L'ape musicale - rivista di musica arti cultura

 

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Scala, il nobile mestiere di Traviata

 di Francesco Lora

Il capolavoro di Verdi torna a Milano nella lettura di tradizione firmata da Liliana Cavani. Sul versante musicale, Myung-Whun Chung patisce il confronto con sé stesso dopo aver proposto la stessa opera a Venezia: non da lui viene un chiaro indirizzo interpretativo a Marina Rebeka, Francesco Meli e Leo Nucci.

MILANO, 20 gennaio 2019 – Si fa presto a liquidare con sufficienza l’allestimento della Traviata di Verdi con regìa di Liliana Cavani, scene di Dante Ferretti, costumi di Gabriella Pescucci e coreografia di Micha van Hoecke: ha quasi ventinove anni sulla groppa, ma rimane un esempio di lettura di tradizione basata su nobile mestiere, è commisurato in strutture e masse alla vastità del Teatro alla Scala, invita infine l’interprete accorto a ritagliarsi in esso uno spazio personale. Nelle nove recite dall’11 gennaio scorso all’8 febbraio prossimo, cui ne seguiranno ulteriori tre a metà marzo, spiace soprattutto la cura via via perduta in alcuni dettagli: per esempio il Commissionario che si introduce nell’altrui casa di campagna con un’immodestia tale da rasentare il reato d’effrazione. E spiace che quello stesso allestimento, simbolicamente nato sotto il rigore testuale di Riccardo Muti, si accompagni ora a un’esecuzione musicale spensierata in fatto di tagli: nell’aria di Violetta al termine dell’atto I sparisce la seconda strofa del cantabile, strutturato a romanza tanto più per il fatto di essere appunto strofico; nell’aria di Alfredo all’inizio del II sparisce la ripetizione della cabaletta, e dopo la romanza di Germont padre la cabaletta sparisce per intero; giunti all’atto III, si rimane quasi stupiti che la seconda strofa di «Addio, del passato bei sogni ridenti» rimanga al proprio posto: ma non sono questi i pensieri che dovrebbero accompagnare una rappresentazione nel più influente tra i teatri italiani.

Nuovo concertatore è Myung-Whun Chung, che con i velluti della Cavani rileva anche quelli di orchestra e coro della Scala: da essi vengono materiali di calda, sontuosa, ombreggiata, inconfondibile verdianità. Ma come già accaduto un anno fa con l’ultimo Simon Boccanegra, anche in questa Traviata Chung patisce il confronto con sé stesso. Egli riserva ormai le proprie apparizioni regolari come direttore d’opera a due soli teatri nel mondo: la Scala e la Fenice; ma quando un titolo sia da lui proposto prima a Venezia, indi a Milano, ecco che nel secondo caso la lettura si fa meno analitica e profonda, lasciando interdetto chi pregusti il rincaro dell’esperienza lagunare. Giusto all’indomani della recita seguìta, chi scrive cerca invano nella propria memoria un momento esemplare da riferire ai propri lettori, degno più che dell’ovvia levatura di Chung.

L’ascolto della compagnia di canto lascia a sua volta intendere l’esibito lusso delle scritture, ma anche – forse – la scarsezza di prove nelle quali mettere a punto una lettura condivisa. La Violetta di Marina Rebeka, per esempio, confeziona un personaggio fragile, giovanile, introverso, con autentici tratti di pudica originalità caratteriale e ben integrato nell’opprimente delicatezza della Cavani; ma lo scavo attoriale della parola non è ancora all’altezza del più esigente tra i pubblici, e il fatidico Mi bemolle è interpolato con un’esitazione tale da bruciarne attesa e pregio. Francesco Meli è per superficiale spavalderia e amorosa fragranza il miglior Alfredo immaginabile, anche quando giochi tra sé e sé, e Leo Nucci – depauperati smalto, duttilità e volume, ma non tanto da impedirgli di far tuttora le scarpe a molti epigoni – punta tutto sulla presenza fisica e sul porgere abrasivo. A rimarcare la qualità scaligera è infine il comprimariato: quando la Flora di Chiara Isotton si unisce agli altri per dire ad Alfredo «Ben disinvolto! Bravo!», in lei si coglie anche una nota di sarcastica disapprovazione in solidarietà con l’amica Violetta; Riccardo Della Sciucca ha materiale timbrico così prezioso da dialogare con Meli e confondere su chi stia tenendo la parte di Alfredo e chi quella di Gastone; mentre il Marchese d’Obigny di Antonio Di Matteo quasi infastidisce per accento, armonici e risonanza, degni di uno Sparafucile e fin troppo esuberanti addosso a un caratterista. Una critica da appuntarsi al petto.