L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Notti e miti

di Antonio Caroccia

Nella meravigliosa piazza Duomo di Spoleto, il Festival del Due Mondi e l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia affiancano i Nocturnes di Debussy all'Oedipus Rex di Stravinskij, con le voci di Allan Clayton, Anna Caterina Antonacci, Andrea Mastroni, Mikhail Petrenko e John Irvin, sul podio Pascal Rophé.

Da sessantaquattro stagioni un piccolo borgo umbro, tra giugno e luglio, si trasforma in un centro di produzione unico al mondo, frutto della lungimiranza di un compositore visionario come Giancarlo Menotti. È la magia di Spoleto che incanta e travolge gli spettatori in un turbinio di suoni, immagini e movimenti. Lo è ancor di più quest’anno ove forte è la voglia di ritornare alla “normalità” per poter essere avvolti, finalmente, dal vivo dalle sonorità del “Festival dei Due Mondi”.

La meravigliosa piazza Duomo di Spoleto si apre in tutta la sua bellezza agli spettatori, che alla spicciolata entrano in “punta di piedi” provenienti dalle viuzze laterali. Non si può non restare folgorati dalla sindrome di Stendhal nel contemplare la facciata, i rosoni, il mosaico del “Cristo in trono” della cattedrale che cangia i colori all’imbrunire, mentre sulla destra svetta la rocca trecentesca albornoziana situata sulla sommità del colle che sovrasta la cittadina umbra. È in questo meraviglioso e unico contesto che la nuova direzione del Festival affidato a Monique Veaute, che raccoglie la pesante eredità di Giorgio Ferrara, ha concepito la rassegna spoletina: la piazza come spazio, fulcro, centro culturale e artistico da dove ripartire. Oedipus, questo il titolo del concerto che ha visto protagonisti l’Orchestra e il Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, in un programma alquanto complesso e avvincente che ben si sposa con le bellezze artistiche spoletine. I colori debussyani e le armonie stravinskijane hanno ben cesellato la tavolozza cromatica di una magica serata ove perfino le rondini danzavano nel cielo attraverso i suoni che si sprigionavano in una piazza colma di spettatori che riassaporavano le vive sonorità dopo le forzate chiusure pandemiche.

I Nocturnes di Claude Debussy, per coro femminile e orchestra, rappresentano il “manifesto” del compositore, ove le suggestioni e i sentimenti si caricano di forti simboli musicali. I tre movimenti Nuages (Nuvole), Fétes (Feste) e Syrènes (Sirene), ispirati alle poesie tratte dai Poèmes anciens et romanesques di Henri de Régnier, tratteggiano le immagini testuali in idee oniriche che troveranno poi il punto di arrivo in L’après-midi d’un faune. Il direttore Pascal Rophé, forte della collaborazione con Pierre Boulez e della conoscenza di questo repertorio, ha condotto con trasparenza e nitidezza un’orchestra che suona a memoria e che è attenta ad ogni singolo particolare. In Nuages, ecco il movimento delle superfici sonore dai colori cangianti, dalle mutevoli sfumature timbrico-armoniche che realmente a Spoleto si accompagna alle suggestioni naturali del cielo, che dalla luce tende alle magiche e tenebrose atmosfere notturne in un mutare di colori e di suoni. Il ritmo incalzante, il flusso continuo e i diversi elementi tematici che contraddistinguono Fétes, fondata appunto sulla molteplicità degli elementi, suggerisce spazi musicali e continui mutamenti di direzione come se il suono fosse portato dal vento. Rophé dosa i diversi moti temporali, dinamici e timbrici dei singoli come il corno inglese, i clarinetti e la fanfara centrale degli ottoni. Un amalgama sonoro ben distribuito e, anche, l’amplificazione che ha il compito di diffondere le sonorità nella grande piazza non è per nulla invadente; bisogna sempre tener presente che all’aperto le condizioni sono più sfavorevoli di una sala da concerto al chiuso. Un grande effetto acustico ha sortito il brano conclusivo del trittico, ossia le Syrènes. Il coro femminile (otto soprani e otto mezzosoprani) distribuito – a causa del distanziamento sociale – su una tribunetta laterale alla destra dell’orchestra ha evocato la seduzione del mare e delle sirene. La melopea e il seducente canto del coro diretto da Piero Monti si fondeva in un tutt’uno con gli strumenti dell’orchestra trasmettendo agli spettatori la sensazione di essere tra le onde marine al chiaro di luna. Anche in questo caso, le abilità del direttore Rophé sono emerse, riuscendo a dirigere a gran distanza il coro senza nessun tipo di sbavatura e coordinando perfettamente i timbri orchestrali e corali con attacchi sempre nitidi e precisi.

