L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Mozart, uno e trino

di Roberta Pedrotti

Tre brani mozartiani diversi e complementari per il concerto di Natale a porte chiuse dal Teatro alla Scala. Nella sala del Piermarini scintillano delicate luci festive per una celebrazione che è anche il segno dell'anno che volge al termine, mentre nella musica splendono soprattutto le prove di Beatrice Rana e Michele Mariotti.

Il concerto di Natale dalla Scala in tv è una tradizione ormai da anni. Che si sia tenuto a porte chiuse, solo per la tv è il segno di quest'anno, che ci lascerà con le immagini di applausi muti, nel picchiettare d'archetti, mentre la telecamera passa in rassegna i visi degli artisti rivolti a un pubblico che non possono vedere o sentire. C'è però, in questa solitudine, perfino della bellezza, per il fondale stellato del palco, per l'orchestra e i solisti che abitano il centro della sala, per le luci del magnifico lampadario e, soffuse, dei palchi, gli abiti oro e rosso delle soliste, uno scintillìo nell'oscurità, uno scrigno di pace che, pure, testimonia le sofferenze degli ultimi mesi. C'è, soprattutto, Mozart, colto in tre fasi della sua vita – diciassette, venti e trentun anni – e in tre diversi ambiti – il mottetto sacro, il concerto solistico, la sinfonia. La triade selezionata e la qualità dell'esecuzione non fanno rimpiangere l'impossibilità di eseguire pagine di più ampie proporzioni e organico.

Il programma si apre con Mozart ventenne, appare Beatrice Rana fasciata in oro antico, è il momento del Concerto per pianoforte e orchestra n.9 in Mi bemolle maggiore K271, detto Jeunehomme dalla storpiatura del cognome (Jenamy) dell'ispiratrice. Subito l'interprete s'impone all'altezza della sua fama, tant'è che anche nel salotto di casa, senza sofisticati apparati da audiofili, ci giunge un suono madreperlaceo che reinventa su uno strumento moderno non l'imitazione di quello antico, bensì l'idea di pulizia e morbidezza di un'età fra il tramonto del clavicembalo e l'affermazione del fortepiano e del pianoforte. L'Andante centrale in do minore è trattato con una delicatezza sincera, un'esattezza di dinamiche e colori in cui il residuo galante degli abbellimenti si anima di un respiro poetico indissolubile dall'intero discorso e dal dialogo sensibilissimo con l'orchestra, le singole sezioni, le voci soliste dei fiati. Rana calibra il tocco e il fraseggio esaltando con garbo incredibilmente maturo il senso di sospensione che l'ambiguità tonale del movimento suggerisce in un progressivo dissolvimento che, tuttavia, si rianima nel Rondò finale. Qui, come nel primo tempo Allegro, apprezziamo la capacità di animare la precisione di per sé quasi meccanica nella scrittura più agile, la chiarezza cristallina delle forme, sicché tutto pare legarsi in un unico arco dialettico trionfante proprio nell'articolazione della struttura ciclica del Rondò.

Segue il Mozart adolescente che a Milano fa esperienza dello stile italiano nell'opera e nella musica sacra e, mentre appronta Lucio Silla, per il primo interprete della parte di Cecilio, Venanzio Rauzzini, scrive il mottetto Exultate jubilate. Aida Garifullina, in una nuvola di tulle rosso,è più natalizia che mai, ma la cantante pare, almeno dall'ascolto distanziato, non esattamente all'altezza della fama e della carriera: si ha la sensazione che la partitura sia troppo esigente per i suoi mezzi che non conquistano né per timbro ed estensione né per la coloratura, diligente ma non esattamente abbacinante, specie nei trilli.

Il livello torna ad alzarsi sensibilmente quando giungiamo alla piena maturità mozartiana e all'ultima sinfonia, la Jupiter. Qui, con l'orchestra, è protagonista Michele Mariotti, che già aveva delineato i stili e caratteri delle pagine precedenti, istaurando un dialogo fruttuoso con il pianoforte di Rana, sostenendo Garifullina con sobria cantabilità. Ora è la volta di una sinfonia che è un vero e proprio monstrum in senso latino: un'epifania straordinaria e incommensurabile. Grazie anche alla qualità dei complessi scaligeri, Mariotti anima la dialettica fra la forma classica il suo tracimare – vera rappresentazione del sublime kantiano che trascende il bello – e fra idee amabili, affettuose, perfino ironiche, sfumature che paiono – ancora – galanti e che invece si fanno assertive e problematiche, agitate eppure sempre dominate dalla ragione. Temi semplici compongono straordinarie complessità e ogni tassello partecipa di un microcosmo perfettamente organizzato, in cui una chiarezza familiare può ombreggiarsi e trasformarsi. Nel moto dinamico, nella cura di colori e accenti Mariotti coglie la sintesi fra misura e tensione oltre misura, come se la ragione non appagata dell'equilibrio raggiunto nella forma classica vincesse sé stessa innescando e controllando una nuova fase dialettica.

Ancora una volta, battito di piedi e archetti, un lieve brusio, la cornice dell'arte che esiste e resiste nel 2020, la cornice che non scorderemo, fra le luci di una scala sobria, bella e impossibile come non mai.

foto Brescia Amisano


 

 

 
 
 

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