L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Due esordi

 di Stefano Ceccarelli

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia presenta un ‘doppio’ esordio: quello di Mikko Franck nel ruolo, creato ad hoc, di direttore ospite principale, e quello della giovane e talentuosa Alina Pogostkina, vera principessa dell’archetto. Dopo Angel and Visitations del finlandese Einojuhani Rautavaara, Franck e la Pogostkina eseguono il Concerto n. 1 in re maggiore per violino e orchestra op. 19 di Sergej Prokof’ev; il secondo tempo è tutto occupato dai Quadri di un’esposizione di Modest Musorgskij – nella classica orchestrazione, naturalmente, di Ravel. Il concerto è un successo.

ROMA, 16 novembre 2017 –Nel suo concerto d’esordio, il neo direttore ospite dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Mikko Franck, porta un programma che si apre con una composizione di un suo connazionale, il compositore finlandese Einojuhani Rautavaara. Per Franck è un po’ come un secondo inizio (in effetti lo è in tutti i sensi): esordì infatti giovanissimo proprio dirigendo Angel and Visitations, quando aveva diciassette anni e qui, in Accademia, sale nuovamente sul podio con una nuova carica ufficiale, quella di direttore ospite principale. Rautavaara, quando Franck diresse il suo pezzo, si affezionò subito a quel ragazzo e divennero grandi amici, tanto che la composizione fu dedicata successivamente proprio a lui. Dopo un breve preludio in cui Franck ha ribadito il suo nobilissimo impegno per l’UNICEF e ha fatto suonare un frammento dei Quadri musorgskijani al giovanissimo e applauditissimo Lorenzo (futuro primo violino? In bocca al lupo!), il finlandese attacca la singolare composizione di Rautavaara, eseguita per la prima volta nei concerti dell’Accademia. Il pezzo, un lungo moto palpitante dell’orchestra, che si gonfia e si sgonfia progressivamente, in una sorta (quasi) di crescendo rossiniano destrutturato, e che lascia intravedere pochi frammenti melodici, è l’evocazione di una serie di apparizioni angeliche. Gli angeli sono, per Rautavaara, fonte d’ispirazione, tratta soprattutto da sogni atavici avuti in gioventù: si tratta di angeli veterotestamentari, terrificanti dunque, e la cui apparizione, la visitazione appunto, può significare la distruzione del visitato. I sussulti, le climax ascendenti e discendenti sono la traduzione musicale di queste subitanee apparizioni. Franck è bravo a esaltare i rivoli melodici o più squisitamente estetizzanti, tipicamente tardoromantici (neoromantici, anzi), mantenendo una tensione vigile e gonfiando, all’uopo, l’orchestra. Un applauso gentile attesta il gradimento del pubblico.

L’entrata in scena di Alina Pogostkina è quella di una diva. Bellissima e regale, in un abito che ne esalta la bellezza, la Pogostkina si mostra per la prima volta al pubblico dell’Accademia. Il Primo concerto di Prokof’ev è un pezzo che le calza a pennello: il suo Stradivari “Sasserno” vibra melodioso in un pezzo che esalta soprattutto le doti interpretative dell’esecutore, il tocco, il filato, le tenerezze della corda del violino. Aspramente criticato per il suo essere, semplicemente, bello e non sfrontato, ‘moderno’, da una Parigi ebbra di novità (Koussevitzky e Darrieux lo tennero a battesimo nel 1923), il Primo concerto è una perla incantata, a tratti evanescente, che a un gusto retrò affianca strutture di una certa libertà, che però quasi sono nascoste dalla bellezza pura dell’andare del pezzo: per un secolo iconoclasta come il ‘900, questo non poteva andare bene. La Pogostkina attacca la melodia del I movimento e ci fa sognare: ha uno straordinario senso del suono, della melodia, della dolcezza vibrante della corda, che trascolora nei legati, nelle sfumature financo più evanescenti del brano, che ha un’intimità squisitamente cameristica. Il violino, infatti, sembra emergere come una voce sola, abbellita e contornata, ma che intraprende, sostanzialmente, un dialogo con sé stessa; sia nelle agilità del II che nel ritorno a una dimensione più intima (III), la Pogostkina rende giustizia della «vegetazione di suoni rari, di immagini fantastiche e di luminose fioriture» (S. Sablich) di cui è costellato il concerto. Del pari, Franck mostra una certa qual sensibilità nell’accompagnare l’estetizzante melopea del violino, facendo suonare magnificamente l’orchestra. La Pogostkina e Franck sono abbondantemente applauditi: la russa, assieme al valente primo violino Roberto Gonzáles-Monjas, dà vita a due brevi duetti per violino, incantando ancora il pubblico.

È la volta, ora, dei Quadri di un’esposizione di Musorgskij, ovviamente nella più celebre delle sue orchestrazioni: quella di Ravel. Franck dimostra, ora più che mai, due tratti della sua arte di maestro d’orchestra: una certa qual sensibilità monumentale e la capacità di mantenere vivi i colori scandendo con indugio agogico la lettura della partitura. Una sensibilità monumentale si percepisce all’attacco del pezzo, quando gli ottoni danno vita per la prima volta al tema della Promenade, ma con una solennità che non si ripeterà dopo. Egual monumentalità, unita a un profondo indugio agogico per consentire all’orchestra di scolpire un chiaro fregio, si ha nello splendido finale (La grande porta di Kiev), di cui ci fa sentire tutta la vibrante grandeur. Il tocco di Franck si fa anche pittorico: Gnomus, il nano, i Tuileries, nei guizzi infantili (quanto Respighi!), e il patetico, elegiaco canto trobadorico del Vecchiocastello, ne sono ottimi esempi. Squisiti anche i pezzi di più fulmineo carattere: il Balletto dei dei pulcini scorre frizzante, squisito, o Il mercato di Limoges, una traduzione musicale dell’impressionismo francese. Ottimo il contrasto cromatico in Samuel Goldenberg e Schmuyle, dove la marcatura di talune strumentazioni, di alcuni passaggi, acuisce sensibilmente il carattere di ambedue. Le vibrazioni dei bassi in Bydlo, in tal senso, funzionano alla stessa maniera. L’atmosfera funerea che riesce a creare in Catacombae e Cum mortuis in linga mortua si taglia con un coltello: tutta la tensione che sfocia, poi, in Baba Jaga. Alla conclusione del monumentale finale, gli applausi sgorgano incontrollabili, attestando l’alto gradimento per una bella performance.


 

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