L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Adorare le ceneri

 di Emanuele Dominioni

La formidabile longevità vocale di Leo Nucci si accompagna, nel suo rapporto privilegiato con il teatro Municipale di Piacenza, a un'ostinata difesa di una tradizione più spesso simile alla polverosa adorazione di maniere sorpassate che non alla conservazione d'un antico fuoco artistico. Non fa eccezione questo Macbeth, teatralmente non all'altezza del capolavoro verdiano e musicalmente versato all'esclusivo predominio delle voci. Per fortuna il cast capitanato da Nucci e da Anna Pirozzi ha offerto più d'una soddisfazione canora.

PIACENZA, 20 marzo 2016 - Al teatro Municipale di Piacenza continua la saga iniziata ormai quasi dieci anni or sono e pervicacemente portata avanti dalla direzione artistica del teatro, la quale premia, valorizza e tutto volge intorno alla mitica figura di Leo Nucci. Il celebre baritono bolognese è a buon dire diventato autentico mattatore e deus ex machina della realtà teatrale piacentina, che trae da esso linfa e ispirazione soprattutto per ciò che concerne il repertorio verdiano.

Chi frequenta questo teatro sa cosa aspettarsi leggendo le locandine fregiate dal nome del grande Leo; sicuramente uno degli ultimi eredi di un grande passato, monumento dell'arte verdiana e, negli anni più recenti, anche regista teatrale, sebbene gli addetti ai lavori sappiano bene quanto il termine gli sia assai poco gradito.
Contrario a qualsivoglia tipo di impronta registica o rielaborazione drammaturgica che si discosti anche solo minimamente dalla resa letterale del libretto, la figura di Nucci si è sempre più accostata a spettacoli della più proterva e, in qualche misura, polverosa “tradizione”. Produzioni in cui per certi versi si sacrificano cinquant'anni di storia della regia e del suo valore nel teatro contemporaneo sull'altare di una centralità assoluta del cantante e delle sue esigenze.
Poco male dicono in molti; nei templi musicali della provincia verdiana si plaude a questa operazione che guarda al passato, strizzando l'occhio alla chimera della fedeltà a Verdi, contro la nefasta ingerenza della modernità che confonde il suscettibile pubblico emiliano. Cosa resta quindi sul piatto? Sicuramente in questa occasione, un cast di prim'ordine, laddove al nome del Leo nazionale vengono accostati quello di Anna Pirozzi (protagonista dei coevi Foscari scaligeri -  leggi la recensione) e Carlo Colombara, sostituito all'ultimo momento da Giovanni Battista Parodi.

La scena di Alfredo Troisi sfrutta l'ormai onnipresente scala che divide in due piani lo spazio. Sullo sfondo, a incorniciare il tutto, un grande medaglione intarsiato che si apre e chiude lasciando scorgere ora il fantasma di Banco, ora gli ingressi degli altri protagonisti. L'unica variante è rappresentata dalla scena iniziale dell'opera e dal terzo atto, in cui il fondale, ora libero e inondato di luce fucsia, metteva in risalto un albero spoglio e le figure scattanti e sinistre delle streghe. Ma, se nella semplicità e per certi versi genericità estetica possiamo rinvenire quà e là sprazzi di un gusto elegante, evocativo di cupe atmosfere medievali (illuminate dalla presenza di due bracieri ardenti ai lati della scena), lo stesso non possiamo invece dire per i costumi curati da Artemio Cabassi. Oltre a non valorizzare in toto le figure di solisti e coro, ne ingombravano i movimenti con l'opprimente uniformità talare, tanto da risultare perfino grotteschi e poco credibili nelle numerose scene d'insieme. Vogliamo tacere in questa sede sulle scelte registiche dovute a Riccardo Canessa, tutte votate alla staticità dell'azione e totale inerzia dei movimenti, soprattutto della massa corale, per cui rimandiamo alle valutazioni iniziali. Come unica postilla ci interessa sottolineare come in tal modo si sminuisca il valore e l'estrema modernità della drammaturgia verdiana - che mai più che in Macbeth è macchina perfetta di Teatro e Musica -, inseguendo un'anacronistica fedeltà a una tradizione scenica, nonostante quest'ultima sappia di adorazione delle ceneri molto più che di conservazione del fuoco.

