L’ape musicale

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Giselle, la migliore

di Irina Sorokina

Al Bol’šoj la nuova coregrafia di Alexey Ratmansky del capolavoro simbolo stesso del balletto romantico, Giselle, riporta sulle scene molti dettagli originali che si erano perduti nel tempo. L'eccellente corpo di ballo vede protagonisti Anna Nikulina e l'italiano Jacopo Tissi

MOSCA, 25 gennaio 2020 - Una grande fatica, non innamorarsi di Giselle, un balletto che a distanza di circa centottant’anni dalla sua nascita (1841) miete successi ovunque nel mondo. L’amano anche i coreografi dell’avanguardia che creano le proprie versioni di Giselle, quella di Mats Ek è entrata nella storia ormai, e quella di Akram Khan attira grandi attenzioni.

“Più che un balletto, è il balletto, una certa idea del balletto incarnata in forme capaci di inflettersi, nella loro angelica labilità secondo gli ambienti in cui mutare la loro essenza”, notò Fedele D’Amico nel suo articolo Una santa con le scarpe di seta. Ogni grande teatro tiene Giselle nel suo repertorio o, se segue la pratica di stagione, la rimette in cartellone regolarmente. Il caso del Bol’šoj appare del tutto particolare: la sua storia nell’epoca sovietica conta tre versioni, quella di Leonid Lavrovsky in cui la divina Galina Ulanova colpì il pubblico londinese nel lontano 1964, quella di Yury Grigorovich, il padrone assoluto del teatro nella cosiddetta “età d’oro”, nel 1987, e quella di Vladimir Vasilyev del 1997. Ed ecco a un appassionato pubblico come quello moscovita un’altra versione di Giselle, quella di Alexey Ratmansky, in passato direttore della compagnia di balletto del Bol’šoj e attualmente coreografo residente dell’American Ballet Theater.

Perché un’altra Giselle visto che quella di Grigorovich funziona ancora bene (e infatti, la direzione del teatro ha intenzioni di mantenerla in cartellone)? Crediamo che l’invito rivolto a Alexey Ratmansky, uscito dall’Accademia Statale Coreografica di Mosca e grandissimo conoscitore di repertorio con al suo attivo molte ricostruzioni di titoli classici in alcuni teatri importanti, fosse dovuto al desiderio di rivelare al pubblico una Giselle più autentica, far tornare delle cose dimenticate e liberarla da molte modifiche fatte nei circa centottant’anni della sua esistenza.

Durante la sua lunga, lunghissima vita sui palcoscenici dei vari teatri dei cinque continenti, Giselle perse tante cose e ne acquistò diverse. Chi legge per la prima volta Notice sur Giselle di Théophile Gautier in Les Beautés de l’Opéra, ou Chefs-d’oevre lyriques illustrés par les premiers artistes de Paris et de Londres, pubblicato a Parigi nel 1845, rimane sicuramente stupito da quante cose scomparvero dal balletto col tempo. In Russia gli appassionati da sempre ebbero la possibilità di conoscere il libretto originale, pubblicato nella traduzione russa nel libro di Sergey Slonimsky ДраматургиябалетноготеатраХХвека, М., «Искусство», 1977 (Drammaturgia del teatro di balletto del XX secolo, Mosca, Edizioni “Arte”, 1977) e riprodotta nel ricchissimo programma di sala.

