L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Madama Butterfly a Palermo

Monsieur Butterfly

 di Giuseppe Guggino

Nonostante i due cast complessivamente efficienti radunati per queste recite palermitane di Madama Butterfly, la prova musicale passerà agli annali del Massimo per un’Orchestra in stato di grazia concertata da uno stratosferico Jader Bignamini sul podio. Molto meno convincente, purtroppo, la parte visiva dello spettacolo.

Palermo, 24 e 25 settembre 2016 - È una “signora” Butterfly quella che, per merito di un “signore” del podio quale è Jader Bignamini, ha segnato la ripresa delle attività del Teatro Massimo dopo la pausa estiva. In poco meno di due settimane di prova, infatti, il giovane direttore cremasco è riuscito a liberare pienamente gli enormi potenziali dei complessi palermitani in una lettura maiuscola del capolavoro pucciniano; con gesto tanto calibrato quanto lucido ha regalato una lettura analitica, aliena da quelle concessioni al cattivo gusto tipiche di certe rumorose bacchette recentemente tornate in auge in quel di Palermo, eppure non per questo priva di suggestioni, anzi coinvolgente ed estremamente teatrale. Una regia musicale capace di non cadere mai nella trappola del kitsch (quanto mai in agguato in Butterfly) ma che invece – e con assoluta coerenza assoluta di esiti – evidenzia tutti preziosismi orchestrali della partitura, senza mai perdere di vista i pragmatici equilibri di insieme; un disegno interpretativo che sarebbe difficile desiderare più perfetto e che colloca Bignamini – di diritto – tra le più grandi bacchette pucciniane oggi in attività (per inciso Pappano, Chailly e Pinchas Steinberg: viene in mente poco altro). Non ci si stupisce, quindi, nel ritrovarsi spesso durante l’opera a fissare ammaliati il podio per il magnetismo che da lì si sprigiona; ma anche, occorre dirlo, per l’appeal non indimenticabile della parte visiva.

Se, infatti, la regia musicale risulta splendidamente congeniata, quella teatrale di Nicola Berloffa pare esibire buone potenzialità, non tutte però adeguatamente messe a frutto; l’idea di trasporre l’opera in epoca post-atomica potrebbe anche essere convincente, a patto però di declinarla in modo più tangibile rispetto a quanto si è visto. Nello spettacolo dal taglio in fin dei conti tradizionale, bene funzionano i costumi molto accurati di Valeria Donata Bettella ma la scena fissa di Fabio Cherstich blocca ogni sviluppo in uno spazio risultato complessivamente piuttosto indeterminato (è un’osteria? poi un cinema? una casa di appuntamenti?), tanto claustrofobico da necessitare l’annuncio al telefono della nave Abramo Lincoln giunta al porto, trovata che potrebbe anche funzionare se solo Cio-cio-san non dovesse cantare “Ch’io ne discerna il nome”. Né qui si esauriscono i punti di conflitto col libretto, giacché Sharpless chiosa “I bei capelli biondi” di un bambino moro, oppure allorquando Butterfly è svestita dal kimono prima del grande duetto proprio da quei parenti che “l’han tutti rinnegata” neanche tre minuti prima; ma probabilmente, espungendo la proiezione di scene dai musical acquatici di Esther Williams giacché nel passaggio dalla “bocca chiusa” al nuoto in apnea si rasenta il comico involontario, lo spettacolo si gioverà della prossima ripresa in estate all’aperto (lo spettacolo è coprodotto con lo Sferisterio di Macerata), dove l’azione sovrapposta di marines e donne di compagnia, praticamente onnipresenti anche nei momenti più intimi dell’opera, non potrà che guadagnare in funzionalità.

I due diversi cast impiegati a Palermo risultano assortiti più o meno allo stesso modo, con una protagonista molto convincente, un buon baritono e un tenore preoccupato più dei decibel che d’altro. Nel primo, infatti, il quasi esordiente Brian Jagde si segnala per il bel timbro e per una dizione italiana con ampi margini di miglioramento mentre al secondo Pinkerton Angelo Villari serve ancora un consistente lavoro di rifinitura.

Assolutamente notevole, sensibile e ben cantato e lo Sharpless di Giovanni Meoni in alternanza con un Vincenzo Taormina dalla voce ancora piacevole nei centri ma che dovrebbe risolvere vezzi e portamenti quando si muove verso gli estremi della tessitura. Parimenti plausibili risultano le Suzuki di Anna Malavasi e Raffaella Lupinacci, entrambe con qualche piccolo problema a passare l’orchestra nei gravi. Il livello del comprimariato è parso variabile dal lungo professionismo di Mario Bolognesi che è un Goro un poco evanescente, via via scendendo con Vittorio Albamonte (Yamadori) e Milena Josipovich (Kate) fino al grottesco Bonzo di Manrico Signorini.

Nel ruolo eponimo Hui He si conferma Cio-cio-san tra le migliori oggi possibili, tecnicamente salda sebbene lo smalto risenta un poco delle recenti onerose Leonore di Vargas e Gioconde, sicché pare molto più concentrata sulla ricerca di una saldezza nella linea di canto che non nell’esibire partecipazione emotiva; plauso ancora per Bignamini nell’averle assicurato tutta l’assistenza del caso, anche talvolta recuperandone qualche anticipo. In maniera esattamente speculare, Maria Katzarava disegna un personaggio estremamente convincente, garantendo una linea di canto ora accorata ora infantile, uno spessore drammatico di sicuro impatto, piegando con duttilità un vocalità interessante, sebbene ancora perfettibile nell’eliminazione di qualche occasionale vibrato.

Successo pieno per tutti in entrambe le recite, con punte di meritata ovazione per le rispettive protagoniste. Prossimo appuntamento a Palermo ad Ottobre con Jenůfa, altro capolavoro del primissimo ‘900 contemporaneo di Butterfly, e sarà l’occasione per un confronto ravvicinato tra il Puccini “europeo” di Jader Bignamini e un Janáček diretto da Gabriele Ferro che si annuncia di grande interesse.

foto Rosellina Garbo


 

 

 
 
 

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