L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Troppo oro, troppa gente, poca musica

di Irina Sorokina

Dell'Aida pensata da Franco Zeffirelli per l'Arena di Verona resta ormai solo un affollamento caotica in cui la recitazione è lasciata all'iniziativa personale di un cast che in larga parte delude, così come la concertazione problematica di Daniel Oren.

Verona, 18 giugno 2022 - La Carmen di Bizet che ha aperto il 17 giugno il novantanovesimo Festival lirico dell’Arena di Verona, rappresenta il suo marchio. Ma c’è un'altra opera che lo rappresenta nel modo assoluto: l’Aida verdiana. Nel lontano 1913 il grande tenore Giovanni Zenatello la scelse per inaugurare la sua iniziativa, fare l’opera in Arena, destinata ad una vita lunga e felice. Da lì si erano visti nell’anfiteatro veronese diversi allestimenti, tra cui negli ultimi anni si ricordano l’Aida minimalista in blu cobalto di Pier Luigi Pizzi e l’avveniristico spettacolo della compagnia teatrale catalana La Fura dels Baus con la sfilata degli animali meccanici al posto del trionfo e la partecipazione degli mimi travestiti da coccodrilli nella scena del Nilo. In mezzo ci fu pure una messa in scena davvero infelice per mano del regista televisivo Giampiero Solari. In questa fila di Aide due si ricordano più delle altre: la revocazione della messa in scena del 1913 con l’uso dei bozzetti originali e la regia di Gianfranco De Bosio, per anni sovrintendente dell’Arena, e l’Aida di Franco Zeffirelli, la prima nel lontano 2002, anno delle celebrazioni di ottant’anni del festival areniano. Con la sua apparizione nel cartellone dell’attuale festival entra nel terzo decennio della sua esistenza.

Se vogliamo parlare della tradizione, la messa in scena del maestro fiorentino tiene d’occhio lo spettacolo del 1913; ci troviamo gli stessi elementi scenografici e accessori simili: piramidi, statue degli dei egizi, sfingi, stendardi e ventagli di piume. E sono due fili rossi dello spettacolo zeffirelliano: il color oro dominante e le masse di coristi e comparse.

D’oro è una grandiosa piramide che occupa quasi tutto il palcoscenico, fatta di tubi metallici dalle sfumature d’argento, rame e oro ma anche degli altri colori sgargianti, a cui si aggiungono ben quattordici sfingi e quattro idoli. Al cambio scena la piramide gira e agli occhi degli spettatori appare la statua gigantesca del dio Fthà o alcuni altri attributi dell’arte egizia. Come sempre, il concetto registico di Zeffirelli soffre della paura patologica del vuoto: la lunga e stretta striscia davanti alla piramide lascia poco spazio per l’azione e anche le danze risultano sacrificate.

Simile alla Carmen, il grandioso palcoscenico è sempre pieno di gente, anche quando il libretto prevede la presenza di due o tre personaggi. Il disegno del regista spesso obbliga questa gente al semplice marciare da sinistra e destra e da destra a sinistra con le mani occupate da qualche accessorio. Le marce poco fantasiose lasciano il posto ai cantanti nel terzo atto dove quest’ultimi sembra possano contare esclusivamente sul proprio istinto e sull’esperienza personale. Nella scena finale gli spettatori in cerca della “fatal pietra” rimangono delusi, visto che Aida e Radames danno l’addio alla vita in un luogo indefinito, ma sicuramente en plein-air.

Poco dinamica e molto, troppo luccicante l’Aida di Zeffirelli, le scenografie sono ingombranti e i costumi di Anna Anni peccano di troppi colori, dal bianco al fucsia, dal nero al lillà. Se qualcuno dice: anche questo è stile, non ha tutti i torti. La parola precisa sarebbe “kitsch”.

All’epoca della première il maestro toscano volle introdurre nella sua creazione un personaggio assente nell’opera di Verdi: per la mitica ballerina Carla Fracci fu creato ad hoc il personaggio di Akmen dal significato nebbioso, il maitre dichiarò che si trattasse dell’incarnazione dell’”energia celeste”. Alla fine, la partecipazione della Fracci si limitò a delle pose graziose: Akmen non creò disturbo all’interno dell’affresco statico di Zeffirelli e non si distinse particolarmente.

Aida zeffirelliana tornata per l’ennesima volta in Arena di Verona, la sua cornice perfetta, presenta un cast che desta pensieri e sentimenti altamente contradditori e preoccupanti; la parola chiave è “delusione”. La più grande è il soprano Liudmyla Monastyrska nel ruolo del titolo, a iniziare dall’aspetto non ha nulla a che fare col “fiore del Nilo” e dal carisma, totalmente assente. Ma soprattutto dal punto di vista vocale appare spaventosamente fuori forma nonostante le buone qualità di lirico spinto. È totalmente estranea al personaggio di Aida, di cui non riesce a cogliere le sfumature psicologiche sottili, non brilla per la ricerca del fraseggio e non comunica nulla, ma proprio nulla al pubblico. Purtroppo anche il tenore Murat Karahan dice di no al personaggio di Radames: non s’impegna a disegnare anche solo alcuni tratti del valoroso guerriero combattuto tra l’amore e il dovere, sfoggia una voce decisamente opaca e affaticata, nella celeberrima romanza l’acuto è altamente problematico. Ricordando tante esibizioni dignitose del tenore turco in Arena non ci resta che augurargli una rapida ripresa.

Non è una serata felice pure per il rispettabile basso Ferruccio Furlanetto nei panni di Ramfis, il personaggio appare quasi inesistente, ma soprattutto la vocalità rivela dei gravi problemi. Si salvano le altre voci gravi, Ekaterina Semenchuk in possesso di tutte le qualità per impersonare la principessa egizia domina giustamente la scena mostrando grandi capacità attoriali, un temperamento focoso e una buona tenuta vocale. Il suo trionfo si realizza pienamente nel monologo “Ohimè, morir mi sento” grazie al declamato studiato nei minimi dettagli e molto espressivo e le si perdona qualche nota “intubata”. Roman Burdenko tinge Amonasro di colori diversi, in equilibrio tra l’amore paterno e il desiderio di rivincita e vendetta, l'autentica  voce autentica di baritono affascina per la bellezza del timbro, il buon legato e la fierezza dell’accento. Dignitoso il Re di Sava Sava Vemić, grintoso il Messaggero di Carlo Bosi che non passa mai inosservato, espressiva Francesca Maionchi nell’assolo della Sacerdotessa.

Delude anche Daniel Oren, il più “areniano” dei direttori, con una grandissima esperienza proprio per quanto riguarda il sacro titolo verdiano. Si ha la piena impressione che si limiti a tenere il tempo, ma anche questa impresa non gli si riesce, la recita presenta moltissimi problemi di comunicazione tra i professori nella buca d’orchestra e i solisti e il coro sul palcoscenico.

Le coreografie di Vladimir Vasiliev che vedono protagonisti Ana Sofia Scheller, Fernando Montano ed Ekaterina Olenik non sono certo le migliori tra quelle mai create per l’Aida areniana, vengono penalizzate dallo spazio troppo ristretto e fanno rimpiangere parecchio quelle di Susanna Egri per la rievocazione della messa in scena del 1913.

Non c’è l’Arena senza Aida, e numerosi sono gli spettatori a venire ad assistere alla prima. Vogliamo sperare che lo spettacolo migliori nelle recite successive e che l’Arena di Verona difenda i propri standard di qualità.


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