile. Una recita che lascia rapiti a bocca aperta, ci si commuove per la bellezza di quel che si sta ascoltando e regala la consapevolezza di poter dire un giorno “Io c'ero, io ho visto Otello con Kunde, Agresta e Alvarez”. Una recita storica e attuale, immersa in un'atmosfera elettrica, fra applausi a scena aperta, sfogo quasi indispensabile di un incontenibile entusiasmo, e ovazioni esplosive a ogni finale d'atto, rasentando il delirio per un'esecuzione memorabile di “Sì, pel ciel”.

    Il Moro di Gregory Kunde è un sogno che si avvera; se da un lato l'avvicinarsi del sessantesimo compleanno – il prossimo 24 febbraio – rende l'impresa quasi miracolosa, dobbiamo riconoscere che proprio l'esperienza e la coscienza musicale maturate nel belcanto costituiscono l'ingrediente fondamentale, insieme con la tecnica e una forma fisica invidiabile, del prodigioso elisir che permette di concretizzare la chimera di un Otello filologico, vero epigono di Francesco Tamagno, esempio di un canto nobile e argenteo ben radicato nella tradizione belcantista italiana e grandoperista francese, avvezzo ad Arnold, Raoul, Vasco da Gama e Riccardo (Un ballo in maschera) più che a compare Turiddu. Kunde, sfruttando lo squillo spavaldo e realmente argenteo dell'ex tenore contraltino, non ignora la drammaticità di Otello, né si pone in netto contrasto con la tradizione novecentesca, rivisitandola con intelligentissima cura musicale, senza sprecare un solo colore, un solo accento, e sapendo conferire al suo canto un'ampiezza, un'imperiosità, una virilità che assai raramente troviamo in voci più autenticamente drammatiche, sovente più goffe e sbrigative nell'espressione e nella realizzazione del dettato verdiano, meno pronte nelle ascese all'acuto che Verdi esige più che per Manrico. Non abbiamo tema d'affermare che nella storia l'Otello di Kunde non sia secondo a nessuno, e che oggi non tema nessun rivale anche lontanamente paragonabile a quel che abbiamo udito a Genova. Un Otello musicista, uomo ed eroe, un Otello dalle intenzioni realmente belcantiste, ma perché finalmente ben cantato, non perché alleggerito o liricizzato. La grandezza vocale di questa prova si misura, d'altra parte, proprio nella sua forza teatrale: la mezzavoce è suadente e voluttuosa, morbidissima nel duetto del primo atto, sofferta, disperata nei dolorosi monologhi, l'impeto è trionfante, furioso o lancinante, la parola sempre in primo piano e sempre esaltata nell'introspezione e nel confronto fondamentale con Desdemona e Jago. Questo è il dramma di tre individui, di tre psicologie, di tre personaggi complessi e palpitanti, ma anche di tre simboli, quasi due letture si sovrapponessero in un gioco di specchi che ha il suo cardine in “Dio, mi potevi scagliar”, quando Jago, sul fondo, mima esattamente i movimenti del Moro: è dunque lui il burattinaio estremo della disfatta di Otello, l'uomo roso dall'invidia che gode della realizzazione del suo piano perverso e della rovina altrui, o l'anima nera dello stesso protagonista, un mostro che covava nel suo spirito e che lo porta alla distruzione? L'Alfiere e Desdemona non rappresentano, d'altra parte, anche i due principi contrapposti del dualismo tanto caro a Boito? E se Otello maledicendo Desdemona la chiama “Anima mia”, in quello stesso istante sta anche dannando se stesso, la propria anima. Il veleno di Jago lavora e si annida nel cuore di Otello, tanto che nel finale, l'uno trionfante e l'altro esanime, entrambi ascendono allontanandosi dai superstiti, e, fatalmente, dalle spoglie di Desdemona.

