L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L'artista geniale

 di Roberta Pedrotti

 

Cecilia Bartoli - Antonio Vivaldi

arie da Argippo, Orlando furioso, Il Giustino, La Silvia, Ottone in villa, La verità in cimento, Andromeda liberata, Tito Manlio, Catone in Utica

Cecilia Bartoli, mezzosoprano

Jean-Christophe Spinosi

Ensemble Matheus

CD DECCA 483 4475, 2018

Esattamente trent'anni fa, appena ventiduenne, Cecilia Bartoli fa il suo debutto discografico come Rosina nel Barbiere di Siviglia prodotto dalla Decca, che l'anno seguente la lancia con il suo primo album solistico, Rossini Arias. La ragazza è simpatica, comunicativa, la voce assai duttile e musicale, ma anche piuttosto piccina, non ben definita per colore e registro; è una scommessa, e si sarebbe potuta esaurire nel giro di poche stagioni se Cecilia Bartoli fosse stata davvero una diva prodotta artificialmente dall'industria del disco, uno dei tanti fenomeni che brillano e scompaiono in un battito di ciglia subito sostituiti da un nuovo fulmineo astro mediatico. Ma la simpatica ragazza romana dalla vocina agilissima ha dimostrato di essere un genio, un vero e proprio genio che ha illuminato mezzi anche abbastanza comuni trasformandoli in qualcosa di assolutamente unico, inimitabile ma imitatissimo. Ha elevato quella naturale elasticità vocale ai limiti umani del virtuosismo trascendente con una cifra personalissima, modellata su un repertorio scelto con cura estrema e curiosa e che a sua volta si rimodellava sulle sue caratteristiche. Ha trasformato i limiti in virtù e svelato nella ragazza simpatica un'interprete singolare, estrema, demoniaca. E una donna di teatro e cultura a tutto tondo, promotrice di eventi e talenti, direttrice artistica coraggiosa e acuta.

Anche chi detesti l'approccio vocale, il modo d'interpretare di Cecilia Bartoli non potrà non riconoscere in lei quel lampo di genio che da trent'anni la tiene ai vertici della musica mondiale e ne fa una delle figure più influenti del panorama internazionale, una donna che, piaccia o meno, ha segnato un'epoca, soprattutto nella diffusione e nell'interpretazione del repertorio barocco e classico. E se ci fosse bisogno di conferma, le dichiarazioni raccolte nel libretto d'accompagnamento a firma di Martha Argerich, Rolando Villazon o Antonio Pappano son lì a ribadirlo, fuori da ogni dovere di circostanza.

A quasi vent'anni da The Vivaldi album, la Decca e Cecilia Bartoli celebrano il loro felice sodalizio di sei lustri tornando proprio all'opera del Prete rosso, questa volta con la direzione di Jean-Christophe Spinosi e l'Ensemble Matheus a dipanare colori e dinamiche che paiono un tutt'uno con le intenzioni espresse dalla voce della primadonna, in una sorta di pittura collettiva in un canto strumentale condiviso.

Si percepisce la continuità rispetto all'incisione vivaldiana precedente, ma anche il valore messo a frutto del tempo trascorso, per cui la freschezza originaria rimane nell'immediatezza espressiva, nell'accento gustoso, vario, anche divertito (si pensi alla brillante, ironica carnalità di “Solo quella guancia bella” dalla Verità in cimento), ma si approfondisce, decanta in un fraseggio sempre più fine, sottile, calibrato nel dettaglio infinitesimale (evidente sia nelle arie di furore e slancio guerriero, sia nel delisioso cinguettìo di "Quell'augellin che canta" dalla Silvia). Così, se il virtuosismo spettacolare si dipana in tutti i vari registri espressivi e in tutti gli affetti, son le arie malinconiche o estatiche, è l'elegia, anche quella leggiadra, a colpire per la capacità di tornire con un'intensità impareggiabile il pathos della melodia. In questi momenti importa davvero poco quanto possa l'emissione dirsi ortodossa, quanto dell'arte e dell'emissione dei divi settecenteschi riviva nella Bartoli. Importa che l'artista romana crei un mondo, ricrei una magia, un'estetica, una fascinazione in tutto e per tutto associabile alla meraviglia e alla sublimazione emotiva dell'età barocca. Il pathos si esprime in un codice preciso e definito, ma non per questo si raffredda, anzi, si distilla e si condensa; la voce rifugge alle regole e ne crea di proprie istituendo il suo impero teatrale: per questo il genio arguto, intelligente e demoniaco di Cecilia Bartoli si trova perfettamente a proprio agio in questo repertorio, coniugando fantasia e rigore, estro e cultura. Il fonema morso e assaporato lentamente, il testo articolato sapientemente sillaba per sillaba sono la fonte stessa dell'espressione musicale, questa ne è la naturale conseguenza che amplifica e sviluppa sensi e significato. Nulla sfugge al controllo, nulla pare superfluo in un ordine perfettamente congegnato e pure vero, spontaneo, mai artificioso, proprio perché dell'artificio barocco fa strumento logico di un mondo espressivo e musicale a sé stante.

Il ritorno di Cecilia Bartoli a Vivaldi per un recital monografico è un'occasione per fare il punto sui trent'anni di una carriera senza eguali, ma non prevaricano mai l'opera del compositore veneziano: anzi, è come se l'incontro fra il genio di Cecilia e quello di Antonio faccia scoccare una scintilla speciale per entrambi. A distanza di vent'anni – un tempo quanto mai significativo e nell'esplorazione del repertorio settecentesco da parte dell'artista romana e nella riscoperta del corpus vivaldiano – si chiude il cerchio e si completa una sorta di doppio ritratto antologico attraverso la varietà poetica di queste arie (tutte differenti, quasi tutte provenienti da opere diverse). E il ritratto che ne emerge, oltre ogni convenzione celebrativa, è semplicemente, sfacciatamente geniale.