L’Ape musicale

rivista di musica, arti, cultura

 

Leoncavallo al bivio

di Sergio Albertini

L'opera di Leoncavallo apre la stagione estiva del Lirico di Cagliari fra luci e ombre.

Cagliari, 23 giugno 2022 - Nel 2020, alla quinta recita dei Pagliacci, il Lirico di Cagliari, come tutti i teatri, si ritrovò d'un tratto chiuso, le recite interrotte, iniziava la (brutta) stagione della pandemia da Covid-19. Da allora, mi pare, almeno qui, il Teatro è in sofferenza. Nonostante proposte variegate, fa fatica a riconquistare il suo pubblico. Succede anche con l'inaugurazione della stagione estiva 2022 dell'ente cagliaritano, che prevede un allestimento – bando alla diplomazia – assai modesto. E non perch'io sia tifoso della zeffirellizzazione (arrivato anche a Cagliar coi suoi ipertrofici Pagliacci nel 2013), ma davvero si fa fatica a restare sedotti da quest'allestimento misero, cupo, con pretese di richiami iconografici a Felice Casorati (che pure firmò scenografie di ventun spettacoli, alcuni dei quali commissionati dalla Scala e dall'Opera di Roma). Si fa fatica a ritrovare quanto comunicato, quei “precisi riferimenti all’arte pittorica di Felice Casorati sia nelle scene di Michele Iaquinto, Andrea Gennati, Cristina Cherchi e Virginia Zucca che nei costumi di Luisella Pintus e nelle luci di Andrea Ledda, da un’idea di Tony Grandi.”

L'opera inizia a sipario chiuso. Sulla destra, un busto di manichino da sartoria (nulla a che spartire con Manichini, il quadro che Casorati realizzò nel '24, oggi al Museo del '900 di Milano: due teste, d'uomo e donna, un liuto, su una tovaglia a fantasia azzurra, uno specchio dietro). Dopo il Prologo, il baritono vi deposita la sua palandrana, un servo di scena rapidamente porta via il tutto Si inizia. Dimentichiamo la minuziosa descrizione dell'ambientazione che si trova sul libretto. In fondo, ho visto Pagliacci tra le rovine di un teatro greco, di una tangenziale urbana con tanto di roulotte, in un basso napoletano con femminielli, carabinieri, spacciatori e panni stesi. Qui, il 'paese' è raffigurato da quattro torrioni color rame (che, più che Casorati, mi ricordano un antico Trovatore areniano del '78 col progetto scenico di Pomodoro), una pedana praticabile grigia con gradini (l'ingresso alla piazza avviene da qui, per tutti), una collina dipinta sullo sfondo (vago riferimento a Casorati, forse, col suo Paesaggio verde). Gli abiti sembrano più rimandare ad una Italia anni '40 che a Le Signorine di Casorati (1912), oggi a Ca' Pesaro. Con due curricula interessanti, Paolo Gavazzeni e Piero Maranghi, al loro debutto cagliaritano (questo allestimento proviene dall'Ente Concerti "Marialisa de Carolis" di Sassari dove è andato in scena nel 2019), nel programma di sala dichiarano che “amiamo le opere per quello che sono. Troviamo ridondanti gli esercizi di stile messi in atto da certi registi per tirare fuori a tutti i costi un significato recondito da storie che, invece, sono già esplicite e assodate. Ridondanti e, aggiungerei, dannosi, visto che spesso finiscono col tradire l'intenzione stessa dell'autore”. Il risultato è uno spettacolo sì, gradevole per il pigro pubblico cagliaritano – basato soprattutto sulla resa attoriale dei cantanti - , ma scontato, a tratti banale (quelle frotte di bambini a gruppi di cinque-sei che corrono ritmicamente da una parte all'altra della scena, la coppia dalle semplici acrobazie tra un uomo ed una ballerina da carillon, il coro stipato in uno spazio angusto). Il Prologo traccia un tranche de vie alla Zola, e in questo i due registi han lavorato bene, con quel salire e scendere dal tavolato posto nella piazzetta del paese; niente di nuovo, beninteso, ma come si diceva prima, il cast ha saputo muoversi con consumata abilità nel restituire, anche con gestualità misurata ed espressioni facciali, la tragicità della messa in scena. Messi da parte quindi l'imprecisato riferimento a Casorati e gli accenni ad una regia di poca presa, resta la musica. Qui si biforcano gli esiti: se l'orchestra del Lirico mostra sempre nelle sue componenti un ottimo livello (penso al corno nel Largo assai ben cantato con dolore, penso al violino nel tema d'amore nel duetto tra Nedda e Silvio), manca una visione globale dal podio, il tono brioso d'inizio opera sembra slabbrarsi in indistinta caciara, certi temi (come quello della gelosia maniacale) s'aveano forse a sottolineare con maggiore incisività. Poco convincente il rapporto fossa/palcoscenico nella scena di Nedda; se nella prima parte l'orchestra 'canta' e respira assieme al soprano coi tremoli dei violino, le acciaccature dell'ottavino, le scale dell'arpa, le terzine del flauto, meno funziona il volume orchestrale scelto da Domenico Longo nella 'ballatella', che sovrasta la voce della Bartoli. Di ottima resa, invece, l'Intermezzo, funestato dalla proiezione di un pessimo disegno che mescola suonatori, pagliacci e gente comune (che fa pendant con le proiezioni di slide, durante l'introduzione, che 'narrano' le vicende dell'infanzia di Leoncavallo, del padre, dell'omicidio ecc.; didascalico e distraente)

La Bartoli. Anastasia Bartoli – figlia d'arte, con madre, Cecilia Gasdia, presente in sala – ha un timbro interessante, scuro, corposo, mezzosopranile, che rende la sua Nedda forse meno giovanile, ma quasi più rancorosa, rabbiosa. A mio avviso, Anastasia Bartoli dovrebbe virare la scelta di repertorio verso il soprano Falcon (Rachel. Valentine, Kundry, Eboli, Tigrana o Lady Macbeth, che ha cantato anche sotto la direzione di Riccardo Muti). L'articolazione però, e il fraseggio, a mio avviso, paiono ancora da perfezionare, in quando a volte la dizione appare impastata, con qualche suono intubato. Scenicamente perfetta.

Il Canio di Sergio Escobar, tenore spagnolo, esibisce un gran bel volume, uno squillo generoso, ma preferisce spesso tracimare in una emissione di stampo verista (come s'usava negli anni Cinquanta e oltre), conseguenza forse di una recitazione molto appassionata.

Il Tonio di Ernesto Petti è una folgorazione. Il timbro pastoso, potente, brunito, il suono ben proiettato e rilucente, un legato morbido, una dizione impeccabile ne fanno, a mio avviso, il vero fuoriclasse della serata.

Il Peppe di Christian Collia, viscido al punto giusto, e il Silvio di un impeccabile Leon Kim, assieme ai due contadini di Alessandro Frabotta e Moreno Patteri, completavano adeguatamente il cast.

Ottima prova del coro (con mascherine) del Lirico diretto da Giovanni Andreoli (con quel din don che rimanda più alla Spagna che alla Calabria) e del Coro di Voci Bianche del Conservatorio Palestrina di Cagliari preparato da Enrico Di Maira.

Successo di pubblico. Quel che c'era.


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