    L'interazione di Kunde con lo Jago di Carlos Alvarez (per di più reduce da un'indisposizione) è in questo senso impressionante, soprattutto nel secondo atto, che li vede protagonisti assoluti in un crescendo drammatico che toglie il fiato e avvince totalmente proprio in virtù della calibratissima misura con cui è sviluppato l'ambiguo rapporto fra vittima e carnefice. Il baritono andaluso non spreca una parola, una nota, un'inflessione, ma lo fa senz'ombra di leziosaggini, senza mai compiacersi d'un uso eccessivo dei colori, che invece sono giostrati per esibire la perturbante quotidianità del male. Jago non è un subdolo camaleonte, non un istrione, ma un uomo. Un uomo che dietro alla maschera di una normalità quasi anonima cela un animo prosciugato dall'invidia, dal rancore, un metodico procedere alla distruzione di tutto ciò che lo circonda. Alvarez, intenso e carismatico, soppesa ogni sfumatura e ogni accento con gusto sopraffino, simulando quotidiana noncuranza, ma è tagliente come una lama, implacabile e inquietante, come la rivelazione di un titanico principio distruttivo latente e inaspettato intorno a noi e dentro di noi. Il canto virile e controllatissimo, lo splendido colore baritonale, declinato in una musicalità raffinata quanto netta, raggelante, tessitrice d'insidie, paiono risvegliare le ombre dell'animo di Otello, i suoi dubbi, le sue insicurezze, un suo attualissimo senso d'inadeguatezza nel momento dell'amore e del trionfo. Jago si alimenta del veleno che è già nel seno del Moro e, a sua volta, lo mette in circolo con crescente tossicità. Entrambi sono volti l'Idra fosca e prendono corpo nel canto e nella parola di due artisti eccellenti.

    La tenebra, per esistere, necessita della luce, anche se finisce per inghiottirla. La luce è Desdemona, polo positivo del dualismo boitiano, ma anche una giovane decisa e innamorata che si trova vittima di un meccanismo incomprensibile, sola, rinnegata dall'uomo per il quale aveva lasciato ogni cosa e che per lei ormai rappresenta tutto. È una donna forte, fors'anche avventata che improvvisamente si vede crollare il mondo addosso: così ce la restituisce Maria Agresta, con un canto fresco e sicurissimo, dolce, solido, vibrante d'espressione, capace di avvincere l'attenzione in un'apertura del quarto atto toccante come è raro sentire. Non teme le mezzevoci o gli acuti filati, sempre ben sostenuti anche cantando supina, prona, accucciata in posizione fetale: donna di teatro a tutto tondo come i suoi colleghi, musicista e artista capace di sbalzare un personaggio di autentica umanità, ma anche di rappresentarne il valore simbolico. Quando sono in scena i tre cardini dell'opera, quando si rappresentano il loro rapporto e la loro interiorità, anche la regia di Davide Livermore (responsabile anche del light design e, con Giò Forma, delle scene) convince e propone le soluzioni migliori, sfruttando con ottime luci e proiezioni una struttura circolare che ricorda la cavea stilizzata d'un teatro antico o un gorgo marino, la spirale inesorabile della tragedia. Molto interessante, a corollario del rapporto simbolico-psicologico fra Otello, Jago e Desdemona, anche la valorizzazione di Emilia, vera “schiava impura” del marito, da questi guidata a rubare il fazzoletto con potere quasi magnetico, ma consapevole di esserlo e del male che si dipana sotto i suoi occhi, dolorosamente partecipe della Canzone del salice, cui si associa con un canto muto come quello di Jago in “Dio, mi potevi scagliar”, ma anche, suo malgrado, proiezione essa stessa nell'ombra nera dell'Alfiere. Quando invece è in scena il coro si avverte la difficoltà nel gestire le masse e la messa in scena perde d'interesse, penalizzata anche dai costumi davvero brutti creati da Livermore insieme con Marina Fracasso. Il resto del cast fa, ovviamente e onorevolmente, da cornice, e si apprezzano soprattutto il bel colore e lo smalto penetrante dell'Emilia di Valeria Sepe, anche se l'impressione è nettamente sopranile: come già per la Agresta, che intraprese gli studi come mezzosoprano, un passaggio al registro superiore potrebbe forse portar fortuna a questa giovane artista. Manuel Pierattelli è Cassio, Naoyuki Okada Roderigo, Seung Pil Choi Lodovico, Claudio Ottino Montano, Gian Piero Barattero un araldo. La concertazione di Andrea Battistoni ci rimanda anch'essa a tempi passati, quando voci formidabili davano vita a recite incandescenti anche in presenza di bacchette poco brillanti, con complessi non sempre irreprensibili. Il giovane veronese manca ancora dell'incisività, del mordente, della capacità di tenere tutto sotto controllo innervando di tensione ogni colore, ogni sfumatura, come se l'impeto giovanile si fosse smorzato senza trovare ancora la giusta sintesi, senza raffinarsi a dovere. Piuttosto fiacco e pesante non sviluppa a dovere eventuali intuizioni e non calibra sempre le sonorità in rapporto al palcoscenico. Il canto però rapisce ugualmente; l'arte, il carisma, la moderna consapevolezza stilistica unita a personalità, intelligenza, gusto e perizia tecnica fanno di Kunde, Agresta e Alvarez gli artefici di una recita incandescente che resterà, per chi vi ha assistito,un ricordo indelebile e una pietra miliare nell'interpretazione di quest'opera.

