L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Condannato alla risata

 di Giovanni Chiodi

Il Don Pasquale che dal Teatro Donizetti di Bergamo è partito per una tournée nei teatri lombardi e non solo non manca di pregi musicali, ma si arena in una visione registica che spreca spunti interessanti per puntare su una comicità troppo spesso farsesca.

Bergamo, 17 ottobre 2015 - Siamo alle prime battute di DOREMIX, la stagione di Lirica Bergamo 2105, alla quale l’intelligenza e la cultura del direttore artistico Francesco Micheli conferiscono uno spessore di rilievo, che si avverte nella scelta e nella qualità musicale e teatrale dei titoli.

Si apre con una produzione di Don Pasquale che ha girato parecchio in vari teatri, affidata al team guidato dal regista Andrea Cigni (scene e costumi di Lorenzo Cutuli) e alla concertazione, solida e affidabile, di Christopher Franklin, al quale, per convincere pienamente, manca solo quel quid in più di estro e fantasia. Capofila di un cast di giovani artisti, Paolo Bordogna è un protagonista dalle mille risorse: canto ineccepibile, sillabato vertiginoso, accento multiforme, incanalato sempre verso una dimensione umana, arguta e mai caricaturale del personaggio, carisma naturale. Il soprano Maria Mudryak canta Norina con l’energia e la freschezza dei suoi vent’anni, e in scena è agevolata dal fisico (nel secondo atto si trasforma in una conturbante Marilyn Monroe) e dalla vivacità. Il limite è costituito dal timbro di voce, asprigno e metallico, e dall’emissione non sempre ben calibrata di acuti e agilità. Pietro Adaini esibisce qualità notevoli: una linea di canto elegante, un bel legato e una facile ascesa agli acuti. Una prova positiva, che gli dovrebbe consentire in futuro di divenire più sciolto nelle sfumature. Pablo Garcìa Ruiz, vincitore AsLico, è un Malatesta irruente e sfoggia un materiale cospicuo: nel canto lirico lascia più a desiderare.

Lo spettacolo si regge su un’idea di fondo che è ottima: Don Pasquale vive all'interno di un immenso caveau, la cui porta è una gigantesca cassaforte, che troneggia al centro della scena. Ernesto è relegato in una camera al piano superiore, alla quale si accede attraverso una scala a chiocciola. Anche l’ingresso è opportunamente sprangato. Forse stiamo per assistere finalmente a un Don Pasquale diverso dal solito. Peccato che la doccia fredda arrivi subito, con l’entrata di Malatesta: una macchietta ridicola, tutta mosse e ammiccamenti. Siamo nel surreale: difficile che ne esca un personaggio credibile. Anche l’ambiente creato per Norina è volutamente sopra le righe: un mega giardino fiorito con altalena. Ci può stare. Solo che poi appaiono delle colombe che svolazzano nell’aria e invece di prendere sul serio la colossale burla che si va architettando contro il vecchio avaro tutto scivola verso una superficiale parodia. Il resto evolve di conseguenza, la commedia muta precipitosamente in farsa e i personaggi (tranne don Pasquale e Ernesto) perdono di consistenza umana. Si dovrebbe ridere, e in effetti il pubblico si diverte. Ma il comico, l’umorismo nero di Don Pasquale, per non parlare della sua poesia, sono proprio tutt’altra cosa. Una facciata accattivante, questo sì, sotto la quale cova però sempre lo stereotipo.

foto Gianfranco Rota


 

 

 
 
 

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