L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Variazioni spaziali

 di Antonino Trotta

Otto minuti di ininterrotti applausi per Angela Hewitt al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino: le Variazioni Goldberg conquistano il pubblico e suggellano una delle serate più entusiasmanti del cartellone dell’Unione Musicale.

Torino, 18 Aprile 2018 – È il 5 settembre 1977, siamo in Florida. Nei cieli americani si innalza bramosa di conoscenza la sonda spaziale Voyager 1, una delle prime esploratrici del sistema solare esterno. Prima del lancio, al fisico e biologo americano Lewis Thomas è chiesto cosa avrebbe inviato nello spazio come manifesto della civiltà umana. Lewis risponde: «Tutte le opere di Johann Sebastian Bach … ma sarebbe come vantarsi!». Nella dimensione extra-terraquea, quando il peso non equivale alla massa, nessuno di noi fatica a immaginare come il ritmo delle giornate, dove a esistere e insistere c’è solo il tempo, possa essere celestialmente scandito dallo scorrere fluttuante della musica di Bach. Angela Hewitt, in concerto all’auditorium del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino per l’Unione Musicale, mostra uno diapositiva dell’evanescente visione di questo idillio con una lettura sublime delle Variazioni Goldberg.

Siamo dinnanzi a un’artista che di Bach ha fatto il proprio universo di elezione. Universo in cui il tocco sembra non essere stretto dalla tenace morsa della fisica gravitazionale ma soggetto esclusivamente alle leggi di una raffinata poetica interpretativa. Si ascolta in mistico silenzio e col fiato sospeso l’incidere della partitura bachiana che fluisce goduriosa e sortisce il medesimo effetto dell’integrale dei Notturni di Chopin. Suoni luminosi, governati a piacere, che sfumano per colore e peso nell’attacco del tasto. Idee vivide e lampanti che a ogni variazione mutano e si trasformano. Non c’è una nota fuori posto nel tratteggio della pianista canadese, signora della tecnica tastieristica che della plasticità del tocco ha fatto un sigillo di garanzia: un tocco che tornisce la frase musicale con estrema perizia, un tocco privo di sbavature che in ogni inciso calibra l’intensità di ciascuna nota con precisione da orafo. È esaltante osservare come le “ripetizioni” si allontanino dall’arido protocollo barocco e virino piuttosto verso la ricerca di angolazioni differenti per esemplificare come il punto di osservazione dinamizzi la percezione di una statica realtà scolpita nel pentagramma. Cambia il fuoco sulle voci, variano le cesellate dinamiche, legati e staccati si alternano, peregrinano persino gli accenti nello scioglimento degli abbellimenti e il modo di staccare le note. La tecnica vigorosa sostiene l’eleganza dell’espressività che attraverso un fraseggio limpido e argentino arriva diretta alla mente degli ascoltatori. Nel delicato meccanicismo della Hewitt il leveraggio tra il rispetto filologico della partitura e l’abbandono a una vibrante introspezione sublima la bellezza di un’esecuzione asistematica pregna di bagliori romantici. Splendide in tal senso la variazione XXIX, di indomita potenza beethoveniana, e la variazione XXX¸ che nei languori del materiale melodico, amabilmente gestito con un legato impeccabile, richiama alla mente alcuni episodi liederistici di Schubert e Schumann.

Affoga negli applausi scroscianti la sacralità dell’atmosfera che per circa un’ore e mezza ha avvolto la sala del Conservatorio. Per otto minuti, orologio alla mano, il pubblico le tributa una meritatissima ovazione. Nonostante non sia solita concedere bis, la Hewitt regala ancora una pepita bachiana: la Giga dalla Suite francese n. 5 in sol maggiore BWV 816.