L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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L'alba del baritono

 di Roberta Pedrotti

Un bel programma fa riflettere sul rapporto fra il basso cantante belcantista e il baritono romantico mentre alla conferma delle qualità di Nicola Alaimo (e di Remo Girone, voce recitante di lusso) si unisce la rivelazione del talento direttoriale di Michele Spotti.

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PESARO, 16 agosto 2018 - Il termine baritono, si sa o si dovrebbe sapere, designa un registro vocale autonomo solo nel corso del XIX secolo, distinguendosi progressivamente dai ruoli più gravi indicati per tenore, ma soprattutto da quelli più acuti definiti per basso, per lo più detto cantante. In un contesto in cui le classificazioni sono di comodo senza pretese positiviste, si scrive su misura per interpreti che non si fanno problemi ad appropriarsi anche di parti concepite per artisti diversi e adattarle alla bisogna, la moderna, minuziosa, pretesa di catalogazione di tipologie vocali rischia seriamente di andare in crisi. In questa naturalissima ambiguità di fondo, l'evoluzione dello stile fa emergere e valorizza di volta in volta determinate tessiture e caratteristiche, come evidenziano le pagine che via via Rossini scrive per il suo basso cantante di riferimento, Filippo Galli, che, già tenore nella sua prima fase di carriera e convertitosi al registro inferiore in seguito a una malattia, crea otto personaggi, da Batone nell'Inganno felice ad Assur in Semiramide, cui si può aggiungere il Faraone della seconda versione di Mosé in Egitto (1819), con l'aggiunta da parte del Pesarese dell'aria “Cade dal ciglio il velo”. In tutte queste parti composte da Rossini per Galli ricorrono non solo frasi cantabili in tessitura acuta che risultano comodissime a quello che oggi definiamo baritono, ma anche e soprattutto pagine che delineano già le caratteristiche peculiari che il registro assumerà nei decenni successivi. È il caso del delirio di Assur in Semiramide, chiarissimo modello per il Macbeth verdiano in cui l'aria “Deh ti ferma, ti placa, perdona” costituisce quasi un archetipo per l'affermazione del canto baritonale.

Non deve, dunque, stupire se un baritono puro e non un basso baritono presenta ora a Pesaro un florilegio di scene per basso nobile o cantante. Sia caso o fortuna, il programma è costituito in toto da brani di opere già interpretate sulle scene pesaresi dal principe dai bassi baritoni belcantisti degli ultimi tre decenni, Michele Pertusi; sia caso o fortuna chi li riprende in quest'occasione ha già più d'un ruolo rossiniano – ma non solo – in comune con Pertusi senza incursioni di sorta, però, all'estremo registro grave maschile. Nicola Alaimo ripropone il suo Duca d'Ordow da Torvaldo e Dorliska [leggi la recensione della produzione del 2017 a Pesaro], canta per la prima volta l'aria di Lord Sidney dal Viaggio a Reims, la sortita di Maometto II, il delirio di Assur. Può farlo proprio perché le tessiture e il colore non lo tradiscono né lo mettono in difficoltà, anzi, aiutano a mettere in luce la consequenzialità del passaggio dal basso cantante al baritono romantico. Più ancora enfatizza questo percorso il primo bis, “Sois immobile” da Guillaume Tell, simbolo del baritono nel primo romanticismo, opera che, ancora una volta, ha visto protagonista a Pesaro sia Pertusi sia Alaimo, artisti tanto differenti per vocalità e temperamento, quanto capaci d'illuminare con intelligenza diversi aspetti della partitura. E, difatti, la versatilità, la passione, la comunicativa e la cura musicale di Nicola Alaimo emergono in tutto l'arco del concerto fino all'ultimo fuori programma, “Sia qualunque delle figlie” dalla Cenerentola, che giustamente completa con una vorticosa girandola di sillabati – e una straordinaria capacità di recitar cantando nel buffo come nel serio – il quadro della vocalità belcantista agli albori del baritono moderno.

Ogni brano è introdotto con classe, garbo e discrezione da un piacevolissimo Remo Girone, cui sono affidati i testi curati da uno studioso del calibro di Sergio Ragni: la contestualizzazione giova anche al pubblico meno esperto, le informazioni non risultano didascaliche, ma sempre leggere e ben speziate.

E così, sembrerebbe, possiamo siglare con soddisfazione l'esito di un bel concerto con un solista di rilievo e l'efficace apporto di un grande attore e del Coro del Teatro della Fortuna di Fano diretto da Mirca Rosciani. Ma non si è trattato solo di questo, si è trattato anche della rivelazione di una bacchetta che ha fatto molto più che limitarsi ad accompagnare, tant'è che la sinfonia di Semiramide (dopo quella di Torvaldo e Dorliska) è stata accolta da un'autentica ovazione ed è parsa consacrare un nuovo, giovanissimo, autentico talento del podio. A dire il vero, già lo scorso anno Michele Spotti aveva destato ammirazione e interesse concertando Il viaggio a Reims dell'Accademia [leggi la recensione], ma oggi, appena venticinquenne, quella bella impressione si consolida in una concreta promessa: bel gusto musicale, una ricerca di colori e dinamiche raffinata e intelligente che si trasmette con gesto sicuro all'Orchestra Sinfonica G. Rossini, fra plastica teatralità, fluidità di fraseggio e chiarezza di visione, incisività e precisione complessiva.

Se Alaimo è già un beniamino del Rof, se Remo Girone è giustamente celeberrimo, con Michele Spotti possiamo dire che sia nata quella stella che già avevamo intravisto sorgere un anno fa: gli applausi torrenziali e l'allegra calca finale per gli autografi all'uscita artisti lo testimonieranno.

foto Amati Bacciardi