Se la ricerca di freschezza è stata uno dei motivi della “nuova” Giselle, il Bol’šoj e Ratmansky ci sono perfettamente riusciti. Chi sapeva, ormai, che Giselle rappresentata nelle versioni conosciute prima come una ragazzina fragile, malata di cuore, in realtà era allegra, decisa e piena di vita e soprattutto di voglia di ballare e divertirsi? Chi immaginava che la promessa sposa di Albrecht, Bathilde, non fosse un’aristocratica dai modi indulgenti e sprezzanti, ma una ragazza giovane di buon cuore, esattamente come Giselle? La invitava alle sue nozze e rimaneva alla fine del compimento della tragedia di Giselle alla fine del primo atto, mentre nelle versioni precedenti lasciava il luogo dell’accaduto con faccia indignata. Chi sapeva del passaggio dei cacciatori nelle vicinanze del cimitero dov’era sepolta Giselle, all’inizio del secondo atto? Chi ha mai visto Albrecht afflitto dal dolore arrivare al cimitero accompagnato e sorretto da Wilfrid? Ma chi poteva immaginare la cosa più sorprendente, il vero finale in cui dopo il terrore vissuto da Albrecht al cimitero e la sua salvezza, Wilfrid conduceva nel bosco incantato i nobili, Bathilde compresa, e Giselle sprofondava in una collinetta coperta dei fiori benedicendo il matrimonio di Albrecht con Bathilde? Tutti questi dettagli del libretto, dimenticati ormai, che cambiano decisamente il senso della storia, sono stati ripristinati nella versione di Ratmansky. Il risultato di questo scrupoloso lavoro è evidente: il balletto è apparso molto più vivace, vicino a tutti noi nella sua umanità. E si è colorato di qualcosa ingenuo e commuovente che giova molto alla “santa con le scarpe di seta”. E’ stata una grande gioia vedere come gli artisti, grazie ai dettagli tornati nella produzione attuale, hanno brillato di una luce tutta nuova, dovuta all’arricchimento di ogni personaggio.

Il lavoro di Ratmansky non è una ricostruzione, ma una nuova versione basata sullo studio dei documenti a noi pervenuti (per fortuna, verrebbe a dire!), due notazioni, del coreografo francese Henri Justamant che un ventina d’anni dopo la première parigina fissò il balletto sulla carta con l’uso della parola, descrisse la geografia di spostamenti dei personaggi e del corpo di ballo, mentre all’inizio del Novecento il regista del Teatro Mariinsky Nikolay Sergeev annotò i balletti di Petipa con l’uso della notazione Stepanov. Ratmansky si è rivolto anche alle altre fonti quali spartiti antichi con le annotazioni dei dialoghi pantomimici e passi di danza: per i non addetti ai lavori è difficilissimo immaginare quanto complesso fosse stato il suo lavoro. Ne è venuta fuori una Giselle davvero nuova, di un grande fascino coreografico e visivo, da una musicalità diversa. Una Giselle decisamente più umana e commuovente.

Nel primo atto per la gioia del pubblico, nessuno escluso, sono apparsi due splendidi cavalli bianchi, di Bathilde e di suo padre (per la maggior sicurezza, i personaggi sono arrivati a piedi), e un folclorico carro pieno di frutti di terra (si dimenticava spesso che Giselle veniva incoronata la regina della vendemmia). E’ cambiato il disegno delle danze contadine e il pas de deux aggiunto è risultato tecnicamente più complicato, con degli echi dello stile di Bournonville. Nel secondo atto è stata ripristinata la complessa macchina amatissima dal balletto romantico: la regina delle villi Myrtha ha fatto la sua apparizione dietro il sipario trasparente sul «monopattino» (qualcuno in sala ha fatto scappare una risata), Giselle mandava il suo saluto amoroso ad Albrecht dondolando sui folti rami di un albero e alla fine tornava sotto la terra, sprofondando tra le erbe e fiori (per effettuare questo trucco, è stata costruita una collinetta, perché il palcoscenico del Bol’šoj prevede una sola botola dalla quale Giselle sale dalla tomba). Il secondo atto ha colpito per la bellezza eterea e la massima eleganza; ila formazione a croce del corpo di ballo trovata nella notazione di Justamant ha fatto un vero scalpore ed è stata introdotta la fuga delle villi furiose  nell’inutile tentativo di avvicinarsi alla croce, coreografata da Ratmansky. Una grande novità della sua versione sono stati i tempi decisamente più veloci se confrontati a quegli affermati nel tempo.

