L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L’oro di Rigoletto

di Pietro Gandetto


Standing ovation alla Scala per la ripresa dello storico Rigoletto firmato dal trio Deflo-Frigerio-Squarciapino. La palma della serata all’evergeeen Leo Nucci che bissa il finale del secondo atto a furor di popolo. Sul podio, l’ottima bacchetta di Nicola Luisotti. Consensi per tutto il cast.

Milano, 13 gennaio 2016 - Il Piermarini è pieno, le aspettative sono tante e molti si chiedono che cosa tireranno fuori dal cappello Nicola Luisotti e il suo cast stellare capitanato da Leo Nucci, trattandosi dello storico Rigoletto del trio Deflo-Frigerio-Squarciapino, che ha visto la luce nell'ormai lontano 1994. Tutte le ritrosite e le titubanze dell’esigente pubblico, che ormai conosce a memoria lo spettacolo, sono messe a tacere sin dalle prime battute del breve preludio, in cui il direttore lascia presagire l’eccellente livello della serata.

Con il tema introdotto dalla prima tromba e dal primo trombone in ottava, poi armonizzato con il resto degli ottoni e quindi con fagotti e timpani, si innesta il motivo della "maledizione", che ritornerà per tutta l'opera. Luisotti è incisivo nella varietà dei colori orchestrali, nella giocosità delle melodie delle danze, nella precisione degli attacchi; il tutto funzionale all'esaltazione della straordinaria gamma di situazioni e sentimenti che Verdi riunisce in quest'opera.  La nota "economia orchestrale" di Rigoletto, che non va confusa con povertà musicale, ma intesa come ricerca dell'essenza del suono, viene espressa da Luisotti con sapienza. I colori, le tinte, le movenze sono descritte nella loro totalità. Particolare attenzione alle esigenze dei cantanti, con dilatazioni e contrazioni metronomiche sempre attente alle ragioni delle voci. Efficace anche la resa dell'atmosfera notturna di Rigoletto, che avvolge tutti i momenti centrali del dramma. Una notte di cui Verdi colora l’imponente partitura e che Luisotti ripropone con una tavolozza cromatica all'altezza delle aspettative.

Le sontuose scene e i raffinati costumi di Frigerio-Squarciapino ancora appagano il gusto estetico del più esigente spettatore evidenziando, al contrario, la debolezza e la fragilità umana di Rigoletto, un vinto, un uomo nato per far ridere, pronto a ogni compromesso, ma anche pronto al riscatto, scoprendosi uomo. La regia è sempre un po’ didascalica, lasciando carta bianca ai cantanti su una partitura già così ricca di spunti e tensioni emozionali.

La palma della serata va senza dubbio alla leggenda vivente dell’opera, Leo Nucci. Sul suo rôle-titre resta ben poco da aggiungere ai fiumi di inchiostro già spesi nei decenni. Ci si può forse chiedere il perché di un tale costante e duraturo successo. E la risposta si rinviene  assistendo a spettacoli come quello di ieri sera. Sorprendente la capacità, immutata negli anni, di dare vita a un personaggio di proporzioni enormi, con caratteri, patemi e sofferenze che diventano emblematiche della vita stessa dell'uomo. La sua paura, il suo sentirsi maledetto e la rabbia per l’impossibilità di vivere le emozioni di un individuo comune trovano in Nucci l'interprete ideale. Il suo essere difforme e mostruoso viene amplificato ed enfatizzato per ritornare sul finale a una spoglia e intima umanità, in contrasto con l’egocentrismo del Duca di Mantova e il cinismo di Sparafucile. Sotto il profilo vocale, sorprendente l'integrità del registro acuto, l'attenzione riposta alla "parola scenica" e, a eccezione della fissità di alcune note prese dal basso, la smagliante forma dello strumento.

È la celebre stretta della Vendetta a mandare in visibilio il pubblico che esplode in uno scrociare ininiterrotto di applausi. “Bis! Bis!” si urla dal Loggione alla Platea e, dopo un confronto di sguardi con il sovrintendente e il direttore, Nucci concede il bis, al termine del quale il pubblico si alza nuovamente in piedi in preda a un evidente stato euforico. È il coronamento dell'entusiasmo già destato da “Cortigiani, vil razza dannata” che si era chiuso con una mano che asciuga una lacrima, forse quella di un padre che piange il rapimento della figlia, o forse quella di un grande artista, commosso dall’emozionante euforia del pubblico.

A braccetto con la maiuscola performance di Nucci, segnaliamo il contributo di Vittorio Grigolo, anch’egli ormai veterano del ruolo. Il tenore è a suo agio nei panni del Duca di Mantova e ben esprime la psicologia anfibia di questo personaggio. Il Duca è un despota, arrogante e libertino, ma anche un uomo appassionato, vibrante e giovane. Senza dubbio una figura negativa, ma, al contempo, simpatica, soprattutto a Verdi, che gli dedica motivi e frasi tutt'altro che tetri e sinistri. Un Duca che brilla, sia vocalmente sia scenicamente. La voce accattivante, luminosa e agile, poggia su un fraseggio senza nei. Le mezzevoci sono più timbrate che in passato. Poco importa qualche scollamento ritmico con l’orchestra (tra l’altro, la prima strofa di "Questa o quella"), considerate la vibrante passione verdiana e quel pizzico malinconia (l’immacolata "Parmi veder le lagrime") di questo Duca.

Della Gilda di Nadine Sierra, al suo debutto scaligero, evidenziamo una voce di bel colore e una linea del canto sempre corretta. Bene i pianissimi di "Lassù in cielo" e gli "Addio" del duetto con il creduto Gualtier. Quel che manca, però, è una profondità interpretativa pregnante, che il personaggio di Gilda esige, e una corretta differenziazione tra la tenerezza filiale delle scene con il padre e lo slancio della donna innamorata nei passaggi con il Duca. Eccettuata anche qualche difficoltà nella dizione, il contributo è comunque piacevole e, considerata la giovane età, siamo certi che la sua potrà essere una carriera tutta in ascesa.

Elogi per lo Sparafucile di Carlo Colombara. L’emissione è morbida, profonda ed elegante. La dizione pressoché perfetta e l’imponente presenza scenica hanno messo debitamente in rilievo le caratteristiche del personaggio.

Completano il cast l’apprezzabile Maddalena di Annalisa Stroppa e la Giovanna di Chiara Isotton. Poco temibile, invece, il Monterone di Giovanni Furlanetto. Con loro Davide Pelissero (Marullo), Martin Piskorski (Matteo Borsa), Gianluca Breda (Conte di Ceprano),  Federica Lombardi  (Contessa di Ceprano), Oliver Pϋrckhauer (Usciere) e  Kristín Sveinsdóttir  (Paggio).  Bene il coro maschile.

Successo finale per il secondo titolo di questo scoppiettante inizio di stagione.

foto Brescia Amisano