L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Mozart ex cathedra

di Antonino Trotta

È finalmente disponile in rete l’attesissimo Così fan tutte del Teatro Regio di Torino: alla straordinaria concertazione di Riccardo Muti si contrappone la meno convincente regia di Chiara Muti mentre nel cast, di ottimo livello, spicca la prova di Eleonora Buratto.

Streaming da Torino, 11 marzo 2021 – Così fan tutte è molto più di un dramma giocoso sornione e tagliente, essa sembra nutrire la propria drammaturgia con i temi del romanzo di formazione innervato dalla filosofia illuministica, racconta un viaggio, che poi è un’esperienza, grazie al quale la realtà si disvela nei suoi tratti più graffianti e amari, si apprendono, quindi subiscono, le regole non scritte di una società più moderna di quanto si possa immaginare, convenzioni giocoforza da metabolizzare, anzi digerire, in virtù della ragione che trionfa pure sui capricci del cuore. La musica, poi, è estremamente variegata perché esplora un’ampia gamma di registri, con sagace ironia i toni giocosi della commedia cedono spesso il proscenio a quelli eroici e tragici dell’opera seria – ci son pezzi che starebbero benissimo anche nell’Idomeneo – e entrambi si spengo in pagine di grande potere evocativo: senza mai perdere nerbo, essa risulta realmente capace di ritrarre le atmosfere del golfo di Napoli con le sue tiepide brezzoline – non a caso anche il celeberrimo nonché sublime terzetto è un omaggio alla tradizione partenopea degli «zeffiri» –, lo sciabordio delle onde, le serenate notturne, i luminescenti albori. A conti fatti, Così fan tutte è anche un’opera particolarmente delicata – almeno rispetto alle altre due della trilogia – che s’affida molto al talento della bacchetta: spesso si guarda l’orologio persino quando il podio fa il suo mestiere ma nelle mani giuste dà almeno un paio di punti alle altre sorelline.

A Torino le mani non sono giuste ma divine perché Riccardo Muti, al debutto nel nuovo Regio tutto sfogliatelle e babà, ripropone quella stessa fantastica esperienza musicale che già il collega Luigi Raso, dal San Carlo, descrisse due anni fa [Napoli, Così fan tutte, 02/12/2018]. Alla guida dell’Orchestra del Teatro Regio di Torino, sempre eccellente nelle qualità dei professori e forse ispirata come non accadeva da tempo, Muti cesella un Così fan tutte davvero, davvero raffinatissimo la cui straordinarietà risiede almeno in un paio di elementi. Innanzitutto il colore. In quest’opera Muti trova, o definisce, un colore, un colore assolutamente peculiare – non banalmente in senso dinamico – che Verdi definirebbe “tinta” e che qui caratterizza l’esecuzione dalla prima all’ultima nota, un colore che fa avanti e indietro lungo il piano prospettico ma è sempre percettibile in ogni momento dell’opera, un colore che suggerisce sensazioni di disillusione, amarezza per l’incostanza dei sentimenti, nostalgia, che sta benissimo tanto con la finta partenza degli amanti quanto con l’istante in cui si rovesciano le carte sul tavolo, così da assottigliare all’inverosimile quella beffarda intercapedine che divide la realtà dalla finzione. C’è poi la tecnica, ma parlarne ci mette addirittura in imbarazzo. Muti dirige dilatando i tempi senza però stracciare il tessuto ritmico del dettato: dalla partitura, concertata legando tutto il legabile possibile, emergono dettagli mai uditi, figurazioni nascoste, disegni inaspettati, preziosità e filigrane che da parte del tutto si trasformano in ragioni di profonda attenzione. Quando una persona sa parlare bene sempre è un piacere ascoltare indipendentemente dal contenuto che le parole veicolano e qui, grazie a Muti, si riesce proprio ad apprezzare la bellezza intrinseca del forbito lessico mozartiano. Terzo punto, il lavoro di squadra. L’intesa col palcoscenico, o forse l’intesa del palcoscenico col podio, è ineccepibile: non c’è un punto, uno, dove voci o orchestra non si incastrino alla perfezione, non c’è un attimo in cui un artista si discosti dalla visione d’insieme; nei concertati, dove la direzione del maestro Muti palesa tutto il suo prestigio, i cantanti suonano come strumenti, hanno gli stessi colori dell’orchestra, si amalgamano in accordi apparentemente scontati che però sortiscono effetti tutt’altro che banali. Anche i recitativi, accompagnati al fortepiano da Luisella Germano, sembrano miniati da un orafo.

