L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

 

 

 

 

Dedicato a Ugo, ragioniere

 di Roberta Pedrotti

Curioso concerto di Glauco Venier per il consueto appuntamento extraclassico nel programma di Pianofortissimo. La dedica a Ugo Fantozzi suggerisce un ironico parallelo fra il mondo della musica e quello uscito dalla penna di Paolo Villaggio.

BOLOGNA, 3 luglio 2017- “Dedico questo concerto a Ugo… ragioniere… Fantozzi, ovunque sia ora”. Così esordisce, fra gli applausi, Glauco Venier nel giorno della scomparsa di Paolo Villaggio. È la volta del concerto extraclassico inserito ogni anno nel cartellone di Pianofortissimo e, al di là della dedica palese, l’omaggio alla maschera dell’impiegato dell’ufficio sinistri traspare inequivocabile a più riprese, quasi a ricordare che c’è un po’ di Fantozzi in tutti noi e quelle dinamiche, pur nate in un’azienda che forse non esiste più, sono impresse nel nostro DNA, vivono nel nostro linguaggio, nel nostro immaginario, nella realtà quotidiana. Che la vita di un musicista oggi possa essere una surreale parata di Fantozzi, Calboni e Filini, di Riccardelli e di Megadirettori non è poi così inverosimile, tanto più che Venier non una sola volta parla di “noi musicisti frustrati” e sciorina una serie di episodi che non sfigurerebbero nell’universo dell’antieroe di Villaggio, come il ritrattino del lattaio del paese che accoglie con una sufficienza quasi compassionevole, senza dar importanza alla cosa, la notizia dell’incisione di un CD per l’ECM, proponendo piuttosto alllo strambo vicino di bere insieme “un’ombra” al bar, o il ricordo del mentore del pianista che ammonisce a non temere un pubblico anche se “ti si un mona” (sic). Fra tanti aneddoti a corollario del programma c’è spazio ancora per l’elogio alla curiosità del direttore artistico Alberto Spano e per uno stralunato duetto a distanza con la moglie in prima fila (che risponde più che altro con sguardi e codici labiali).

Con quest’aria amichevole, un po’ goffa e un po’ ingenua, Glauco Venier intercala pagine proprie e improvvisazioni su motivi altrui (da Monteverdi a Hendrix) e all’elaborazione armonica e tematica pare preferire la tenera infatuazione per moduli ritmici reiterati, tutto in un’atmosfera soffice e confidenziale, quasi una rivisitazione disimpegnata del minimalismo accolta nella grande famiglia del jazz (ed echeggia la vastità di definizione della battuta baricchiana resa celebre poi dalla Leggenda del pianista sull'oceano di Tornatore: "se non sai cos'è, allora è jazz"), anche in una versione un po’ patinata e condita con le spezie di gong, sonagli e accessori vari sul palco. Sembra un boccone delicato, con quel tanto d'originalità che basta, senza ardire e sperimentare troppo: non si vive di solo frittatone di cipolle con Peroni gelata, ma l'alternativa deve allettare senza disorientare, senza ustionare l'incauto come l'ormai proverbiale pomodorino. E infatti la serata scorre tranquilla in un clima familiare, sotto un cielo sereno in cui non si avvistano funeste "nuvolette d'impiegato"; il pubblico, sereno e rilassato, applaude, un po' di Fantozzi resta in tutti noi e nella sfida continua del musicista.

foto Veronica Fornasari