L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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La misura del coraggio

 di Roberta Pedrotti

G. Rossini

Maometto II

Palazzi, Balbo, Süngü, Yarovaya, Kabongo Mubenga

Camerata Bach Choir, maestro del coro Ania Michalak

Virtuosi Brunenses

Antonino Fogliani, direttore e concertatore

Registrato a Bad Wildbad nel luglio 2017

3 CD Naxos 8.660444-46, 2018

Maometto II fu una delle opere meno fortunate della maturità di Rossini, una delle più rapide a cadere nell'oblio nonostante la fama già sfolgorante dell'autore nel 1820 e nonostante la ripresa e revisione veneziana del 1822. L'eco rimase attraverso la riscrittura francese come Le siège de Corinthe, ma al di là del fatto che, soprattutto dal secondo atto, la rielaborazione fu radicale, anche il capolavoro francese non ebbe vita facile e scontò il maggior successo subendo fin da subito alterazioni e mutilazioni di varia natura. 

Fra le più eclatanti restituzioni del Rossini Opera Festival, Maometto II si svelò al pubblico moderno come una tragedia di statura vertiginosa, una drammaturgia musicale serratissima, priva di concessioni ai divi per quanto estremamente esigente con gli interpreti. Così, Maometto II divenne una delle opere più amate dai rossiniani, uno dei capolavori più studiati e ammirati, ma anche tale da destare insieme speranze e perplessità, desideri e timori reverenziali all'annuncio di ogni nuova messa in scena.

Così, con un'ambivalenza di curiosità e dubbio si ascolta questa nuova edizione proveniente dal coraggioso e, per molti versi, benemerito festival Rossini in Wildbad. L'ascolto non scioglie gli interrogativi preventivi e si presta a diverse considerazioni. Da un lato non si può negare una certa soddisfazione per la dimestichezza con l'idioma rossiniano, entrato ormai nel bagaglio tecnico e culturale delle nuove generazioni di cantanti: al di fuori di Mirco Palazzi – che, ancor giovane, qui fa la figura del veterano, perlomeno in questo repertorio – e di Victoria Yarovaya – formatasi all'Accademia Rossiniana con Zedda – non abbiamo particolari quarti di nobiltà da esibire sotto il blasone del Pesarese. Eppure l'insieme è decoroso. Si impone, prevedibilmente, Mirco Palazzi, che, da basso autentico, non punterà sulle impennate baritonali, ma gioca la sua partita con intelligenza sulla nobiltà del timbro, sulla definizione di un condottiero altero ma non monolitico, come sottolinea l'abile gestione delle ombreggiature e del suggestivo registro grave nella seconda parte di “All'invito generoso”, “Dell'onta l'impronta fugace”. Mert Sungu non è l'imponente baritenore che Erisso richiederebbe, ma non gonfia le gote inutilmente, piuttosto s'impegna a dare un senso a quel che canta e a farlo in modo credibile, scandendo il testo con ammirevole chiarezza, pur con qualche impiccetto da non madrelingua. Anche il secondo, limpido tenore, Patrick Kabongo Mubenga (proveniente dall'Accademia del Maggio Fiorentino) si fa apprezzare, attento e scrupoloso sia nei consigli diplomatici di Condulmiero, sia come Selimo, attendente di Maometto.

La micidiale aria di Calbo nel secondo atto è un cimento arduo per qualunque interprete: già Rosa Mariani, il primo Arsace in Semiramide, si fece approntare qualche semplificazione da Rossini quando dovette impersonare il generale veneziano. Yarovaya non sarà mostruosamente estesa come la parte vorrebbe, talora alleggerisce un po' la voce nei virtuosismi più ostici, ma non perde mai di vista la linea complessiva, anzi, si mostra consapevolmente caparbia nel renderene il carattere e la fittissima coloratura, è appassionata, fiera, convincente. Insomma, in tutta onestà possiamo dare a Cesare quel ch'è di Cesare, riconoscere la grandezza di mostri sacri del belcanto, ma anche constatare che dopo di loro, al di là di loro non abbiamo il deserto, bensì la possibilità di vedere concretamente anche il Rossini serio conquistare il suo posto un po' più stabile nel repertorio. Tuttavia, i nodi non mancano di venire al pettine, perché vi sono limiti oltre i quali l'approccio a un'opera come questa andrebbe seriamente evitato. Elisa Balbo non è una belcantista provetta, ma se la cava destreggiandosi fra la maggior confidenza con le frasi più liriche e l'inevitabile prudenza in quelle dal virtuosismo più scoperto. Certo, non possiamo dire che il legato sia impeccabile e fascinoso, cosicché i limiti finiscono per sovrastare nettamente l'ottimistica buona volontà. Anna Erisso non deve cantare solo “Giusto ciel in tal periglio” e “Ritrovo l'amante nel crudo nemico”, non le basta rimanere a galla in “Gli estremi sensi ascolta”: Anna Erisso deve imporsi nella grande scena finale e qui Elisa Balbo naufraga miseramente. In “Sì, ferite” arranca, è costretta a scivolare fra le note, ad aggrapparsi a picchiettati che dovrebbero pietosamente sostituire la cascata di note fiere e deliranti con cui l'eroina s'inebria invocando il martirio. Dopo essere crollata sotto il peso della perorazione e del virtuosismo, anche la preghiera sulla tomba della madre risulta indurita e affaticata. La scena è micidiale, è vero, ma lo è in quanto akme della tragedia: non potrebbe essere altrimenti e l'interprete deve essere all'altezza della situazione, o, quantomeno, saperla risolvere con intelligenza, saper gestire le difficoltà senza perdersi in un cimento impossibile. Purtroppo questa grande scena finale di Anna è consegnata al disco, documentata per un ascolto impietoso e quasi imbarazzato, a riprova che Rossini non è un autore impossibile da affrontare, ma è un autore esigente: mette a dura prova l'interprete e questi deve essere in grado di sostenerlo a testa alta. Per Anna Erisso è necessaria una belcantista scaltrita, è necessaria un'artista che abbia confidenza con il linguaggio della tragedia, non c'è scampo.

Anche il coro Camerata Bach di Poznan mostra talora la corda, forse anche per un organico un po' troppo esiguo che costringe a tensioni foriere di squilibri. I Virtuosi Brunenses, viceversa, confermano la familiarità acquisita con Rossini senza difficoltà sotto la guida di Antonino Fogliani. La sua lettura non sfugge a qualche durezza – il côté marziale dell'opera è visto in maniera piuttosto spigolosa – o a qualche ombra d'inerzia nel fraseggio, ma non risulta nel complesso squilibrata.

Le firme di Stefano Piana e Reto Muller per le compatte note e sinossi sono una garanzia; l'edizione critica utilizzata è quella di Hans Schellevis per Bärenreiter e, abituati come siamo a far riferimento alla revisione di Scimone per la Fondazione Rossini/Ricordi, può essere un motivo di curiosità. Tuttavia, una storia editoriale piuttosto lineare, anche a causa della scarsa fortuna dell'opera, non comporta variabili così sensibili da farsi notare in modo particolare in questa incisione.