L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

La "mia" Carmen

di Irina Sorokina

Con l'epiteto di "definitiva" viene presentato l'allestimento di Carmen firmato da Franco Zeffirelli in una sintesi delle modifiche apportate negli anni dal maestro fiorentino scomparso nel 2019. Immagini entrate nella memoria storica dei melomani, seppur oramai irrimediabilmente datate. Buona nel complesso la prova del cast sotto la guida prudente di Marco Armiliato.

Verona, 17 giugno 2022 - Si, proprio così, con la Carmen messa in scena da Franco Zeffirelli nel lontano 1995 sono cresciute due generazioni di melomani e quindi ognuno di loro potrebbe pronunciare le parole “la mia Carmen” con un certo orgoglio, conservando la memoria di Daniel Oren, il più “areniano” dei numerosi direttori, di tanti mezzosoprani, più o meno sensuali ed efficaci nel ruolo del titolo e di alcuni tenori, carismatici o meno nei panni di Don José. L’autrice fu presente alla prima di questa Carmen, nella veste originale, lussuosa e complessa che lasciò un ricordo indelebile sia per le scenografie sia per la durata, veramente eccessiva. Si ricordano ancora gli intervalli infiniti con il pubblico che portava una pazienza quasi infinita in attesa dell’atto successivo, girava attorno l’anfiteatro o andava in gelateria in via Mazzini sempre allo scopo di ammazzare il tempo.

Ma, pur brontolando della durata dello show, i “vecchi” testimoni dell’originale Carmen zeffirelliana conservano nella memoria un’immagine unica al mondo, cioè il primo atto con la ricostruzione dettagliata e vivacissima della piazza di Siviglia: non solo le case ammassate con i romantici balconi, ma la vita frenetica della città andalusa, con personaggi vari, passanti, soldati, religiosi, venditori, artisti di strada, bambini, sigaraie, belli e brutti, simpatici e antipatici. Insomma, si ha a che fare con un tentativo d’imitazione della realtà pure oleografico, ma pienamente riuscito. Non mancavano, come spesso negli spettacoli di Zeffirelli, gli animali, cavalli e asini, ma si ricordava anche un paio di cagnolini beneducati che si sentivano pienamente a loro agio in tutto questo ”ambaradan” e si raccontava pure della partecipazione di un paio di oche: quest’ultima cosa potrebbe essere una pura leggenda areniana. C’erano tanti figuranti in pose comode ammassati ai lati del palcoscenico il cui compito era osservare la vita della piazza, e non si poteva (ma proprio non si poteva!) fare senza i danzatori di flamenco; le coreografie di El Camborio ormai fanno parte della storia.

Da qualche parte del cervello appariva un pensiero veloce: il povero Bizet, autore dell’opera, compose Carmen per la Salle Favart, sede dell’Opèra Comique dalle dimensioni “normali” e non avrebbe mai sognato una messa in scena in puro stile kolossal simile ai blockbuster hollywoodiani. In ogni punto del palcoscenico succedeva sempre qualcosa, le danze non cessavano quasi mai come mai ferme erano le masse dei coristi. Nello show sovraffollato a volte era difficile capire da dove provenivano del voci dei protagonisti.

Bisogna dire la verità: il pubblico da sempre fu rapito da questo gioco, che noi definiamo l’imitazione della realtà e col tempo la Carmen del regista fiorentino diventò, insieme all’Aida, una specie del marchio areniano.

Vista l’eccessiva durata dello show e l’invecchiamento naturale dell’allestimento, senza parlare dell’imminente uscita di questa Carmen in DVD, nel 2003 fu presa la saggia decisione di rinfrescare il suo volto segnato da qualche ruga eccessiva: furono alleggerite le scenografie del primo atto, nel secondo apparvero i nuovi elementi scenici e il disegno luci risultò più efficace. Il regista fiorentino ha messo le mani sull’allestimento molte volte, nel 2009 lo spettacolo fu alleggerito ancora e attualmente si presenta nella cosiddetta “versione definitiva”, sintesi di parecchi ritocchi.

Tantissimi anni, tantissimi artisti: nella fucina della Carmen del regista fiorentino passarono generazioni e ascoltando i discorsi degli appassionati si attraversano le qualità vocali di Denise Graves, Carolyn Sebron, Marina Domashenko, Ekaterina Semenchuk, Anita Rachvelishvili, José Carreras, Neill Shicoff, Marco Berti, Andrew Richards, per citarne solo alcuni.