  • Madrid, L'elisir d'amore, 09/12/2013

    Quando il sol più ferve e bolle

    di A. G. R.

  • Milano, La traviata, 22/12/2013

    Violetta, malata immaginaria

    di Roberta Pedrotti

  • Verona, Don Pasquale, 15/12/2013

    La stagione della vendemmia, le stagioni della vita

    di Andrea R. G. Pedrotti

  • Los Angeles, Die Zauberflöte, 2013

    Tamino al cinema

    di Ramon Jacques

  • New York, Falstaff, 06/12/2013

    La risata final

    di Luis Gutierrez

  • Brescia, Tancredi, 13/12/2013

    Dolce e ingrata patria

    di Roberta Pedrotti

  • Buenos Aires, Un ballo in maschera, 04/12/2013

    Boston, 1984

    di Gustavo Gabriel Otero

  • Venezia, L'africaine, 29/11/2013

    Meyerbeer attende ancora

    di Francesco Bertini

  • 7 dicembre, riflessioni

    Il rito di sant'Ambrogio

    di Roberta Pedrotti

  • DVD, Verdi Collection vol.2

    DVD da Attila a sir John

    di Roberta Pedrotti

  • CD, Donizetti, Le duc d'Albe

    I vespri fiamminghi

    di Roberta Pedrotti

  • Brescia, Der fliegende Holländer, 01/12/2013

    Sognando il primo volo dell'Olandese

    di Roberta Pedrotti

  • Milano, Aida, 16/10/2013

    L'anima di Aida nella gabbia dorata

    di Antonio G. Ruggeri

  • Jesi, Falstaff, 22/11/2013

    Nel camerino di sir John

    di Gabriele Cesaretti

  • Palermo, La traviata, 26/11/2013

    Follie, follie...

    di Giuseppe Guggino

  • Rovigo, Il matrimonio segreto, 15/11/2013

    Matrimonio di giovani

    di Francesco Bertini

  • Bologna, The turn of the screw, 19-23/11/2013

    La casa degli spiriti

    di Roberta Pedrotti

    Il Comunale di Bologna celebra Britten con The turn of the screw, sottilissima e inquietante ghost tale psicologica. Splendide la direzione di Jonathan Webb e la prova dell'orchestra; intelligente e sempre moderno, a sedici anni dalla prima, l'allestimento di Giorgio Marini. Non convince appieno, invece, il cast, con alti e bassi fra le due compagnie.

