L’ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

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L'intelligenza delle maschere

di Roberta Pedrotti

A come Antoniozzi, B come Bordogna, C come Corbelli: il Rossini Opera Festival rende omaggio all'arte del buffo in tutte le sue declinazioni. E Michele Spotti sorride complice sul podio a completare questo abbecedario fondamentale della commedia in musica.

PESARO, 18 agosto 2020 - L'omaggio all'arte del buffo era già prevista nel programma originario del Rof, ma ora, trasferita sotto le stelle nel cartellone rivoluzionato, la conferma diventa un sospiro di sollievo, un sorriso finalmente libero dalle ansie del quotidiano ma non dimentico della realtà che ci circonda. Tre generazioni diverse s'incontrano nel comune denominatore di un gusto sottile, fatto di arguzie e malinconie, attenzione al testo al di là delle sirene delle soluzioni più facili e grossolane.

L'arte del buffo non è l'espediente per far ridere, è arte di far teatro cantando. Lo vediamo subito, dalle piccole cose. Come quando Alessandro Corbelli, il veterano della serata, entra in scena per primo con l'aria di Germano dalla Scala di seta. Non proprio un classico "scaldavoce" di tutto riposo. Corbelli entra con un fiasco in mano, rappresenta il servitore un po' alticcio, che con grazia musicalissima passa gradualmente dal torpore della prima sezione dalla foga indiavolata della conclusione, condivisa con il Blansac di Alfonso Antoniozzi. E lui, Antoniozzi, proprio vent'anni fa era Germano qui a Pesaro, con la regia del compianto Luca De Filippo. Il gioco delle parti presenta scambi continui ed ecco che dal Turco in Italia (l'ultima opera cantata da Corbelli al Rof), Paolo Bordogna canta prima l'aria aggiunta di Geronio "Se ho da dirla avrei molto piacere" e poi veste i panni di Selim duettando con Antoniozzi-Geronio. Ecco ancora dalla Cenerentola le tre arie di Don Magnifico ripartite fra i tre artisti: Corbelli per "Miei rampolli femminini", Antoniozzi per "Intendente! Direttor!", Bordogna per "Sia qualunque delle figlie". Quindi Corbelli riprende il suo storico, impagabile Dandini con "Un segreto d'importanza" al fianco di Antoniozzi quale "patrigno barone". 