Tutti bravi quindi, anzi bravissimi, i cantanti, protagonisti, insieme a Muti, di questo eccezionale risultato musicale. Eleonora Buratto canta Fiordiligi a regola d’arte perché risolve con incredibile naturalezza gli sbalzi d’umore della bella dama, mai dimentica del belcanto sa essere soave nei momenti di incantata dolcezza e fiera nei passaggi di incendiaria potenza drammatica – da vera eroina tragica –, affronta con agio i salti d’ottava di «Come scoglio» e la scrittura di bravura, ha timbro suadente, inanella mezze voci stupende e così via. È un soprano magnifico, la sapevamo e ne abbiamo avuto conferma. Ciò che più colpisce, dovendo scegliere un’osservazione su cui vale la pena porre un accento, è tuttavia come, nel giro di nemmeno venti giorni – lo spettacolo è stato registrato il 12 febbraio –, la sua Fiordiligi sembri maturata rispetto alla prova scaligera di gennaio: più elegante, più ragionata, anche vocalmente, specie nella tessitura grave, più morbida, più rotonda. Chapeau. Anche Paola Gardina si comporta benissimo, si esprime con musicalità pronunciata, trova giusti accenti e bei colori nella non meno impegnativa parte di Dorabella. Lo stesso dicasi per Francesca Di Sauro, Despina brillante e arguta tanto nel canto quanto nella recitazione. Tra i maschietti spicca Marco Filippo Romano, oggi uno dei migliori buffi sulla piazza di cui si loda sempre, oltre alle indiscutibili qualità vocali, la capacità di puntellare i recitativi con accenti ovunque garbati e teatralissimi. Giovanni Sala è la prova provata che l’aria di Ferrando, «Un’aura amorosa», se la si sa cantare, non è affatto facile e noiosa; lui la canta benissimo, con smorzature virtuose, e segna così una dei tanti goal della serata. Convincente e suadente anche il Guglielmo di Alessandro Luongo mentre è ottima, come al solito, la prova del Coro del Teatro Regio istruito dal maestro Andrea Secchi.

Venenum in cauda. Lo spettacolo di Chiara Muti, con scene di Leila Fteita, costumi di Alessandro Lai e luci di Vincent Longuemare, convince molto poco per una serie di ragioni. Se da un lato la regia si articola tutto sommato secondo i canoni della tradizione con pennellate pacchiane qui e là, dall’altro Muti figlia aggiunge, aggiunge, aggiunge, senza mai effettivamente guadagnare un arricchimento della narrazione con queste dispendiose aggiunte (i balletti, le ombre cinesi, le controscene, le boutade, le citazioni fiabesche). Talvolta prende alla lettera il libretto, come quando Dorabella e Fiordiligi cantano «Cos’è tal mascherata?» mentre i figuranti gironzolano in maschera nei giardini o Don Alfonso sentenzia «che sulla frasca ancor vende l’uccello» puntando il bastone da passeggio verso il bene di famiglia di Luongo. Se però il primo esempio è in effetti una sciocchezza la cui percezione, in fondo, pesca nel gusto personale di chi scrive, il secondo denuncia una scelta più arrischiata, quella di trasformare Don Alfonso in una macchina da gag. Don Alfonso è un autentico filosofo nella moderna accezione di pensatore illuminato e di benefattore, teso alla conquista della verità e del bene, quasi simile a Sarastro per la durezza del metodo didattico; si esprime sempre in tono sentenzioso, mastica benissimo il latino, cita Metastasio e parla con massime, è il deus ex machina che conduce i malcapitati verso la luce, è il contraltare serioso dell’opera, è l’altro polo nel gioco teatrale necessario a creare l’arco elettrico della commedia, è tutto fuorché un personaggio buffo. E così lo spettacolo di Muti figlia finisce, e qui forse sta il male maggiore, per portare da tutt’altra parte rispetto ai sentieri illuminati da Muti padre. Un gran peccato.


 

 

 
 
 

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