E’ stata magnifica la sintonia nata tra il coreografo e lo scenografo Robert Perdziola che ha preferito la strada di rievocazione a quella di creazione delle scene originali. La sua stella si chiama Alexander Benois che per due volte lavorò su Giselle, per Le Ballets Russes di Diaghilev nel 1911 e l’Opéra di Parigi nel 1924. Giselle è sempre riconoscibile; nel primo atto due casette, una a destra, un’altra a sinistra, con lo sfondo un paesaggio autunnale, nel secondo un cimitero con la croce sulla tomba della povera fanciulla, un bosco e qualche volta un lago. Non fecero eccezione le scene di Benois e le attuali scene di Perdziola hanno seguito questa strada. Sono decisamente affascinanti e funzionanti, con atmosfera gioiosa del primo atto e misteriosa e irrequieta nel secondo dove tra i folti rami degli alberi appaiono e scompaiono le lucette che turbano i passanti malcapitati. Qualche rimprovero per i costumi dei nobili nel primo atto che hanno peccato dei colori improbabili; il padre di Bathilde era simile ad un buffone, mentre Albrecht in marrone e arancione e Bathilde in blu da una sfumatura velenosa hanno rischiato di far scappare un sorriso malizioso. Anche i costumi dei contadini nel primo atto, con la monotonia del beige e marrone, hanno infastidito l’occhio.

La compagnia del Bol’šoj ha presentato più coppie dei primi ballerini nei ruoli principali e ognuna di loro ha destato ammirazione come anche qualche osservazione critica del pubblico: dipende da gusti e passioni personali. Chi scrive è felice che le siano capitati Anna Nikulina e Jacopo Tissi. Al Bol’šoj ufficialmente ci sono otto prime ballerine ed è davvero difficile scegliere tra queste creature sublimi, dotate di tecnica incredibile e personalità indimenticabile. Olga Smirnova, con il volto angelico e la purezza delle linee? Ekaterina Krysanova, un vero animale del palcoscenico, forse la più versatile delle ballerine del Bol’soj che ama buttarsi e sperimentare? Non andiamo avanti con l’elenco, diciamo soltanto che la formidabile Nikulina, ritratto di femminilità, ingenuità, vivacità, dotata di una tecnica al limite dell’immaginabile, ha formato una coppia con l’italiano Jacopo Tissi che turba i sogni di molte ammiratrici. Davvero bellissimo, snello ed armonioso, dai bei modi aristocratici, Tissi è riuscito a fare credere al pubblico che l’amore di Albrecht per Giselle sia autentico. La sua uscita nel secondo atto in uno stato d’estrema sofferenza, ricerche dell’amata, corse verso la croce, batterie complicate nell’ultima variazione hanno rivelato la vera natura del personaggio, animo buono di un giovane perdutamente innamorato e distrutto dal dolore, non un aristocratico che dall’inizio stava ingannando una contadinella. Umanità, questa potrebbe essere la parola giusta per l’interpretazione dei ruoli principali di Anna Nikulina e Jacopo Tissi.

Non da meno è stato Anton Savichev nel ruolo di Hilarion (che nella nuova Giselle ha conserva il suo nome secondo la tradizione russa, Hans), un artista incredibilmente versatile, cui, sembra, possa interpretare qualsiasi personaggio, senza parlare di una tecnica strepitosa. Ha disegnato un Hans tormentato d’amore, egoistico e possessivo, a tratti insensibile, ma capace di pentimento.

Una squadra degli artisti “condannati” a mimare, è risultata perfetta: Berthe, madre di Giselle - Anna Antropova, espressiva e coinvolgente nell’episodio pantomimico a lei affidato, Alexander Fadeechev – il Duca, Nelli Kobakhidze – Bathilde, Karim Abdullin – Wilfrid. Indimenticabile Alyona Kovalyova, una Myrtha eterea ed imperiosa, da un salto impressionante, e le sue suddite Moyna e Zulmé, interpretate da Ana Turazashvili e Angelina Vlashinets. Un’ammirazione sincera, tutta meritata, hanno destato gli interpreti del Pas de deux dei contadini Maria Mushina e Ivan Poddubnyak.

Pavel Klinichev ha diretto la partitura con la mano ferma che rivelava delicatezza estrema come energia infiammante; nei tempi più veloci imposti da Ratmansky è stato un vero alleato del coreografo.

Una grande vittoria del Teatro Bol’šoj che alcuni, naturalmente, non considerano tale. Resta il fatto che questa produzione è assolutamente speciale, si appella al cuore, sottolinea il concetto cristiano del perdono, vanta dello spirito ingenuo, colpisce della bellezza sublime e dà delle enormi possibilità agli artisti.

Molti, moltissimi ti ameranno, dolcissima nuova Giselle di Alexey Ratmansky al teatro più importante della Russia e torneranno a vederti di nuovo.


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