Con un salto cronologico di appena trent’anni l’Oedipus Rex di Igor Stravinskij ci porta ad un mondo lontano da quello di Debussy sia per stile sia nel trattamento delle voci e della forma. Oedipus Rex è concepito come opera-oratorio in due atti composto tra il 1926 e il 1927 con il testo in francese di Jean Cocteau tradotto in latino da Jean Daniélou e ispirato alla tragedia di Sofocle. Si tratta di un lavoro di ampio respiro il cui vero interesse dell’autore è rappresentato dall’essenza della tragedia al di là del discorso scenico. Già il termine ‘opera-oratorio’ è di per sé indicativo: qualcosa che è a metà strada tra i due generi, ma soprattutto che sia possibile eseguire in forma concertistica - e su questo è lo stesso Stravinskij a dare indicazioni precise per l’esecuzione. Si tratta di un’opera complessa – un po’ come tutte quelle del compositore – che appartiene al periodo neoclassico stravinskiano, con una struttura alquanto statica e un’articolazione interna attraverso forme chiuse di arie, duetti e cori con ampi riferimenti all’oratorio barocco dettati anche dalla presenza del narratore. Il mito di Edipo rappresenta nella tragedia sofoclea il tema dell’ineluttabilità del destino che travolge l’individuo al di là della propria volontà. È la staticità scenica che affascina Stravinskij e soprattutto il ritmo e il suono della parola che collegano il testo alla musica. La grande espressività stravinskijana si dipana attraverso gli ostinati ritmico-melodici con un linguaggio musicale imbevuto di forme classiche ma con tecniche armoniche scomposte con la dissociazione degli elementi interni. La direzione di Rophé, seppur precisa, a tratti mancava di quella sonorità scultorea che ben si addice a questo brano (si pensi all’introduzione solenne); le linee sonore, architettoniche dell’Oedipus Rex devono pur sempre trasmettere all’ascoltatore l’idea della tragedia. L’Edipo di Allan Clayton, la cui parte è caratterizzata da melismi e vocalizzi, riesce a trasmettere vocalmente il personaggio che nello stesso tempo è modello e vittima sacrificale. L’aria "Liberi, vos liberabo" è un vero banco di prova per il tenore con sezioni che più volte si spingono nel registro sovracuto e in cui l’artista ha dimostrato di essere sempre all’altezza della situazione. Andrea Mastroni nelle parti di Creonte e del Messaggero ha svolto brillantemente il proprio ruolo interpretando sapientemente i dettami stravinskijani e dando ampia prova dei suoi mezzi vocali come ad esempio nell’aria "Respondit Deus". Mikhail Petrenko nella parte di Tiresia è stato superbo. Insuperabile la sua voce nell’aria "Dikere non possum", in cui con timbro profondo sembra inchiodare lo spettatore alla tragedia sofoclea attraverso note ribattute, ampi salti e plastici arpeggi, che definiscono l’austerità del personaggio. Anna Caterina Antonacci è semplicemente magnifica nei panni di Giocasta. Con la sua voce ha conferito al personaggio quelle tinte chiare, commoventi e quelle curve baroccheggianti che troviamo all’inizio del secondo atto nell’aria "Nonn’erubeskite". John Irvin nella parte del pastore, anche lui impeccabile, conferisce al personaggio quella cruda verità che caratterizzerà il suo ruolo. La voce narrante di Pauline Cheviller, assume le funzioni dello “historicus” dell’oratorio con un francese madrelingua e in maniera didascalica descrive le vicende anticipando gli eventi dell’azione scena per scena. Davvero superba la prova del coro di voci maschili (tenori e bassi) dell’Accademia di Santa Cecilia diretto da Piero Monti sia nell’introduzione "Kaedit nos pestis" sia durante la vicenda con forza e incisività nel "Gloria" e nell’epilogo con le ultime parole del dramma "Vale Oedipus, miser Oedipus noster, Tibi valedico Oedipus, tibi valedico" su cui si conclude il destino dell’eroe che lotta invano contro il fato tragico e ineluttabile.

Una serata sicuramente da incorniciare. Va dato atto e merito che la coproduzione dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e dello Spoleto Festival dei Due Mondi ha ben funzionato. Gran bell’esordio di collaborazione sinergica che porterà per i prossimi cinque anni Santa Cecilia a nuove coproduzioni affinché il Festival di Spoleto sia sempre più internazionale. Finora a noi sembra che i fatti diano ragione alla neonata direzione di Veaute. Del resto ritornare a far musica dal vivo e ritrovarsi in piazza non può che far bene a tutti.


 

 

 
 
 

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