L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Un bacio, ancora un bacio

 di Roberta Pedrotti

Due cast si alternano con successo al Comunale di Bologna per un Otello in cui splendono soprattutto, la sera della prima, le prove rivelatrici di Gregory Kunde e Mariangela Sicilia. Non convince, viceversa, la direzione di Asher Fisch e lo spettacolo di Gabriele Lavia al buon lavoro sui solisti e alla suggestione della grande vela cangiante sospesa sulla scena unisce le criticità di un allestimento pensato per altro spazio in periodo di maggiori limitazioni.

BOLOGNA, 24 e 25 giugno 2022 - Chissà cosa aveva in mente e se aveva in mente qualcosa di preciso, Verdi, per la parte di Otello. Non Francesco Tamagno, che fu coinvolto più per volontà di Ricordi e con il quale il rapporto non fu facilissimo. Tuttavia, se anche Verdi si trova a comporre senza il necessario riferimento di un determinato cantante, il musicista e l'uomo di teatro intelligente si sa confrontare con l'interprete e gli aggiustamenti “su misura” si rivelano anche vere e proprie migliorie in termini di incisività della parola scenica (valga l'esempio di “Quella vil cortigiana ch'è la sposa di Otello”) e conferma come, al di là delle perplessità sul singolo artista, era quello in tipo di vocalità su cui stava plasmando il personaggio. Una voce eroica, nobile, lucente in acuto, lontana dal turgore verista e per la quale, tuttavia, sarebbe sbagliato rigettare la tradizione successiva, quella che ha privilegiato timbri scuri e risonanze baritonali, in una chiave di lettura ora più energica ora più dolente. Lo stesso Tamagno nelle registrazioni – effettuate in età non freschissima e con mezzi tecnicamente limitati – non trasmette che in parte la reale espansione e il tipo di armonici. Dunque, la presenza di una documentazione diretta del primo interprete rischia di complicare invece che semplificare la riflessione sulla vocalità di Otello, fermo restando che risalire al contesto originario deve sempre essere uno spunto per una rilettura contemporanea, non un modello da ricalcare pedissequamente ad ogni costo. [leggi anche l'approfondimento sulle voci storiche: Otello e Jago]

Queste sono alcune delle riflessioni che sorgono ascoltando l'Otello di Gregory Kunde, quando non possiamo fare a meno di pensare che questo è quello che più si potrebbe avvicinare all'idea verdiana del personaggio. Innanzitutto la tessitura gli va a pennello e la naturale propensione all'acuto che ha sempre caratterizzato il tenore statunitense lo aiuta ad affrontare con souplesse tutti i passi più aspri in questo senso – Verdi scrive più acuti per Otello che per Manrico,val la pena ricordarlo. L'aver frequentato il belcanto e nobili personaggi cavallereschi predispone a una visione cavalleresca della vocalità e del fraseggio, ma la padronanza tecnica con cui Kunde ha affrontato il suo nuovo corso di repertorio, proprio a partire dall'Otello di Rossini, gli permette di esprimere un'ampiezza prima ancora che di volume, d'intenzione, di espressione, di fraseggio. Non ha problemi, insomma, a farsi sentire in tutta la parte e in tutto il teatro, ma non si tratta semplicemente di decibel o di esibizione di vigore: il punto sta nel senso di grandezza, autorevolezza e drammaticità che si avverte, per esempio, in “Sì pel ciel” ed è affatto diversa dall'impeto di “Esultate”, dove abbiamo ancora un trionfatore ignaro del prossimo disastro, senza quel coinvolgimento cupo e profondo che maturerà in seguito. Sarebbe vana impresa enumerare i pregi dell'Otello di Kunde, ma si dica almeno che un “Ora e per sempre addio” legato alla perfezione fin dall'attacco e fraseggiato in un continuo gioco di colori senza perdere impeto e disperazione non si sente spesso, né un “Niun mi tema” così splendidamente recitato, ogni nota, ogni parola un macigno nell'anima distrutta. Non dovrebbe essere una sorpresa: Kunde ha fatto ormai di Otello un suo cavallo di battaglia, eppure ogni volta – e a maggior ragione più passa il tempo – la tenuta vocale, la finezza musicale, l'approfondimento espressivo destano ammirazione e ispirano nuove riflessioni sul capolavoro di Verdi e Boito.

