L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Orrore terrestre o universale?

di Irina Sorokina

Al Teatro Musicale K.S. Stanislavsky e V.I. Nemirovič-Dančenko Macbeth di Verdi può contare su un'ottima compagnia di canto, ma viene penalizzato da regia e direzione musicale.

Mosca, 11 aprile 2021Il Macbeth verdiano piano piano si è fatto spazio nel repertorio dei teatri d’opera moscoviti: prima al Bol’šoj nel 2003, con la regia del celebre regista lituano Eimuntas Nekrošius (produzione creata per il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino un anno prima e trasferita al teatro Massimo di Palermo), e poi al Teatro Musicale K.S. Stanislavsky e V.I. Nemirovič-Dančenko, con quella di Kama Ginkas. Non è necessario essere un frequentatore assiduo dei teatri per notare una cosa che unisce due produzioni: entrambe sono state affidate a registi del teatro di prosa. Sembra che le direzioni dei rispettivi teatri abbiano avuto una certa riserva di affidare Macbeth alle gente esperta di teatro musicale. Quindici anni esatti dividono la produzione firmata da Nekrosius al Bol’šoj e l’attuale di Ginkas allo Stanislavsky.

Macbeth allo Stanislavsky è prodotto circa tre anni fa e può ancora scuotere le anime e stimolare delle accese discussioni, a cominciare dalle scenografie del celebre Sergey Barkhin. Senza tempo e senza spazio ben definito, le scene di Barkhin producono l’effetto quasi raggelante anche se qualcosa di simile l'abbiamo visto più volte nei film di fantascienza. Terra o Marte? Tempi preistorici o un futuro lontano? Un paese sconosciuto dopo la guerra devastante o un luogo completamente inventato? Un’altra domanda terrificante: c’è il posto per qualcosa che può essere definito umano in tali paesaggi e nella vicinanza di tali personaggi?

La scena fissa di Barkhin (notiamo tra parentesi che nella stagione della prima di Macbeth era collocata nell’ampio atrio del teatro con funzioni molteplici) può essere interpretata in vari modi: un muro di un castello medioevale, una corteccia di un vecchio albero, una montagna con delle cave. Da questi buchi appaiono le streghe che somigliano a degli extraterrestri, tutte uguali, bendate, dalle teste umanoidi (costumi di Maria Danilova). Il re Duncan è un orribile nano che porta una corona fatta di teschi e sembra che Macbeth abbia fatto bene di liberarsene. La terra attorno al muro è bruciata, le piante sono tutte morte e il loro posto preso da qualche piuma di pavone. In un mondo desolato e senza speranza, l’umanità, che sembra non aver nulla di umano, vive in condizioni preistoriche: non ci sono case ma tane, ci si uccide a vicenda in modo orribile, sgozzandosi, tirando fuori le viscere e soprattutto mozzando le teste. Il mondo di questi umanoidi è pieno di teste mozzate sui pali ed è pieno di bambini piccoli e neonati con cui si prepara una specie di minestra di carne. Vediamo anche come i loro cadaveri vengono trascinati su una specie di slitta… Può bastare? Il rinomato regista del teatro di prosa Kama Ginkas, al suo debutto nel teatro musicale, non fa eccezione tra molti colleghi: non si sente del tutto sicuro e violenta la natura spessa dell’opera.

Tutte le volte che si viene al Teatro Stanislavsky e Nemirovic-Dancenko, si prova la certezza che i solisti della seconda compagnia dell’opera moscovita non hanno nulla, ma proprio nulla ad invidiare a quella del molto più rinomato e lanciato Bol’šoj. Uno schieramento di soprani eccellenti, baritoni formidabili, tenori che potrebbero fare onore ad un teatro europeo qualsiasi, mezzosoprani fuori dal comune, compresa Ksenia Dudnikova, che il questi giorni è a Firenze per Adriana Lecouvreur dove interpreta il ruolo della principessa de Boullion. L’attuale cast di Macbeth risulta simile alla vetrina di una boutique dove l’occhio (nel nostro caso l’orecchio) non sa cosa (chi) scegliere.

Anton Zaraev è un Macbeth di lusso, un cantante dalla voce ricca, timbro virile inconfondibile, emissione morbida e parola molto espressiva (tra parentesi, prima di fare il cantante ha ottenuto il diploma in direzione lirica e sinfonica presso il Conservatorio di Mosca). La celebre aria “Pietà, rispetto, amore” è cantata in perfetto equilibrio tra cavata impeccabile ed espressività drammatica.

Accanto a lui, il soprano Natal’ya Muradymova, venuto dagli Urali, è una Lady Macbeth fuori dal comune; qualcuno per scherzo la chiama “la cattiva ufficiale del Teatro Stanislavsky”, ma basta dare un’occhiata al suo vasto repertorio per capire quanto è versatile: la lista contiene i ruoli di Medea, Fiordiligi (Così fan tutte), Elisabeth (Tannhäuser), Micaela (Carmen), Mimì (La bohème), Tosca, Madama Butterfly, Tamara (Demone), Tatiana (Evgheny Onegin), Lisa (La dama di picche), Susanna (Khovanščina), Kostelnička Buryjovka (Enufa), Fata Morgana (L’amore delle tre melarance). La difficile parte di Lady Macbeth è un vero trionfo per il soprano in possesso di una voce che sembra perfetta: forte, timbrata, splendente, con i registri perfettamente omogenei. Per lei nulla è difficile, le note basse sono magnifiche come quelle alte. Un vero diamante nella corona dei soprani del teatro Stanislavsky. Raramente capita di ascoltare la celebre aria del sonnambulismo intonata con sicurezza e un’espressività drammatica che mette i brividi.

Vladimir Dmitruk nel ruolo di Macduff letteralmente ammalia il pubblico per la voce dal timbro di una rara bellezza, squillo eccezionale, emissione morbida e tepore particolare che trova risposta immediata nel pubblico. Lunghi applausi per “Ah, la paterna mano”, da estorcere le lacrime.

Felix Kudryavcev è dignitoso e maestoso Banco. Ottimi tutti i comprimari quali Evgeny Liberman/Malcolm, Kseniya Muslanova/dama di Lady Macbeth, Mikhail Golovuškin/medico, Aleksandr Baskin/sicario, Il’ya Pavlov/araldo.

Felix Korobov alla direzione rimane fedele a sé stesso e si rivela campione di velocità elevate e sonorità forti; da qui è un passo a rendere la musica della decima opera di Verdi superficiale, simile a un balletto basato su valzer e galop. Grintoso e drammatico il coro preparato da Stanislav Lykov sia nel finale del secondo atto sia nel celebre “Patria oppressa”.

Chiediamo a noi stessi, cosa rimane di questo discutibile Macbeth? La sensazione di rifiuto di un orrore decisamente esagerato, stanchezza della monotonia, un certo grado d’incomprensione? La domanda è: perché tale bruttezza? Un altro spettacolo proposto da un maitre del teatro di prosa, in evidenti difficoltà nell’affrontare l’opera che opporre resistenza a una tale trattamento, e tra l’eccesso di orrori desta un sorriso. Dopo aver applaudito generosamente i cantanti, sarà strano, una volta usciti dal teatro, ricordare il vecchio film Macbeth con Leo Nucci nel ruolo dei titolo? La risposta è chiara. Ma le voci della compagnia dell’opera del Teatro K.S. Stanislavsky e V. I. Nemirovič-Dančenko non si dimenticano facilmente.


 

 

 
 
 

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