L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

roberto devereux, mariella devia

Il manto della regina

 di Roberta Pedrotti

G. Donizetti

Roberto Devereux

Devia, Pop, Ganassi, Kim

direttore Francesco Lanzillotta

regia Alfonso Antoniozzi

Orchestra e coro del Teatro Carlo Felice di Genova

Genova, Teatro Carlo Felice, 20-24 marzo 2016

2CD Dynamic CDS7755.02, 2017

DVD Dynamic 37755, 2017

Leggi la recensione di Pietro Gandetto della recita del 20/03/2016

Leggi la recensione di Francesco Lora della recita del 24/03/2016

Nel momento in cui Mariella Devia ha intrapreso con decisione la strada che da Lucia ed Elvira conduceva a Violetta e Maria Stuarda, Anna Bolena, Lucrezia Borgia e Imogene fino a Norma, era inevitabile che, con la sacerdotessa belliniana, sarebbe dovuta giungere anche l’Elisabetta del Roberto Devereux, ruolo capitale nella maturità di una primadonna belcantista e drammatica. Naturalmente gli scettici arricciavano il naso chiamando in causa ora, non a torto, la tessitura che l’avrebbe costretta a discese assai scomode, ora, con argomenti meno solidi, la pretesa insufficienza attoriale e interpretativa del soprano di Chiusavecchia di fronte a un cimento tanto esigente quanto a carisma e temperamento.

Nel primo caso, è indubbio che Mariella Devia si sia sempre trovata meglio nelle parti più acute, nelle tessiture della Grisi o della Tacchinardi più che in quelle della Pasta o della Lalande, ma quando si tratta di artisti di questo calibro, con un controllo tecnico assoluto e piena consapevolezza del proprio mezzo, pronti a risolvere ogni esigenza musicale, il problema può sciogliersi prima di porsi (e ruoli Colbran come Desdemona e Zelmira lo dimostrano). La Devia, difatti, gestisce con intelligenza tutte le variazioni acute che lo stile le concede, come già alle colleghe dei tempi di Donizetti, e ha sempre saputo far fronte alle più aspre discese nel registro grave senza allargare il suono fuori stile: le note non saranno le sue migliori, né le più timbrate e penetranti, ma sono sempre emesse con gusto ed eleganza, rese espressive con appropriata intenzione. Queste stesse intenzioni basterebbero a minare il pregiudizio sull’interprete, l’idea che la strada maestra per questo tipo di personaggi sia quella di una creatività assertiva ed estroversa. Viceversa, Mariella Devia, approfittando perfino di una vocalità che inevitabilmente ha perso  un po' di freschezza rispetto al debutto nel ruolo nel 2011, lavora di sottrazione per delineare il contegno di una regalità che è come una maschera e un’armatura. I doveri della corona soffocano, per certi versi, i sentimenti della donna, ma, d’altro canto, le offrono anche la difesa di un rifugio inespugnabile; avvezza fin dall’infanzia alle trappole del potere, educata nelle raffinatezze e negli intrighi della corte, Elisabetta non potrà mai perdere veramente il controllo, il decoro del suo lignaggio e diviene, dunque, ancor più incisiva quando il suo sentimento affiora in un’inflessione più dolce, in una mezzavoce che echeggia un’innocenza fanciullesca e amorosa, o in un accento più netto e tagliente in cui vibri la rabbia trattenuta. Con ciò non significa che la sua sia una lettura tendente all’astrazione estetizzante, ma che la carne e il sangue di Elisabetta siano la carne e il sangue di una regina, e di una regina del Belcanto. 

