L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Connessi ed isolati

di Michele Olivieri

L’emergenza sanitaria ci ha imposto un nuovo comportamento. Il teatro vive ancora di restrizioni, ma questo non significa sospendere ogni attività e non coltivare più gli interessi, necessita solo alternare le abitudini e fruirne in maniera differente. Grazie al web importanti proposte arrivano direttamente a casa dando così una solida mano alla cultura e un senso di aiuto per ciascuno di noi. Sul sito ufficiale della Oper Leipzig è stato visibile in diretta streaming il balletto Solitude a firma di Mario Schröder.

LIPSIA - Il Balletto di Lipsia (Leipziger Ballet) risale alla fine del XVII secolo ed è oggi ampiamente riconosciuto come una delle grandi compagnie internazionali. Negli anni quaranta, Mary Wigman (una delle massime esponenti della danza libera tedesca e pioniera della danza moderna) pose una pietra miliare con la sua coreografia dei Carmina Burana su musica di Carl Orff, dando vita ad una visione coreutica di matrice espressionista. Dall’apertura della Neues Opernhaus nella città della Sassonia, avvenuta nel 1960, sono stati rappresentati praticamente tutti i grandi balletti narrativi, oltre a nuove opere. Il 1991 ha visto l’inizio di una nuova era con la nomina di Uwe Scholz a Direttore del Balletto e Coreografo Principale. La sua prima a Lipsia, The Creation, rimane il fiore all’occhiello della compagnia nella tradizione neoclassica, seguita poi da balletti cosiddetti sinfonici, messi in scena in tutta Europa e non solo. Dopo la morte di Uwe Scholz nel 2004, il nuovo direttore del balletto, Paul Chalmer, ha lasciato il segno, tra l’altro, con un ciclo dedicato a Stravinsky. Dalla stagione 2010/11, Mario Schröder ha ricevuto la nomina a direttore della compagnia e coreografo principale. Oggi per la prima volta il corpo di ballo tedesco si è presentato al pubblico in versione online.

La diretta sul palcoscenico, trasformato come fosse una stanza chiusa, si apre con i danzatori assorti in una luce blu elettrica quale sinonimo dell’infinito e del silenzio, rappresentando nelle pose plastiche e nella staticità iniziale dei movimenti una ricerca di purificazione, ossia separazione da ciò che è nocivo da quello che non lo è. L’estetica offre pennellate coreografiche anche violente allo sguardo, esprimendo uno stato d’animo angosciante; le mascherine e le tute sanitarie indossate sottendono all’attuale periodo trascorso nell’emergenza sanitaria. A poco a poco gli esecutori si spogliano e il blu diventa azzurro stimolando la pacatezza con un senso di centratura, permettendo di trasformare i pensieri ricorrenti per sbloccare quelli in uscita. La preliminare insoddisfazione nei confronti di ciò che si vede e si vive attorno a sé lascia spazio ad una creazione riflessiva, evolvendosi in una serie di passi a due di notevole intensità, non solo espressiva, ma in particolare di buona tecnica supportata dalle suggestioni intonate in buca dal controtenore Yuriy Mynenko nello Stabat Mater di Vivaldi. Per molti di noi stare soli è difficile, è causa di ansia e sofferenza, il senso di isolamento ci costringe a confrontarci con i nostri pensieri più intimi amplificando il senso di isolamento. La convinzione che per sconfiggere la solitudine sia necessario stare insieme agli altri non è la chiave di lettura esatta della coreografia, perché Mario Schröder pensa alla solitudine non come problema emotivo ma in realtà lo pone quale conseguenza del nostro continuo cercare all’esterno le cose di cui necessitiamo. Quello che colpisce nel balletto è lo studio allestitivo, l'atmosfera crepuscolare che non viene mai meno (o quasi); luce e percezione avvalorate dalla drammaturgia modellano lo spazio e i corpi si ritrovano in intrecci e posture sia in movimento sia in immobilità, sia orizzontale sia verticale, lasciando vibrare i luoghi fisici nonché quelli dell’anima. Su un tessuto sonoro ben adattato agli accenti coreutici, apparendo e scomparendo, sfumando e riemergendo sospesi a mezz’aria, i danzatori fluttuano ad intermittenza disegnando forme apparenti, dissolvendosi e ridefinendosi in altre figure prima lente poi accelerate ben distinte dall’illuminazione. Ogni passo, anche quello danzato in gruppo, è solitario, e proprio questo concetto si pone al centro della coreografia di Mario Schröder.

In tempi di isolamento volontario e imposto dall’emergenza sanitaria, la solitudine si è manifestata in variegate sfaccettature. Il Balletto di Lipsia lascia emergere lo stato d’animo che accompagna l’emarginazione ponendo dei seri interrogativi sulla capacità di trasformare la solitudine in altro, cioè in un luogo di desiderio all’interno di una multiforme società in cui l’accessibilità è per lo più permanente in ogni fase della quotidianità (in tempi di normalità). Il Corpo di Ballo ben equilibrato e distribuito (Jeanne Baudrier, Leticia Calvete, Soojeong Choi, Marcos Vinicius Da Silva, Itziar Ducaju, Natasa Dudar, Marcelo Ferreira, Ester Ferrini, Landon Harris, David Iglesias Gonzalez, Madoka Ishikawa, Yun Kyeong Lee, Fang Yi Liu, Urania Lobo Garcia, Joao Ludwig, Youngchan Moon, Avery Reiners, Alessandro Repellini, Daniel Roces Gomez, Diana Sandu, Philip Sergeychuk, Igor Silva, John Edmar Sumera, Vincenzo Timpa, Carl van Godtsenhoven, Ana Belén Villalba, Samantha Vottari, Vivian Wang), sulle musiche di Bach e Vivaldi, di Peteris Vasks e Galina Ustwolskaja, eseguite dal vivo dalla Gewandhaus Orchestra sotto la direzione di Felix Bender, con i costumi di Paul Zoller, le luci di Michael Röger, la drammaturgia di Anna Diepold riesce ad emozionare, pur nella consapevolezza che per raggiungere la logica ed una lettura consapevole della creazione è necessario conoscere preventivamente il pensiero originale di chi l’ha creato, così da accogliere con cognizione le idee narrative legate al gesto: a questo ha pensato infatti personalmente il coreografo introducendo a parole il balletto. Prima del finale in proscenio si gioca sull’equilibrio consentendo l’interazione dinamica con la platea, un augurio per una ritrovata armonia. Anche la danza, questa danza, ci insegna che c’è una notevole differenza tra essere soli e sentirsi soli.

Michele Olivieri


 

 

 
 
 

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