A Bologna pare anche assai azzeccata l'idea di affiancare a Kunde lo Jago di Franco Vassallo, che non avrà la stessa profondità d'interprete, ma non scade mai nel cattivo gusto e con la sua voce slanciata verso l'acuto, piuttosto chiara (non è un difetto!) ben si sposa con quella del collega e con un'idea timbrica più ottocentesca. Soprattutto, però, si impone una volta tanto una Desdemona di altissimo profilo, non solo perché canta bene, anzi benissimo, ma per la caratura d'artista nel disegnare un personaggio compiuto, sfaccettato, coerente e cesellato nel dettaglio: non per nulla i tre duetti sono uno più bello dell'altro. La voce di Mariangela Sicilia ha acquisito corpo e rotondità, specie nel registro grave, senza perdere in dolcezza, controllo dinamico, sicurezza in acuto. Riesce a essere la fanciulla completamente innocente senza peccare di ingenuità: non sospetta che il suo amichevole interessamento alle sorti di Cassio potrà essere frainteso perché lei ama Otello ed è sicura di essere amata. È una nobildonna, è educata e fiera, è colei che ha sfidato ogni convenzione per sposare l'uomo che ama, e difatti è anche una giovane sposa trepida di una fresca passione.

Valori individuali e perfetto affiatamento caratterizzano i tre protagonisti della prima compagnia, ma anche la seconda si presenta ben assortita ed equilibrata. Sarebbe difficile per chiunque mettersi in competizione con l'Otello di Kunde e sicuramente Roberto Aronica non potrà dirsi altrettanto fine musicalmente o intrigante come interprete, né scevro da occasionali durezze. Tuttavia anche la sua origine lirica ci conferma come Otello non sia solo ed esclusivamente materia per heldentenoren baritonali, ma che si possa uscire a testa alta e offrire una recita convincente con la propria vocalità, che, seppur robusta, non corrisponde all'immaginario consolidato nel XX secolo.

Con lui la giovane Federica Vitali è una Desdemona in via di maturazione, ma già interessante per la consapevolezza e la convinzione con cui affronta la parte senza cedimenti e con un approccio fresco e partecipe. Angelo Veccia è pure uno Jago efficace, velenoso e ben timbrato, in equilibrio con i suoi colleghi.

Invariato nelle recite il resto del cast, con il brillante Cassio di Marco Miglietta, il Roderigo talora un po' sofferente di Pietro Picone, l'incisiva Emilia di Marina Ogii, il Lodovico di Luciano Leoni, il Montano di Luca Gallo e l'araldo di Tong Liu.

I punti dolenti della produzione, e altre riflessioni, possono riguardare regia e concertazione, non a caso beccati da contestazioni la sera della prima.

In realtà poco ci sarebbe da dire del lavoro di Gabriele Lavia se non che il suo solido retroterra teatrale si riconosce in una narrazione chiara e in un buon lavoro attoriale sui solisti, per cui lo spettacolo, nel solco della tradizione, si fa anche apprezzare da molti punti di vista. Purtroppo, però, la produzione soffre del trasferimento dall'originaria collocazione “in quarantena” al Paladozza - dove avrebbe dovuto essere rappresentato nell'autunno del 2020 - agli spazi del Comunale. Immaginiamo che il sobrio impianto metateatrale di Alessandro Camera (un praticabile, una serie di fari, delle vecchie poltrone da platea, la suggestione concentrata in una grande vela fluttuante colorata dalle luci dello stesso Lavia) servisse proprio, in uno spazio alternativo, a sottolineare l'esilio imposto dalla pandemia, specie in rapporto con i costumi, invece, rigorosamente rinascimentali di Andrea Viotti. Per la stessa ragione, si presume si sia deciso pure di delegare ogni azione delle masse a un gruppo di figuranti (giovani attori della Scuola di Teatro di Bologna Alessandra Galante Garrone). Al Comunale, però, non solo l'ipotetica idea perde forza, ma soprattutto mortifica il coro seminascosto dietro un praticabile, con conseguenti problemi anche acustici e, addirittura, nemmeno l'onore degli applausi alla ribalda, riservati alla sola maestra Gea Garatti Ansini. Sarà in qualche misura anche per questo motivo, ma Asher Fisch pare faticare nel reggere saldamente le redini dello spettacolo: talora cerca e trova finezze, talaltra perde il controllo con sfasamenti, squilibri sonori, sbalzi agogici anche fra una recita e l'altra e senza una corrispondenza con diverse esigenze del cast.

Peccato, perché l'entusiasmo meritatamente al calor bianco per molti interpreti e in particolare per Kunde e Sicilia, le gemme della produzione, ci induce comunque a riservare a questo Otello un posto speciale nella memoria.


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