Dopo questo condensato rossiniano, si ritorna alle origini: "Se fiato in corpo avete" dal Matrimonio segreto di Cimarosa (con ribaltamento anagrafico e credibilissima realizzazione Bordogna è il suocero e Corbelli il genero) è forse il punto di riferimento ideale di tutti i grandi duetti buffi, da quello appena ascoltato della Cenerentola a quello che verrà a breve dal Don Pasquale. Infatti, passiamo a Donizetti, e se Bordogna ripropone la sua favolosa Mamma Agata (e nessun altro pensiamo potrebbe permettersi di entrare in scena in tacchi vertiginosi, abito lungo di tulle e paillettes, boa di struzzo con tale nonchalance e senza sembra caricaturare), ancora una volta Corbelli e Antoniozzi si scambiano il testimone: Corbelli canta "Un foco insolito" e poi torna a Malatesta in "Cheti cheti immantinente", con il collega a vestire ora i panni di Don Pasquale. Con un balzo in avanti di un secolo approdiamo a un capolavoro della commedia del 900, Il cappello di paglia di Firenze di Nino Rota. Come dimenticare il Beaupertuis di Alfonso Antoniozzi? Sembrava che il baritono di Viterbo si fosse appropriato del ruolo senza possibilità di replica, eppure qui il monologo del marito geloso è cantato da Paolo Bordogna, e il gioco di scambi ci porta il piacere di riscoprire con altra voce e altro temperamento un pezzo che ormai avevamo quasi identificato con un artista. Antoniozzi, peraltro, si rifà presto chiudendo il programma ufficiale con una lettura superba del monologo dell'onore da Falstaff. Superbo, sì, per quella capacità metamorfica che caratterizza tutto lo spettacolare tour de force della serata, con Antoniozzi che ci offre un Sir John amaro stanco, disilluso, eppure animato da guizzi luciferini, dopo essere stato Don Pasquale e Don Magnifico, Don Geronio e Blansac e aver inventato per ciascuno una precisa definizione nell'accento e nel portamento, cosicché nella Scala di seta ha lo slancio signorile del consumato seduttore e nel Falstaff sembra improvvisamente ingrassato e appesantito. Bordogna è irresistibile en travesti, ma pure il fare un po' losco di Selim intento a contrattare la compravendita di belle donne o l'angoscia allucinata di Beaupertuis oppresso dall'ombra delle corna trovano in lui l'attore arguto e impeccabile in ogni inflessione e sfumatura timbrica. Corbelli, poi, è il monumento di arte scenica, fine musicalità, mimica facciale che conosciamo e ammiriamo, tanto più se combinata alle abilità dei colleghi (sul maxischermo il gioco di primi piani con Antoniozzi nel duetto da Don Pasquale sarebbe uno spettacolo anche solo per la vista). Non c'è mai una virgola fuori posto, in un programma serratissimo, in cui ciascuno cambia maschera di continuo, tutto funziona a meraviglia, ogni brano ci immerge in un frammento di pura verità teatrale in pochi gesti e pochi accenti. E quando Corbelli e Antoniozzi riecheggiano, giocando con le sedie nel duetto della Cenerentola, la lezione di Ponnelle, il divertimento è quasi un po' commosso. Eccolo lì il teatro vero, l'arte del buffo che si tramanda, si evolve, ricorda e si rinnova. 

Apparentemente, l'orchestra e la bacchetta di Michele Spotti hanno meno spazio: in un'ora e tre quarti di concerto, appena due sinfonie a dar tregua al canto: quella della Scala di seta e quella del Matrimonio segreto. Sono entrambe dirette a regola d'arte, ma quel che più conta e va sottolineato è la leggerezza, la plasticità, la grazia con cui Spotti si fa complice del trio sul palco, staccando sempre tempi giusti, spiritosi dove occorra, ma senza dimenticare che il dramma fa pur parte della commedia. Basti citare, allora, il monologo di Beaupertuis, certi borbottii un po' aspri dei gravi, certe ironie, poi l'insinuazione che prende forma nel crescendo da "Quella donna m'inganna" a "Con la vita, con la vita pagherai!| Io t'uccido! | Oh cielo! Sto male!". All'aperto, con amplificazione, ottenere tali risultati non è facile e non vediamo l'ora di ascoltare Spotti nel Barbiere in novembre per la coda autunnale del Rof.

L'arte del buffo non è arte facile, non cerca la risata, l'effetto facendo leva su istinti semplici, ma lavora di fino. Per esempio, se non abbondano i terzetti per voci gravi, i nostri non cedono alla tentazione di suddividersi fra frizzi e lazzi un pezzo popolare, ma rendono omaggio a Pesaro al Barbiere di Paisiello. In realtà, in "Ma dov'eri tu stordito", uno dei servitori di Don Bartolo, il Giovinetto, sarebbe tenore, ma dato che la parte consta praticamente in balbettii fra uno starnuto e l'altro, Paolo Bordogna la sostiene con molto spirito, mentre Alfonso Antoniozzi sbadiglia sornione come Svegliato e Corbelli sfodera la sua autorità quale Don Bartolo. E, sì, è un terzetto in cui si starnutisce fragorosamente, tanto che Antoniozzi distribuisce gel igienizzante e Corbelli infine indossa la mascherina: il riferimento all'attualità è rischioso, ma proprio lì marca la differenza l'arte del buffo, che sa affrontare qualunque argomento, anche il più spinoso, con intelligenza e buon gusto.

Grazie.

 

foto Amati Bacciardi


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