L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Le odissee di Giufà

 di Roberta Pedrotti

Uno spettacolo itinerante nel castello di Sarteano fa del viaggio e del racconto, dalle tradizioni popolari alla nostra attualità, il filo conduttore fra i popoli del Mediterraneo.

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Nelle scarpe di Giufà

SARTEANO (SI) 14 luglio 2018 - Metti una sera a passeggio su, su per vie strette e ripide fino alla cima del castello di Sarteano, a due passi da Montepulciano. Qui, in collaborazione fra il Cantiere e la locale Nuova Accademia degli Arrischianti, si muove lo spettacolo Nelle scarpe di Giufà, regia e drammaturgia di Laura Fatini. Si muove nel vero senso del termine e non solo perché si tratta di una rappresentazione itinerante, di un percorso attraverso il quale siamo accompagnati dagli attori e dai musicisti, ma perché il viaggio, il cammino è il soggetto stesso del testo cui partecipiamo.

Come stazioni di una Via Crucis sacra perché umana, interculturale e interreligiosa, come episodi favolosi e drammatici di un'eterna Odissea mediterranea, attraversiamo il brulicare di aneddoti, racconti, arguzie che passano di bocca in bocca nei mille volti e nelle mille identità di Giufà, dal medio Oriente alla Sicilia, dal Mahgreb alla Grecia con nomi diversi, eroe e antieroe, sciocco e sapiente, giovane e anziano depositario di piccoli e grandi episodi quotidiani, insegnamenti popolari, fiabe e apologie. Via via questi aneddoti, attraversando popoli, terre e mari, giungono a noi, all'epoca delle rivoluzioni e delle rivendicazioni, delle guerre e delle sofferenze, degli incontri di genti e delle sofferenze dei migranti.

Dapprima la recitazione, la rappresentazione, i costumi hanno un'aria più fiabesca, quasi naif, sgargiante nel suo esotismo fatto per incantare i più piccoli. Poi, via via, compaiono vesti militari, abiti contemporanei, giubbotti rossi salvagente. E il momento forse più toccante è riservato al pescatore che, dopo aver raccontato di non aver seguito un viandante che pretendeva di fare dei suoi compagni “pescatori d'uomini”, ammette, raccogliendo uno di questi giubbotti, di essere purtroppo finito ugualmente a raccogliere non pesci, ma esseri umani nel mare.

Il tema è forte, importante; la scelta di trattarlo anche con gli strumenti della fiaba, di ricercare nella tragedia e nell'attualità anche la poesia e la speranza è, senza dubbio, condivisibile, anche perché alleggerisce il tutto dai rischi sempre in agguato della didascalia e del luogo comune. Anche animata dai più nobili intenti, l'arte che si sveli apertamente didattica ha fallito il suo scopo e, dunque, ben venga anche la ricercata ingenuità dei quadri popolari che scivolano fino all'immagine dei migranti su una barca in balia delle onde nell'ultimo quadro.

Fra le prove di attori impegnati nei più diversi registri espressivi, si distingue anche l'interessante architettura musicale degli intermezzi composti dalla portoghese Sara Ross per un ensemble di tre flauti, sassofono, clarinetto e percussioni. Pezzi brevi, volutamente semplici e suggestivi, che, tuttavia, sfruttano alla perfezione la possibile precarietà dell'esecuzione itinerante con suggestioni à la Sostakovic, con un pizzico di Stravinskij. Rendono così con efficacia l'intreccio di riferimenti e il legame con la cultura popolare, di strada che sta alla base dello spettacolo. E lasciano la curiosità di ascoltare altri lavori di maggior respiro di Sara Ross.

foto Irene Trancossi

 


 

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