Sul piano musicale la direzione di Francesco Ivan Ciampa è parsa precisa e interamente votata alle esigenze del canto. La cura alla concertazione, sia sul piano di un costante dialogo col palcoscenico sia su quello dinamico, ha aiutato canti e coro, sacrificando talvolta, però, sonorità più incalzanti e tese e la ricercatezza di colori e fraseggio orchestrale che la partitura esige.

Marmorea è l'interpretazione di Nucci, tutta basata sulla potenza della parola scenica e la freschezza dell'accento che dopo cinquant'anni di carriera fanno ancora scuola. Volume, colore e dizione sono i suoi punti forti, ed egli ne fa sfoggio mirabile, legando ogni inflessione drammatica al vigore del testo verdiano. Laddove alcuni cedimenti dovuti all'età rischiano di inficiare la linea musicale (soprattutto durante "Pietà, rispetto, amore") il fraseggio e la grande sapienza dell'interprete riescono plasmare ancora momenti toccanti e vibranti accenti. Dispiace ancor di più, quindi, a fronte di un siffatto interprete, che le scelte registiche si siano limitate a una recitazione di maniera talvolta ai limiti della goffaggine: vedasi il dialogo con le streghe durante il terzo atto e il duello finale, in cui le pose plastiche e gli atteggiamenti tipici da cantante d'opera d'altri tempi (spada sguainata, e occhio al direttore) li avremmo serenemente lasciati negli anni '50.

Come Lady Macbeth troviamo una Anna Pirozzi, che riconferma in questa sede la maestria tecnica e la qualità del mezzo vocale. Entra in scena con grande sicurezza e slancio, affrontando le perigliose salite all'acuto e i passi di agilità con grande perizia e assoluto valore drammatico. La robusta vocalità consente al soprano napoletano di conferire il giusto carattere alla scrittura verdiana in brani come "La luce langue" senza rinunciare alla precisione vistuosistica espressa nel brindisi e in "Or tutti sorgete". Un po' sottotono è risultata, invece, la grande scena del sonnambulismo, poco approfondita nel fraseggio e povera di colori, fondamentali in una pagina come questa. Grande è il successo tributato dal pubblico a cui ci uniamo nella speranza che la Pirozzi possa diventare una Lady di riferimento negli anni a venire.

A sostituire l'indisposto Colombara giunge il basso Giovanni Battista Parodi. Fraseggiatore di grande esperienza e mestiere, aiutato dall'imponente figura ideale per il ruolo, imprime nobiltà e carattere al personaggio di Banco. L'aria in particolare scorre con appassionata fluidità, perizia del legato e incisività dell'accento.

Nelle vesti di Macduff, il giovane Ivan Defabiani dà prova di un timbro accattivante e di un materiale sonoro di indubbia qualità, per cui ci sentiamo di consigliare al giovane tenore di non forzarne le natura, ma anzi di assecondarne la generosità con cauta sapienza. Abbiamo apprezzato in particolare il piglio eroico mostrato nelle sue frasi più veementi e la varietà dinamica espressa durante l'aria.
Buona la prova di Marco Ciaponi come Malcolm e di Mariano Buccino come medico e domestico. Un po' sottotono e vocalmente traballante la dama di Federica Gatta.

Il coro del Teatro Municipale di Piacenza diretto da Corrado Casati si riconferma compagine quanto mai affiatata e preparata, a cui riconosciamo una qualità di suono invero sontuosa. Una menzione speciale va alla sezione femminile, impegnata notevolmente anche sul fronte scenico.

Grande è il successo tributato dal pubblico a tutto il cast, e soprattutto ai tre protagonisti, i quali si sono poi attardati nel foyer a salutare il folto pubblico fra autografi e foto ricordo.

Foto Gianni Cravedi


 

 

 
 
 

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