    BOLOGNA, 19 e 23 novembre 2013 - Alla prima di martedì e alla replica di sabato il teatro non è pieno, il loggione non è aperto e fa un po' male pensare che uno dei più grandi musicisti teatrali della storia, proprio a cavallo del centenario della nascita, possa essere ancora percepito sulla carta come alieno a un repertorio più immediatamente fruibile. Il teatro non sarà pieno ma già alla prima la percentuale di giovani è considerevole, e questo, almeno, ci conforta non poco oltre a confermare il magnetismo di un'opera dal fascino straordinario come The turn of the screw. A monte c'è la novella di Henry James del 1898, resa ancor più perturbante nel libretto di Myfanwy Piper. Contrariamente a quanto rilevò a suo tempo (la prima fu a Venezia nel 1954) parte della critica, infatti, la scelta di dare corpo e voce ai due spettri, di affidar loro versi enigmatici ma compiuti e canto non va a detrimento dell'ambiguità, non disperde l'atmosfera né banalizza la psicologia dei personaggi. Anzi, instaura un rapporto ancor più stretto e inestricabile fra il mondo dei vivi e quello dei morti, fra reale e irreale, razionalità e visionarietà. Dove si annidino il male e la follia, se sia realmente la nefanda influenza di Peter Quint o piuttosto un frutto della mente dell'Istitutrice resta un mistero.

    L'arcano di un labirinto di specchi nel quale è difficile credere perfino ai nostri occhi e alle nostre orecchie; così ce lo restituisce il bell'allestimento di Giorgio Marini, che rievoca la tenuta di Bly come una dimora spettrale, sproporzionata ai suoi abitanti, vuota, già morta; vivi e defunti si incrociano e si spiano attraverso specchi e vetrate, si somigliano, si riflettono, si scambiano, come un unico raggio di luce che si rifrange attraverso un prisma. Dal parco incombono delle lapidi, i bambini giocano con un modellino della carrozza che aveva portato un tempo Miss Jessel, oggi la nuova Istitutrice. Una visione teatrale estremamente intelligente, che però patisce in questa ripresa l'assenza di grandi personalità sul palcoscenico, dove l'azione e la recitazione non sono sempre magnetiche e taglienti come si vorrebbe e come invece risulta la concertazione di Jonathan Webb. Fine e profondo conoscitore dell'opera di Britten il maestro inglese esalta il protagonismo degli strumenti solisti – l'orchestra è in formazione cameristica, a parti reali, e ogni voce ha un ruolo drammatico e un virtuosismo di scrittura che ne fa un vero personaggio – senza perdere lo sguardo d'insieme; mantiene l'atmosfera sul filo del rasoio, dosa la suspense fra sonorità spettrali, rarefatte, delicate inquietudini, perversi turgori. È l'orchestra, con il suo direttore, la protagonista indiscussa di uno spettacolo in cui, con alterne vicende, il cast non brilla, a partire dall'Istitutrice. Ad Anne Williams-King, interprete alla prima, manca la definizione del personaggio nei suoi tratti fondamentali di nevrosi, di gioventù irruente, idealista, magmatica e repressa. Manca di ambiguità, quell'ambiguità patente già nel primo monologo, quando i piccoli melismi sulla parola Why sembrano anticipare il richiamo di Peter Quint, e anche il canto non è fluido, lucente e variegato come si converrebbe, spesso opaco e fioco. Il suo momento di maggior incisività è il finale, nel quale invece mostra qualche segno di stanchezza Sara Hershkowitz, responsabile però di una prova decisamente più convincente per adesione al personaggio di questa Jane Eyre fin de siècle (l'allusione al romanzo gotico e romantico di cui le sue fantasie sono imbevute è evidente quando si chiede de quello che ha visto sia un pazzo rinchiuso nella torre). La figura giovane e sottile, la bella silouette chiusa nella divisa severa, la delicatezza nervosa, il colore più fresco rendono con una maggiore efficacia l'anima magmatica, severamente repressa nei suoi istinti e sublimata in un idealismo impulsivo e ansioso, in una smania eroica che dissimula quella erotica e si rivela infine distruttiva. Il suo opposto e – forse – il suo alter ego è costituito dalla coppia di fantasmi, il suo principale antagonista è Peter Quint. Nei suoi inquietanti panni (e in quelli del Prologo) si sono alternati due tenori sostanzialmente equivalenti: forse Randal Bills è un po' più preciso musicalmente di Boyd Owen, che appare interprete migliore nel declamato, ma entrambi falliscono nel connotare il peculiare canto melismatico del richiamo di Peter Quint. Qui arabeschi seducenti di perversità devono risplendere di sinistre fosforescenze, perfettamente fluidi e legati, senza quelle terzine nervose e affrettate, tratte da certa, non inappuntabile, maniera barocchista. Come Miss Jessel né Cristina Zavalloni né Patrizia Orciani si impongono per ortodossia vocale, ma se la seconda è forte di una certa esperienza nel ruolo, la prima vince per presenza scenica, intelligenza d'articolazione e musicalità.