Per la serata d’inaugurazione si è ascoltato un cast di tutto il rispetto: Clémentine Margaine nel ruolo del titolo, Brian Jadge ha interpretato Don José, Karen Gardezabal – Micaёla e Luca Micheletti - Escamillo. Li conoscevamo già, aspettavamo un buon risultato e le cose sono andate esattamente come previsto. Il mezzosoprano francese nel mitico ruolo della zingara ha fornito una prova vocale rispettabile, facendo ammirare la voce calda e ben timbrata, capace di giocare liberamente su colori e sfumature sottili. Purtroppo, le sono mancati completamente il carisma personale come l’indole indomabile e sensuale e la domanda sul come questa zingara attirasse così tanti uomini è rimasta senza risposta. Aggiungiamo che la voce della Margaine non è molto grande, anche se la cantante è riuscita a riempire sufficientemente l’impegnativo spazio areniano. Il suo punto forte è stato l’assolo nella scena delle carte: l’accento variegato e il dosaggio sapiente dei colori hanno scosso i cuori per l’autentica disperazione e il presagio della morte.

Il tenore americano Brian Jadge aveva già dimostrato la sua bravura al pubblico areniano e si è confermato uno dei migliori Don José oggi sulle scene: dotato da un giusto physique du rôle, ha recitato con passione molto apprezzabile e cantato con abbandono, anche questo apprezzabile. Sembra però che gli slanci lirici non siano pienamente nelle sue corde, è stato sempre corretto ma poco coinvolgente.

Karen Gardeazabal aveva già fatto una recita nel ruolo di Micaёla e oggi è presente in tutte le date del capolavoro bizetiano: solo pregi, possiamo dirlo con certezza. Il soprano messicano possiede una voce che possiamo definire con certezza meravigliosa per il timbro molto bello e la morbidezza particolare, che davvero sa di velluto, senza parlare di una musicalità raffinata. Tuttavia queste qualità eccellenti avremmo preferito di goderle in teatro: negli immensi spazi areniani la voce a tratti suonava troppo debole. L’aria del terzo atto è stata un suo trionfo.

Dopo uno strepitoso successo di Luca Micheletti al Filarmonico nel ruolo di Rigoletto, nell’enorme sala areniana sotto le stelle, alle stelle sono andate le attese dell’apparizione di questo artista affascinante e poliedrico nel ruolo di Escamillo che dovrebbe calzargli a pennello. È stato generosamente applaudito per il fascino personale, per le capacità d’interprete, per la bella voce e un buon accento; peccato che l’eccessiva grandiosità dell’allestimento abbia impedito al pubblico di godersi in pieno tutte queste qualità: in teatro Micheletti l’avremmo potuto apprezzare molto meglio.

Ha funzionato sufficientemente il quartetto di contrabbandieri, Daniela Cappiello – Frasquita, Sofia Koberidze – Mercedes, Nicolò Ceriani – Dancairo, Carlo Bosi – Remendado, attori disinvolti e cantanti bravi. Gabriele Sagona è stato un Zuniga convincente e Biagio Pizzuti – Moralès si è ritagliato uno spazio tutto suo in questa Carmen, grazie alla bella voce brillante e allo spirito di gioco che gli appartiene proprio.

Sul podio, Marco Armiliato, direttore musicale del festival in corso, ha scelto la strada di prudenza, come se volesse limitarsi di un corretto accompagnamento dei cantanti. La direzione senza dubbio professionale e sicura non si è distinta per qualche spunto personale e non ha coinvolto con colori forti e  slanci lirici generosi.

In una forma smagliante è apparso il coro diretto da Ulisse Trabacchin e come sempre ha destato simpatia il Coro di voci bianche A.LI.VE diretto da Paolo Facincani.

Il pubblico con una lunga militanza in Arena potrebbe dire ancora “la mia Carmen”, ma sotto sotto si ha la certezza che questo tipo di spettacolo appartiene al passato ormai: eccessivamente naturalistico, troppo affollato, oggi con una trovata di dubbio gusto come “la gara” tra due gruppi di danzatori di flamenco che si sfidano sui lati del palcoscenico battendo i piedi come impazziti – serve per spostare l’intervallo tra il coro dei venditori e quello della corrida. Nulla da togliere alla bravura della celebre Compagnia Antonia Gades affiancata dal corpo di ballo areniano, anche se la continua presenza dei danzatori in scena è decisamente eccessiva. Forse non basta alleggerire la gloriosa e vecchia Carmen, ma è ora proporre sul palcoscenico areniano una nuova Carmen, più moderna e meno ingombrante.

La serata inaugurale è stata dedicata a due celebri artisti del passato, Renata Tebaldi e Ettore Bastianini protagonisti di molte stagioni areniane che nel 2022 celebrano il loro centenario; per occasione la sovrintendente dell’Arena è apparsa sul palco per un breve discorso, segnato dalla solita simpatia.


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