L’Ape musicale  

rivista di musica, arti, cultura

 

   

Quel horizon immense

di Antonino Trotta

All’Unione Musica di Torino riparte la serie di concerti incentrata sulle sonate per pianoforte di Beethoven e consegnata al pianismo erudito di Pietro De Maria.

Torino, 19 maggio 2021 – Se l’Hammerklavier sta a Beethoven come Semiramide a Rossini – in entrambe si osserva un temporaneo abbandono delle forme sperimentali in favore di una ripresa dei grandi modelli classici, condotti però alle estreme conseguenze dalla volontà di creare qualcosa di nuovo e sconvolgente, elevati quindi a un grado di disumana perfezione che spesso ne condanna l’eseguibilità –, anche tra la sonata in do minore op.111 e il Guillaume Tell si intravedono alcuni parallelismi. Al di là del fatto di essere ambedue l’addio al genere dei rispettivi massimi rappresentati, al di là dell’analogia climatica che a una titanica apertura contrappone un epilogo che definire sublime è quasi riduttivo, tanto nell’ op. 111 quanto nel Tell la musica si tinge di nuance sonore ed espressive fino ad allora mai ascoltate e la scrittura, decisamente profetica, apre la strada a immensi orizzonti che si espandono in lungo e in largo negli occhi delle nuove generazioni. Immensi orizzonti che, concentrandosi sull’ultima sonata del dio di Bonn, nascono dalla disgregazione e dalla rivoluzione nell’uso dei singoli elementi della sonata, avvolgono visionarie intuizioni – l’uso geniale della sincope nell’Arietta, Adagio molto semplice cantabile è un preludio alla poetica del jazz – e si nutrono delle infinite possibilità timbriche e dinamiche che allora si scoprivano sui nuovissimi pianoforti Erard.

Temibile banco di prova anche per supremi pianisti, Pietro De Maria, di nuovo sotto la volta celeste dell’Unione Musicale per il ciclo delle sonate beethoveniane, interpreta con contezza di stile e spavalda sicurezza di mezzi la magnifica Trentadue. Introdotto con gesto scultoreo ed eroico, il Maestoso del primo movimento lascia ben presto la scena all’Allegro con brio e appassionato tutto proiettato verso un’ostinata ricerca di tensione drammatica di cui accenti perentori e possenti contrasti coloristici sono solo risultato secondario. È nella opportunità del tessuto ritmico che De Maria coglie la chiave di lettura del primo movimento: egli, da autentico regista musicale, ruba e accelera per creare momenti di concitata esitazione, scatti di incendiario furore, parentesi di inquieta tranquillità che si avvicendano nel corso dell’esecuzione e conferiscono al primo episodio di questa sonata un dinamismo decisamente serrato. L’Arietta - Adagio molto semplice cantabile è oasi per le orecchie: qui il virtuosismo di De Maria si traduce in tavolozze luminose – per la prima volta, se chi scrive non cade in errore, vede sul palco dell’Unione Musicale un Fazioli che, rispetto al solito Steinway & Sons, ha un suono forse meno rotondo ma più ampio e chiaro – che appunto suggeriscono l’idea di orizzonti infiniti dove le variazioni si susseguono sempre animate da un impulso vitalistico, in un tocco che muta di morbidezza e peso, in un fraseggio sempre ispirato e coinvolgente.

Coinvolgente ma non sorprendente, nel senso che tali mirabilia erano già largamente preannunciate, all’eccellente lettura dell’ultimo capolavoro per pianoforte si approda dopo aver ascoltato la sonata n.2, op.3 n.2 in do maggiore e la sonata n.16, op.31 n.1, sorella maggiore della Tempesta, che hanno aperto il concerto. Proprio nel confronto ravvicinato delle tre sonate, appartenenti a tre momenti storici sostanzialmente differenti, si misura la grande statura dell’interprete: De Maria suona ogni sonata con dotta consapevolezza, ora di quelli che potevano essere i modelli e i riferimenti, ora delle idee embrionali che in seguito avrebbero avuto più ampio sviluppo, insomma informato su ciò che Beethoven era e poi sarebbe diventato. Così la terza sonata in do maggiore, ad esempio, dove l’influenza di Muzio Clementi è più che evidente nel tipo di virtuosismo esatto dalla partitura, è sì il trionfo di pianismo al fulmicotone, del tecnicismo vistoso, brillante e ammaliatore ma, come nel primo movimento dell’ultima, rivela nell’Adagio una forte propensione all’attrito drammatico, ai chiaroscuri prepotenti, che De Maria quindi esaspera spingendo al limite le sonorità dello strumento nelle sezioni in minore; o ancora, nella sedicesima sonata, De Maria trasforma ogni tratto di insofferenza alla forma in teatralissima vivacità ed elegantissimo humor, soprattutto nel primo movimento dove, come vittime di un subdolo maleficio, le mani sono destinate a non cadere mai all’unisono.

Applaudito a lungo da una platea piena fino all’ultimo posto (consentito), De Maria regala al pubblico ben tre bis: la sonata in sol maggiore K 146 di Scarlatti, l’ultimo movimento dalla sonata n.3 op.58 di Chopin e la Sarabanda dalla partita n.1 di Bach. Da non perdere il terzo concerto della serie, mercoledì 7 luglio.


 

 

 
 
 

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