    Rispetto alla voce sopranile ormai prosciugata, aguzza e tagliente, di Laura Cherici, si fanno preferire i toni più caldi del mezzosoprano Gabriella Sborgi, che se pure non avrà una freschezza non richiesta per la matura e semplice Mrs Grose, le conferisce un tratto più intrigante e complesso rispetto alla consueta materna alternanza fra bonomia e apprensione: lei che tutto aveva visto delle “libertà” di Peter Quint e non aveva reagito perché non era compito suo, dopo aver approvato la decisione dell'Istitutrice di scrivere al tutore dei ragazzi concentra il viso in un'espressione enigmatica e solo alla fine, rivelando che la missiva in realtà non è mai partita, ammanta il suo “Miles must have taken it” di una sorta di allusiva complicità. La governante da che parte sta, se mai si possono distinguere, nel gioco di specchi fra bene e male, fra realtà e delirio? Ha assecondato consapevolmente gli spettri o, se questi non esistono, è stata lei stessa a intercettare (o far intercettare) la lettera? Al centro di questo inestricabile labirinto ci sono, ovviamente, i due bambini, c'è Miles, forse la più grande parte, sia musicale sia teatrale, mai concepita per un fanciullo. Il confronto fra i due interpreti ascoltati è potenzialmente assai interessante: alla prima c'è Sebastian Davies, tredicenne biondo e angelico, voce chiara e sottile, e in alternanza Dominic Williams, coetaneo ma all'apparenza più grandicello, moro e inquieto, il cui fraseggio e la cui recitazione suggeriscono più d'uno spunto originale. La voce mostra però un certo sforzo e lascia immaginare una qualche forma di laringite dovuta all'umidità di queste giornate ormai invernali, offuscando la resa delle pur buone intenzioni. Meglio, allora, nel complesso, l'inquietante imperturbabilità, ancor più tagliente se abbinata alla dolcezza dei lineamenti, di Davies. Nelle recite di martedì e sabato ricorreva un'unica Flora, Erin Hughes, ma val la pena citare la coppia di giovanissime italiane, Benedetta Fanciulli e Valentina Pucci, in locandina per il 27 novembre nei panni dei due fratelli. La diciannovenne britannica conosce bene il ruolo e, osservandola in due recite, si possono meglio apprezzare le espressioni e gli sguardi, la consapevolezza dell'interprete.

    L'inquietudine, il terrore sottile e ambiguo non sviluppano mai, in queste serate, il potenziale agghiacciante e soggiogante di The turn of the screw, ma è anche questo il destino di un'opera fatta di allusione, elisione, di equilibri delicatissimi. Il destino di un capolavoro che ad ogni ascolto lascia ammirati e svela nuove sfumature, nuove pieghe, nuove chiavi di lettura. Se il teatro non è esaurito, è però pieno di passione per Britten e questo suo lavoro, sia che si tratti di un amore di vecchia data o di una fiamma appena accesa.

     

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