D’altra parte, Roberto Devereux non è il canovaccio per uno spumeggiante one-woman-show, ma il dramma crudo e incalzante del potere e dell’illusione: Elisabetta s’illude di poter conciliare amore e dovere e nonostante il trascorrere del tempo; per ambizione e per necessità Devereux non può disilluderla, e a sua volta presume di poter conciliare il sincero amore clandestino con le utili attenzioni regali; Nottingham vede svanire la fiducia riposta nell’amicizia e nel matrimonio; Sara, quasi il negativo di Elisabetta sacrificata a logiche matrimoniali di convenienza, avrebbe ciò che la Regina anela invano e perde tutto, amore e onore. Lo intende bene Francesco Lanzillotta, che tende con chiarezza l’arco della partitura, muove i tempi sempre con intenzione drammatica (si ascolti il duetto di Elisabetta e Roberto: lei che trattiene e lui che incalza senza squilibrio, ma con verità psicologica), lavora con le voci, dalla parte delle voci senza asservirsi a una parata di divi e arie, ché il Devereux – opera esigentissima per gli interpreti – non può esserlo mai, nel suo precipitare incalzante da un primo atto sintetico ma regolare (cinque numeri, alternando cavatine e duetti dopo l’Introduzione) a un secondo che nei suo tre numeri s’affretta come in un blocco unico al Finale centrale, fino all’epilogo inesorato del terzo (con l’addio progressivo dei coniugi Nottingham con un duetto, di Roberto ed Elisabetta con una grande aria ciascuno). Né può esserlo, al di là delle macrostrutture, nelle microstrutture di arie, assiemi, recitativi fra i più articolati concepiti da Donizetti e sempre dipanati a dovere dalla bacchetta di Lanzillotta.

A far da corona alla Regina troviamo una partner storica e due emergenti. La prima è, ovviamente, Sonia Ganassi, che rimane nel tempo un riferimento intramontabile per personaggi come Sara (e Seymour, e Adalgisa…) la cui tessitura anfibia le calza a pennello, i cui caratteri frammisti di dolcezza, pudicizia e sensualità si confanno alla perfezione al suo temperamento, al suo colore vocale, al suo fraseggio. Emergente è, ed era a maggior ragione un anno fa, Stefan Pop, dotato dalla natura di uno strumento di primissimo ordine, quasi predestinato a questo repertorio (e speriamo non sia traviato dalle sirene di parti più spinte!), ma qui ancora un po’ acerbo, afflitto da un vibrato non sempre tenuto sotto controllo. L’antieroico conte di Essex, seducente, sfrontato, orgoglioso, opportunista e cavalleresco a un tempo, è un personaggio affascinante e complesso che non gli appartiene ancora del tutto e nonostante le buone intenzioni profuse si intende, soprattutto nell’aria del terzo atto, ancora qualche incertezza, qualche sfumatura non perfettamente a fuoco. Più facile è il cimento dell’altro emergente, il baritono coreano Mansoo Kim, che ha bella voce e chiara dizione come il tenore rumeno e trova buon gioco nel caratterizzare un nobiluomo ferito dal tradimento della moglie con il migliore amico.

Prima tappa della trilogia Tudor allestita da Alfonso Antoniozzi con Monica Manganelli (scenografa) e Gianluca Falaschi (costumista), questo Roberto Devereux conferma l’affetto complice del regista già – e ancora – cantante verso i colleghi. Antoniozzi è anche melomane (in senso buono), si vede da come ama la primadonna, la serve e la coccola ponendola al centro assoluto, regina di nome e di fatto, nella vicenda e nella vita, nella finzione teatrale e nel peso artistico. Tutto quindi ruota intorno al costume di Elisabetta, un paludamento ora d’oro ora d’arcobaleno che viene montato a vista nell’ouverture prima dell’ostensione della Regina Vergine, di Gloriana, che tutti a corte devono imitare come irradiati dalla sua sua grandezza. Magari alla lunga quest’immagine (ripetuta anche in Maria Stuarda - leggi le recensioni: Genova, Maria Stuarda, 20/05/2017 Genova, Maria Stuarda, 21/05/2017) di Lord, guardie e gentiluomini in guardinfante stucca un po’, ma per contro l’immagine finale di Elisabetta sovrastata dal dispiegarsi dello strascico immane della sua vestaglia, emblema del regno e istoriato con le mappe della Gran Bretagna e dell’Europa, ha un’indubbia efficacia iconografica. Per il resto l’azione è la più lineare possibile, al limite talora dell’oratorio, talora movimentata da un irridente buffone di corte che nella sinfonia appare quale sinistro emblema del destino beffardo, né sarà un caso che il suo costume richiami un po’ quello di Nottingham, responsabile materiale del compiersi della tragedia.

Bene nel complesso comprimari e complessi del Carlo Felice di Genova.

Roberto Devereux è disponibile in CD, DVD e BR. Bello e articolato il saggio di Fulvio Stefano Lo Presti (ma dal punto di vista editoriale sarebbe stato opportuno utilizzare il formato apice per i numeri di riferimento alle note, che invece risultano piuttosto invadenti inseriti come sono al pari del corpo del testo).