L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Edita Gruberova

ll miracolo della Santa

 di Pietro Gandetto

Attesissimo ritorno di Edita Gruberova al Teatro alla Scala con un recital incentrato sul Lied dell’Europa centro orientale che conferma un trionfo annunciato, nonostante i segni del trascorrere del tempo. Momento clou della serata i sei bis concessi dalla Diva, che spaziano da Mahler a Wagner a Puccini, Smetana e Strauss.

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Milano - 20 marzo 2017. Ci sono dive dell’opera dal tramonto prematuro e altre che non tramontano mai. Appartiene al secondo gruppo l’inossidabile Edita Gruberova, che con i suoi cinquant’anni di carriera non sembra intenzionata ad abbandonare il canto. Secondo i fedelissimi, ogni apparizione della Santa di Bratislava sarebbe l’ultima, e così l’attesa e le aspettative crescono a dismisura. Alla Scala, l’avevamo vista l’ultima volta nel recital del 2015 con i finali della “Trilogia Tudor” donizettiana, ruoli sui quali il soprano slovacco ha incentrato la sua “seconda carriera”, grazie alla funzionalità di tale repertorio alle sue attuali caratteristiche vocali, contraddistinte da un immutato nitore timbrico e dall’originale temperamento artistico. Se i più giovani non hanno avuto la fortuna di vedere e sentirla negli anni d’oro, ieri sera hanno potuto comprendere che non si diventa Edita Gruberova per caso.

Contrariamente agli esiti discordanti di alcuni degli ultimi concerti, ieri sera la Diva era in gran forma. La voce sembra ringiovanita di almeno dieci anni, la fonazione sana e costantemente sorvegliata, con buoni risultati soprattutto nella prima parte del concerto. Restano incredibilmente immutati lo smalto, il timbro e la proiezione del suono. I segni del tempo si concentrano invece nel registro medio-grave, più faticoso e minato da masse d’aria che sottraggono volume e armonici. Ma, accanto a ciò, indubbiamente stupisce il magnetico fascino da primadonna e la capacità di piegare l’aspra fonetica delle lingue slave alle esigenze esecutive del Lied, connotate da una soffusa morbidezza. Nonostante l’enfasi riposta su alcune sillabe o su alcune vocali come la o e la u renda alcuni suoni quasi caricaturali, lo spettatore non può distrarsi e non può fare a meno di tenere gli occhi e le orecchie puntati su di Lei, come se la sua persona fosse circondata da un’aura sovrannaturale.

La Regina della Coloratura entra in sala avvolta in uno sgargiante vestito di velluto color rubino, impreziosito di motivi neri e argento e ricoperto di luccicanti paillettes. Spalline in stile Joan Collins di Dynasty e quella postura regale che a lei sola consente di sfoggiare look come questi all’età di circa settant’anni. Prima ovazione. Il pubblico esplode in sonori applausi, dimostrando tutto l’affetto per il ritorno della Diva al Piermarini.  Il concerto si apre con le due Romanze op. 6 n. 5 e op. 16 n. 1 di Pëtr Il’ič Cajkovskij, caratterizzate da melodie delicate e soffuse, ma non prive di momenti di tormentato lirismo, dove il soprano tradisce una certa tensione, pur senza alcuna ripercussione sulla performance. Con le Cantate in primavera op. 43 di Nikolaj Rimskij-Korsakov, il clima di nostalgico abbandono resta immutato. I brani scorrono cauti e controllati, ma la voce di un tempo è sempre la stessa per intonazione e caratterizzazione attoriale. Gli animi si accendono con le Cigánské melodie (Melodie gitane) op. 55 di Antonín Dvorak, i cui ritmi allegri associati alla cultura gitana si intrecciano alla perfezione alle tinte dell’attuale vocalità di Edita Gruberova. Dopo l’intervallo, il concerto riprende con i Lieder di Richard Strauss e quelli di Gustav Mahler, dove l’artista dimostra il consueto impiego di dinamiche sempre cangianti e l'assoluto governo del cantare piano.

Il vero concerto, però, inizia al termine di quello programmato. Dopo alcuni composti applausi, il pubblico esplode in richieste di bis fino allo sfinimento.  I primi due sono ancora brani di Mahler, ma le richieste di bis si fanno più esigenti, ed è quindi la volta della preghiera dal Tannhäuser, introdotta da un ironico demi défilé della Diva sul palco. Applausi e urla dai presenti. Tutt’altra atmosfera quella del "Signore! Ascolta" pucciniano, dove i pianissimi sono ancora celestiali e i filati cristallini. Il pubblico resta a bocca aperta e si concentra attorno al palco, chiedendo insistentemente altri bis: "Roberto Devereux!" urlano molti, "Casta Diva!!", chiedono altri, e il soprano conclude il concerto con l’aria "Hlásej, ptáčku" dal Bacio di Smetana e con "Mein Herr Marquis" dalla Fledermaus di Strauss. Magistrale accompagnatore, il direttore e pianista slovacco Peter Valentovic non solo non è minimamente offuscato dalla straripante personalità artistica di Edia Gruberova, ma l’ha anzi valorizzata nel rispetto della propria autonomia, dando prova di una struttura tecnica e di un talento pianistico di pregio.

Chi frequenta il mondo dell'opera, sa che raramente si tributa a un’artista un’accoglienza di questo tipo. Il pubblico, sincero, restituisce ogni emozione ricevuta fino all’ultimo concerto e fino all’ultima nota, e infatti quello di ieri non era solo un concerto, ma una grande festa di ringraziamento a un’artista che ha scritto alcune delle più importanti pagine della storia della musica.