L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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Nel mondo di Mascagni

di Roberta Pedrotti

Fulvio Venturi

Mascagni e Livorno

un caso internazionale

400 pagine illustrate

ISBN 9788899830366

DreamBOOK edizioni, 2019

Livornese e internazionale. Titolo e sottotitolo potrebbero dar l'idea di una prospettiva un tantino strabica, di qualche forzatura, ma la lettura fuga ogni dubbio e dimostra la coerenza del volume di Fulvio Venturi, che da concittadino di Mascagni non può non rivelarsi un narratore privilegiato del rapporto fra il compositore e la sua città, nonché del contesto locale in cui il suo ingegno musicale si è formato e del lascito complesso e vivace. Non una cornice pittoresca, ma una collocazione fondamentale per comprendere la figura di Mascagni, il suo carattere toscanissimo, irruente, umorale, generoso e ruvido, la sua dimensione artistica, la ricezione critica dell'opera, il giudizio composito sull'uomo. Da qui, si apre come naturale conseguenza anche la prospettiva internazionale, l'attività di autore e interprete, le tournée (a proposito, una piccola notazione: nell'interessante questione delle frequentazioni rossiniane di Mascagni, attenzione a non confondere il Mosé che diresse - traduzione italiana di Moise et Pharaon - con il Mosé in Egitto napoletano allora scomparso dagli orizzonti teatrali) e le fortune all'estero, il respiro non solo locale dell'artista.

Scrivere di Mascagni è utile ma non semplice, fra le pastoie delle etichette di compositore "di una sola opera" (o, viceversa, di un'opera tanto ingombrante da confondere i pur pregevolissimi percorsi successivi), di compositore soprattutto ingenuo e istintivo, e, soprattutto, di compositore "di regime". Perciò si apprezza il taglio agile, quasi schematico (e non è un difetto: rende svelta la lettura e agile la consultazione) della più corposa parte biografica, scandita in senso cronologico, raggruppata per temi ben definiti, saldamente ancorata a una salda documentazione che qua e là si corrobora dell'osservazione diretta del concittadino. Ne emerge una visione serena ed equilibrata - seppure, chiaramente, da parte di un estimatore entusiasta - del catalogo mascagnano, in cui Cavalleria non mette in ombra le sorelle, ma nemmeno si tende a ridimensionare oltremodo il capolavoro rivelatore. Cavalleria rusticana è un capolavoro ed è una delle opere più influenti di tutti i tempi. Però, ci fa intendere chiaramente Venturi, Mascagni dopo il successo giovanile non si è dibattuto per vie diverse alla ricerca affannata di una replica, bensì ha affrontato con consapevolezza differenti suggestioni artistiche nel suo tempo, mostrandosi anche ricettivo alla novità del cinema. Umano e non idealizzato, Mascagni fa anche bene i suoi conti badando al portafoglio, ma si fa prendere anche da impeti caratteriali con sfuriate, rotture, riappacificazioni che punteggiano un po' tutta la sua vita e determinano anche alcuni snodi fondamentali. Ne è un bell'esempio lo scontro con Bazzini e l'abbandono del Conservatorio, fatto che ha sostenuto la tesi di un Mascagni orgoglioso e sprezzante verso l'accademia, compositore di tanto talento e poca scienza, mentre il racconto documentato da Venturi lo vede studente appassionato e non sprovveduto, ma troppo facile a perder le staffe con interlocutori evidentemente non meno battaglieri. Il ritratto umano di Mascagni aiuta anche a ridefinire i suoi rapporti con il regime fascista. Un marchio d'infamia che si attenua affiancando ad atteggiamenti ostentati, come la camicia nera indossata sul podio o addirittura montando la guardia al monumento del milite ignoto, ai non pochi attriti con le autorità, ai sospetti destati dal Nerone per l'esplicita dichiarazione "il potere serve per abusarne", per atteggiamenti sopportati dalla dittatura solo in virtù della popolarità dell'artista, dell'esultanza epistolare per il ritorno alla libertà dopo la caduta di Mussolini. Il rapporto bifronte di Mascagni con la dittatura, fra adesioni e distanze, è alla fine emblematico dell'epoca (e, verrebbe da dire, non solo della sua), di un generico sentimento di solidarietà con i lavoratori che sfocia in una visione politica un po' confusa, che i proclami d'ordine e populismo possono attrarre, mentre l'accettazione di uno status quo può trasformarsi in adesione  appariscente quand'anche superficiale e non sentita, in una critica presente ma non sistematizzata nel dissenso. Insomma, Mascagni finisce per ricordarci come certi cancri sociali siano esiziali proprio perché capaci di insinuarsi anche in ambienti intellettuali e artistici, di apparire loro tutto sommato innocui e di fagocitarli. Insomma, il rapporto di Mascagni con il potere e la politica ha le sue ombre, ma può e deve essere riletto con sguardo critico e non deve inficiare - semmai accompagnare - l'analisi della produzione artistica.  

E sulla produzione artistica c'è molto da dire, sul piano locale e internazionale. Mascagni fin da ragazzo - quando mette in musica con una certa audacia l'Ode alla gioia di Schiller - mostra uno spiccato interesse per la letteratura internazionale, ricercando le sue fonti d'ispirazione fra Heine, i francesi o nella collaborazione con D'Annunzio per Parisina. Non sono trascurate nemmeno le arti figurative, ricordando la statura non sempre secondaria di pittori toscani e livornesi (anche prima del concittadino Modigliani), sensibili a tendenze internazionali di realismo, impressionismo, simbolismo. L'attenzione del compositore anche alle illustrazioni dei libretti a stampa, le suggestioni estetizzanti di Iris e Isabeau, conferma la sua sensibilità pittorica, il suo interesse artistico non circoscritto all'urgenza melodica dell'ispirazione verista.

All'ampia sezione più strettamente biografica seguono, dunque, pagine dedicate al contesto livornese e ai rapporti fra Mascagni e la città, per concludere con un prospetto dettagliato delle produzioni operistiche cittadine dedicate al genius loci. Venturi non si sgancia mai dai documenti, di cui soppesa l'attendibilità - soprattutto nel caso delle testimonianze dei familiari delle parti in causa - ma lascia nondimeno trasparire la sua passione per l'argomento e le sue personali esperienze. E le comunica così bene che alla fine del libro vien la voglia di rivedere e riascoltare Iris e Parisina, ma anche Silvano o Il piccolo Marat.

Un'autentica perla, infine, è la prefazione di Federico Maria Sardelli. Aprire la lettura con queste pagine così limpide, così ricercate e pure fluide, così naturali nell'eloquio nell'uomo coltissimo e intelligente che guida affabile nella materia con ragionamenti chiari e puntuali è davvero un balsamo prezioso.

 


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